La Dogana - Introduzione a “La lettera scarlatta”-1

2020 Worte
Introduzione a “La lettera scarlatta” È un po’ strano che, sebbene restio a parlar troppo di me e dei casi miei nel canto del fuoco ed agli amici personali, un impulso autobiografico m’abbia spinto ben due volte in vita mia a rivolgermi al pubblico. La prima si dette tre o quattr’anni orsono, allorquando favorii ai miei lettori, imperdonabilmente e senza nessuna ragione al mondo che il lettore indulgente o l’importuno scrittore potessero immaginare, una descrizione del mio tenor di vita nella quiete profonda d’un Vecchio Presbiterio. Ed ora, poiché l’altra volta mi toccò l’immeritata ventura di trovare un paio d’ascoltatori, ecco che riagguanto il lettore per la giacca e discorro della mia triennale esperienza in una Dogana. L’esempio del famoso “P.P., Chierico di questa Parrocchia” non fu mai seguito più fedelmente. La verità par essere, comunque, che quando l’autore sparpaglia al vento i suoi fogli, non si rivolge ai tanti che getteranno il volume da parte, ovvero non lo raccatteranno mai, bensì ai pochi che potranno capirlo meglio dei suoi stessi compagni di scuola o di vita. Alcuni scrittori, anzi, si spingono assai più oltre, e s’abbandonano a certe confidenze di carattere così intimo, che sarebbe lecito indirizzarle soltanto ed esclusivamente all’unico cuore e intelletto capaci di perfetta simpatia; quasi che il libro stampato e gettato in libertà nel vasto mondo, fosse destinato a scoprire il segmento mancante nella natura dello scrittore e a completare il circolo della sua esistenza ponendolo in comunione con esso. Non sembra decoroso peraltro dir tutto, anche quando si parli in astratto. Ma poiché i pensieri si gelano e la favella s’intorpidisce, qualora il parlatore non si trovi effettivamente in rapporto con l’uditorio, potrà esser compatibile immaginare che un amico, un amico buono e sollecito, seppure non il più stretto, stia ascoltando il nostro discorso; ed allora, un innato riserbo fondendosi ad opera di questa benefica consapevolezza, ci sarà dato chiacchierare dei casi della nostra cerchia ed anche di noi stessi, mantenendo ugualmente il nostro più intimo Io dietro il suo velo. Fino a tal punto, ed entro questi limiti, stimiamo che uno scrittore possa essere autobiografico senza violare né i diritti del lettore né i suoi. Si vedrà parimenti, come questo bozzetto della Dogana possegga una certa proprietà d’un genere ognora riconosciuto nella letteratura, in quanto spiega in qual modo una gran parte delle pagine seguenti fosse capitata in mio possesso, ed offre la prova dell’autenticità d’una narrazione in esse contenuta. Questo infatti, il desiderio cioè di presentarmi nella mia veste reale di compilatore, o poco più, del più prolisso tra i racconti che compongono il libro; questo e nessun altro è il mio vero motivo di mettermi personalmente in contatto col pubblico. Nell’adempiere il proposito più importante, è parso lecito fornire, mediante alcuni tocchi ulteriori, la debole rappresentazione d’un genere d’esistenza mai descritto per l’innanzi, come pure di certi personaggi che vi si muovono, e nel cui novero accadde allo scrittore di figurare. Nella mia città natale di Salem, alla cui estremità or è mezzo secolo, ai tempi del vecchio King Derby, c’era un molo pieno d’animazione, ma che oggi è ingombro di cadenti magazzini di legno e presenta pochi o punti segni di vita commerciale, tranne forse un tre alberi o un brigantino ormeggiati a metà della sua melanconica lunghezza, che sbarcano pellami; ovvero, più a riva, una goletta della Nuova Scozia che butta fuori il suo carico di legna; all’estremità, dico, di questo molo in rovina che la marea spesso inonda e lungo il quale, alla base e sul retro della fila delle costruzioni, l’orme di molti languidi anni si scorgono su un margine d’erba stentata: ivi sorge uno spazioso edificio di mattoni, le cui finestre anteriori guardano su tal prospetto non troppo riconfortante, e oltre di esso, sul porto. Dalla sommità del suo tetto ogni mattina, durante tre ore e mezzo precise, fluttua o langue alla brezza o alla bonaccia la bandiera della repubblica; ma non con le tredici strisce diritte, bensì orizzontali, a indicare che