QUATTRO
Appartamento di Katie, Dallas, Texas
16 agosto 2012
“Hai una buona scusa per non aver risposto a nessuna delle mie chiamate?” chiese Collin in un austero tono da fratello maggiore. Mi sforzai di aprire gli occhi abbastanza a lungo da vederlo gesticolare per il soggiorno del mio un tempo bellissimo appartamento. Collin era come un gemello, più grande di me di undici mesi. Avevamo finito le superiori insieme, però, dato che nostro padre, un vero texano, aveva insistito che aspettasse un anno per avere un vantaggio fisico nella squadra di football. Perciò non solo eravamo identici, ma anche compagni di classe. Eppure, Collin aveva sempre avuto uno spirito paterno nei miei confronti, specialmente nell’ultimo anno, dopo aver perso mamma e papà.
Aprii leggermente gli occhi, abbastanza da vedere il caos che avevo lasciato. Non doveva avere un bell’aspetto. Normalmente ero inverosimilmente maniacale per quanto riguardava la pulizia. Collin aveva sempre sostenuto che avessi un disturbo ossessivo compulsivo, ma io non ero d’accordo. Passavo l’aspirapolvere al contrario perché non mi piacevano le impronte sulla moquette. Organizzavo i miei vestiti per stagione e li suddividevo per scopo e colore, ma chi non lo faceva? E anche se non tutti pettinavano le frange dei cuscini come me, credevo che avrebbero dovuto farlo. Frange aggrovigliate. Che orrore. Durante quelle ultime settimane, però? Beh, non così tanto.
C’erano, e nel vederli sussultai, involucri di cibo pronto sul tavolo della cucina e un paio di bottiglie di vodka Grey Goose vuote sul piano di lavoro. Per gli standard di Dennis la Minaccia non era poi così poco igienico, ma chi mi avesse conosciuto come mi conosceva mio fratello si sarebbe preoccupato. Avevo dormito con gli abiti da lavoro del giorno prima, e i vestiti dei giorni precedenti erano in una pila che non avevo ancora portato in lavanderia a lato del divano, lo stesso divano sul quale il cuscino dalle frange aggrovigliate mi stava innervosendo, con i suoi nodi e i suoi grumi. Sulla televisione passava Runaway di Bon Jovi da un canale di musica anni ‘80. Un quasi prosciugato Bloody Mary si prendeva gioco di me dal tavolino da caffè, dove era posato vicino al mio portatile Vaio, a un flacone di Excedrin e al mio iPhone.
Mi misi a sedere nel modo più decoroso possibile e mi lisciai i vestiti. “Perché non ho sentito l’allarme quando sei entrato?” gli chiesi. Collin aveva una copia delle chiavi del mio appartamento, ma l’allarme avrebbe dovuto suonare quando aveva aperto la porta.
“Devi essere stata troppo ubriaca per ricordarti di attivarlo. O forse c’era un ospite che se n’è andato tardi?” rispose mio fratello, senza mezzi termini.
Si guardò intorno cercando un secondo bicchiere, ma avevo bevuto da sola. Iniziò a fare ordine in mezzo al caos.
“Collin, ci penso io,” dissi.
“No. Vai a darti una rinfrescata,” replicò. “Ti porto a fare colazione. È un ordine.”
Lo fissai con occhi tristi. Indossava i soliti jeans con una maglietta Hooters, e sprizzava il motto ‘nessun problema’ da tutti i pori. Non volevo fare colazione con lui. Volevo rannicchiarmi in posizione fetale. Volevo dormire e stare da sola. Volevo stare così ferma da non esistere più.
Mi guardò mentre rimanevo immobile sul divano e qualcosa gli fece mettere giù la mia roba e venire accanto a me. Prendendomi la mano, mi aiutò a rimettermi in piedi. Strinse il mio corpo rigido in un abbraccio da orso, dondolando piano per qualche secondo. Oh oh. In un primo momento provai a trattenermi, ma poi mi abbandonai addosso a lui e iniziai a piangere sulla sua spalla. Dal piangere passai a sbuffare, poi a singhiozzare e dopo ai respiri tremanti. Mi fece alzare la testa verso di lui con il pollice sotto il mento e mi guardò negli occhi, studiandomi.
“Vai a farti una doccia calda. Mangiamo in un posto tranquillo, ma esco, con te in macchina, tra venti minuti.” Mi strofinò le nocche sulla guancia. “Hop, forza. Sai bene che vengo a prenderti di peso, se devo. Non costringermi a farlo.”
