I

604 Worte
I Regnavano silenzio e solitudine in quella stanza dell'ospedale Maggiore di Bologna. Gli unici rumori che si sentivano erano quelli prodotti dalle macchine presenti, che i medici passavano a controllare a intervalli regolari durante il giorno. Da cinque giorni il corpo di Luigi Mazza giaceva immobile in stato di coma farmacologico, indotto dall'equipe di esperti anestesisti dopo il grave incidente stradale che gli aveva causato un trauma cranico guaribile, a parere dei medici, soltanto in quel modo. Quando era arrivato in ambulanza al pronto soccorso, trasportato d'urgenza a sirene spiegate dalla tangenziale del capoluogo emiliano, l'uomo era risultato subito in condizioni gravi e gli era stato attribuito un codice rosso; dopo lunghe attese gli erano stati eseguiti tutti gli esami del caso ed era stato ricoverato in prognosi riservata. Viveva solo: non aveva mai avuto nemmeno intenzione di sposarsi, per cui l'unico parente che gli potesse essere di aiuto era suo fratello, Mario, il quale, appena ebbe ricevuto la notizia dagli operatori del pronto soccorso, era arrivato prontamente a sincerarsi delle condizioni di Luigi, riuscendo, però, a intravederlo soltanto per un attimo, mentre veniva trasferito in barella alla stanza dove era adesso. Senza accorgersi di nulla, Luigi riceveva giornalmente la visita del fratello, che poteva limitarsi a guardarlo da oltre un vetro. Rimaneva circa un'ora al giorno, fissandolo nella vana speranza di infondergli la forza di guarire, e spesso se ne andava senza dire una parola nemmeno ai medici. Quando li interpellava, il primario gli diceva sempre che le condizioni dell'uomo erano stabili e che ci sarebbero volute circa due settimane prima che potesse uscire dal coma. “Ci penseremo noi, quando sarà guarito.”, assicurava A cadenza regolare, i medici sottoponevano Luigi agli esami per tenere monitorata la situazione, cercando di segnalare i miglioramenti al fratello. “Un inserviente mi ha riferito che il coma è stato...indotto? Nel senso che voi avete fatto in modo che andasse in stato di coma?”, chiese Mario a un infermiere, a due giorni dall'incidente. “Sì. E' stato deciso di indurre un coma farmacologico al paziente.”, rispose il giovane. “Farmacologico?”, fece eco Mario. “Esatto, farmacologico. Non sa di che cosa si tratta?” “No, mi spieghi!”, gli intimò Mario. “Quando un paziente subisce lesioni gravi, come può essere il trauma cranico di suo fratello, i medici possono decidere di causare un coma farmacologico, usando appunto dei farmaci. In questo modo tutte le energie vitali vengono indirizzate verso il danno da riparare.”, spiegò l'infermiere. “Grazie per la spiegazione. Potrei parlare direttamente con chi si è occupato di questo, così da avere una previsione di miglioramento?”, domandò Mario. “Dovrebbe parlare con gli anestesisti. Soltanto loro possono indurre un coma farmacologico.”, ribatté l'uomo. “E dove li posso trovare?” “Può parlare con il dottor Parri. Adesso però credo che sia impegnato per un intervento chirurgico. Di solito la mattina è più libero.” “Capisco. Allora lo cercherò domani. A mezzogiorno lo trovo?” “Sì. Salvo imprevisti, va in pausa pranzo alle 13.30. Poi alle 15 cominciano gli interventi, per cui le consiglio di parlargli prima di pranzo, così avrà quasi sicuramente un po' di tempo da dedicarle”, concluse l'infermiere. “La ringrazio”, disse Mario Mazza subito prima di accomiatarsi e uscire dall'ospedale. Quando arrivò in strada erano quasi le cinque di pomeriggio e il buio invernale era interrotto soltanto dalle luci dei lampioni. Se ne andò a casa per riposare, sapendo che, dopo poche ore, avrebbe dovuto essere di nuovo lì.
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