Con una spinta leggera mi spedì in fondo al corridoio, in bagno, da dove lo sentii mentre ricominciava a fare ordine. Le lacrime mi scorrevano sul naso e sulle guance. Cavoli, avrei dovuto bere litri e litri d’acqua a colazione; visto il ritmo del mio pianto e la quantità di vodka che avevo bevuto la sera prima, ero a un passo da un violento mal di testa per disidratazione.
Quarantacinque minuti dopo ci sedevamo all’IHOP di Mockingbird Lane. Da sempre uno dei nostri posti preferiti da bambini, quel giorno notai che aveva molte rifiniture arancioni nell’arredamento, e per questo iniziò a piacermi meno. Collin mi sorprese quando chiese un tavolo per tre, ma non avevo le energie per fare domande. Capii solo quando vidi i capelli da concorso di Emily all’entrata. Avanzò verso di noi in un paio di pantaloni plissettati blu notte e in una camicetta in seta gialla, stretta alla vita da una cintura in pelle che si abbinava ai tacchi marroni.
“Ciao, Katie.” Mi guardò per un secondo, poi distolse lo sguardo.
Alzai la mano in segno di saluto. Ottimo. Un’altra persona a vedermi in quello stato. Avevo evitato di fermarmi davanti allo specchio a casa, ma la rapida occhiata che avevo dato mi era bastata. Una coda di cavallo bagnata. Dei vecchi pantaloni della tuta e una maglietta. Occhi gonfi e giallastri. Bleah.
Evitammo di parlare, guardando ognuno il proprio menù, fino a che la cameriera di mezza età, che avrebbe dovuto indossare un’uniforme di una taglia in più, non venne a prendere l’ordine. I muscoli dello stomaco mi si strinsero mentre se ne andava. Quasi la richiamai indietro per farle togliere il succo d’arancia dal mio ordine, ma non lo feci. Era inutile ritardare l’inevitabile. Collin ci aveva riunito per un motivo e, per quanto spiacevole, stavo per scoprirlo.
“Emily e io abbiamo parlato, e lei mi ha raccontato cosa ti sta succedendo,” disse lui.
Speravo che Emily avesse omesso alcuni dettagli, ma non potevo incolparla per avere a cuore la mia salute. O per aver spettegolato con mio fratello. Era un poliziotto, aveva seguito le orme di nostro padre e non c’era testimone che non riuscisse a far crollare, gli piaceva dire.
Collin continuò a parlare. “Siamo preoccupati per te. Sei nei guai. Ti stai facendo del male.”
Volse lo sguardo ad Emily in cerca di una conferma e lei abbassò gli occhi sul tavolo in formica. Ero certa che mio fratello l’avesse trascinata in quella piccola sessione di terapia e, conoscendola, che Em fosse venuta a malincuore. Lei era sicura di sé, ma dare sostegno agli altri non era nel suo stile.
Non avevo le forze di contrariare Collin e, sinceramente, non ero neanche in disaccordo con lui. Ero un disastro in quel momento, senza dubbio. Mi aveva preso in uno di quei rari momenti in cui la parte di me senza peli sulla lingua non era lì a difendere la parte più fragile. Probabilmente era ancora accasciata sul divano a riprendersi dalla sbornia.
“Avete ragione,” ammisi. Quelle parole erano come polvere sulla mia lingua secca. “Devo rimettermi in sesto.”
“Penso tu debba andare in un centro di disintossicazione.” Le parole di Collin erano forti, anche perché non c’era un modo per addolcire la parola ‘disintossicazione’.
Quindi era così che si era sentita Amy Winehouse. E poi era morta. La cosa mi diede da pensare. Però io non ero Amy Winehouse.
“Sto passando un brutto periodo, sì, e sto bevendo troppo, ma solo da alcune settimane. Non penso sia il caso di mandarmi in un centro.” Il solo pensiero di dover parlare dei miei problemi con tutti quegli alcolisti mi faceva sentire claustrofobica. Gli Alcolisti Anonimi forse funzionavano per la maggior parte delle persone, ma io non ero una ragazza da lavori di gruppo. E poi, non ero un’alcolista.
“Queste ultime tre settimane sono state particolarmente dure, ma sei su questa strada da molto più tempo,” disse Collin. “Anche un anno. Riesci a ridurre o smettere? Scommetto che ci hai già provato, vero?” Evitai il suo sguardo. “E anche che non ha funzionato.”
No, stronzo, non ci ho provato, stavo quasi per dire. Quasi. “Non ci ho provato. So di poterlo fare, quando sarò pronta,” dissi invece.
Arrivò la mia omelette al formaggio, ma non avevo fame. Nessuno di noi toccò il proprio cibo.
“Ammetto che avrei dei problemi a farlo qui a Dallas, anche se ci provassi. Quando ci proverò. Ma so che, se riuscissi a mettere in pausa la mia vita per qualche settimana, potrei riportare tutto sotto controllo. Sono disposta a cominciare da qui. I centri non fanno per me. Forse se un giorno mi trovaste a dormire in un cassonetto allora sì, ma non adesso.”
“Va bene. Ti darò una possibilità, fanne tesoro. Hai in mente qualcosa?” chiese Collin.
Inspirai tutta l’aria che potevo, per poi sforzarmi di espirarla tutta, fino a comprimere anche lo stomaco. “St. Marcos. Ho bisogno di superare ciò che è successo a mamma e papà.” Iniziai a piangere, poi mi trattenni. Aprii la bocca per parlare e le lacrime iniziarono di nuovo a scorrere.
“Ne sei sicura?” chiese Collin.
Annuii e usai la parte pulita del tovagliolo per asciugarmi gli occhi. Non appena alzai lo sguardo, una giovane donna nera attirò la mia attenzione, un po’ perché mi stava fissando, e un po’ perché era scalza all’IHOP e i suoi vestiti sembravano di centocinquanta stagioni prima. Ecco, lei aveva un problema. Droga, a quanto sembrava. Un’ottima candidata per un centro di disintossicazione. Non io. Mi asciugai gli occhi di nuovo e quando li riaprii, la donna non c’era più. Niente di niente. Stavo impazzendo. Deglutii.
Avevo un disperato bisogno di andarmene. Quel viaggio, quella disintossicazione in solitaria o periodo sabbatico o qualunque cosa fosse, sarebbe stato una manna dal cielo.
E così concordammo che sarei partita. Immediatamente. Già l’indomani. Porca miseria. Un po’ prima di quanto avessi previsto, ma Collin insistette, e Emily promise di aiutarmi a renderlo possibile. Quando mi riaccompagnò a casa Collin me lo fece promettere con una stretta di mano, e Emily, dietro di noi, fece da testimone.
Io e lei ci presentammo al lavoro alla Hailey & Hart a metà mattinata, dopo che ebbi indossato un tailleur estivo color crema, più adatto all’ufficio. Non facemmo molto se non pianificare il mio viaggio e liberare la mia agenda. Chiesi a Gino i giorni di ferie, aspettandomi di dover litigare, ma non fu così. Mi diede un buffetto sulla mano. Accidenti.
“Un po’ di tempo libero ti farà molto bene,” disse. “Hai lavorato sodo quest’anno, in circostanze terribili, hai bisogno di ricaricarti per riportare qui la versione migliore di te stessa.”
Ottimo. Che nella lingua dei capi significava ‘sei un disastro, sparisci’. Beh, lo ero. Un disastro mortificato. L’indomani non era poi così presto per andarsene, in fondo.
Su richiesta di Collin, Emily passò la notte da me a sorvegliarmi, lasciando il marito a casa da solo. Emily era un’amica molto migliore di quanto meritassi, ma, tanto tempo prima, avevo fatto lo stesso per lei quando Rich aveva temporaneamente annullato il loro fidanzamento. Il cerchio si chiudeva.
Più tardi, quella notte, finalmente menzionai il nome che nessuno aveva pronunciato per tutto il giorno. “Se Nick dovesse chiedere dove sono, per favore fornisci la versione censurata.”
Emily era seduta su uno sgabello e io ero in piedi dall’altro lato del bancone in cucina. Si sporse verso di me. “Non pensarci nemmeno. Da quando siamo andate a Shreveport, Nick si sta comportando come Heathcliff di Cime Tempestose. Forza. Lascia perdere.”
Stavo ricevendo un sacco di consigli velati, quel giorno. Quell’ultimo era ‘la verità è che non gli piaci abbastanza’. Ahia, faceva male, ma aveva ragione.
Sarei davvero riuscita, però, a lasciare lì i miei sentimenti per lui e ad andare a St. Marcos con la mente sgombra? Mi rigirai tutta la notte nel letto, in balia di tutti quei pensieri sui miei genitori e su Nick.