ivi ha la sua sede un posto civile e non militare del governo dello Zio Sam. La facciata si fregia d’un portico composto d’una mezza dozzina di colonne di legno che reggono un terrazzo, sotto al quale una rampa d’ampi scalini di granito scende in istrada. Sull’entrata si libra un enorme esemplare dell’aquila americana con l’ali spiegate, uno scudo sul petto e, se ben ricordo, un fascio di saette e di frecce acuminate in ambo gli artigli. Col notorio caratteraccio che lo distingue, il disgraziato pennuto mostra mediante la ferocia del becco e dell’occhio e la truculenza di tutto l’atteggiamento, di minacciar qualche guaio all’inoffensiva comunità; e specialmente di sconsigliare i cittadini solleciti della propria salvezza dall’accostarsi al fabbricato che ripara all’ombra delle sue ali. Ciononostante, per bisbetica ch’essa appaia, molta gente sta cercando in quest’istante preciso di rifugiarsi sotto l’ala dell’aquila federale; figurandosi, penso, che il suo seno sia soffice e confortevole come un origliere imbottito di piuma. Ma costei non è troppo tenera neppure nel miglior stato d’animo, e tosto o tardi, più tosto che tardi, sarà incline a sbarazzarsi della nidiata con un graffio dell’artiglio, un colpo del becco o un’acerba ferita delle frecce aguzze. Nelle crepe del selciato torno torno all’edificio ora descritto, che tanto vale designar subito come la Dogana del porto, l’erba è sufficiente a mostrare come in questi ultimi tempi l’affluenza del traffico l’abbia completamente trascurato. Durante certi mesi dell’anno, peraltro, capita sovente un mattino in cui gli affari procedono con ritmo più animato. Tali occasioni possono rammentare ai cittadini attempati il periodo precedente all’ultima guerra con la Gran Bretagna, quando Salem era un porto bastante a se stesso: non già disprezzato com’è oggi dai suoi stessi mercanti e armatori, i quali ne lasciano andare in malora gli approdi, mentre i loro traffici vanno a gonfiare vanamente e impercettibilmente il flusso poderoso del commercio a New York od a Boston. In siffatte mattine, quando tre o quattro bastimenti arrivano al contempo, per lo più dall’Africa o dal Sud—America, o sono in procinto di salpare a quella volta, s’ode un viavai di passi più vivaci sugli scalini di granito. Ivi puoi salutare ancor prima della sua moglie medesima, il capitano adusto dal mare, sbarcato testé, che reca sottobraccio una scatola di latta arrugginita contenente le carte di bordo. Qui giunge pure l’armatore, allegro o triste, affabile o arcigno, a seconda che il suo progetto del viaggio or ora compiuto si sia concretato in mercanzie facilmente cangiabili in oro, o l’abbia sepolto sotto un ammasso d’impicci, dai quali nessuno si darà pena di sbarazzarlo. Qui abbiamo del pari in embrione il futuro mercante logorato dagli affanni, con la fronte grinzosa e la barba brizzolata, vale a dire il giovane e brillante scrivano, che gusta il sapore del traffico come il lupatto quello del sangue, e già arrischia il suo sulle navi del principale, quando farebbe meglio a mandare barchette da ragazzi in una gora. Un’altra figura della scena è il marinaio pronto a salpare, in cerca d’un salvacondotto; o l’altro sbarcato di recente, debole e pallido, che vuole un certificato per l’ospedale. Né dobbiamo dimenticare i capitani delle piccole e tartassate golette che recano legna dalle province inglesi; rozzi lupi di mare, senza quell’aria sveglia degli Yankees, ma che pure costituiscono un elemento tutt’altro che trascurabile nel nostro commercio in declino. Ammucchia, come talvolta accadeva, tutti cotesti individui, e mettine degli altri differenti nel mazzo per dar varietà all’insieme: farai provvisoriamente della Dogana una scena movimentata. Più spesso tuttavia, salita la scala, avresti potuto notare, nell’ingresso d’estate o nelle lor stanze d’inverno o col maltempo, una fila di venerande figure sedute su antiche sedie, che mantenevano inclinate contro la parete puntellandole sulle gambe di dietro. Il più delle volte dormivano; ma ogni tanto le sentivi discorrere assieme, con certi suoni nei quali la favella si alternava al ronfare, e con la fiacca che distingue gli abitanti dell’ospizio e tutti gli altri esseri umani, il cui sostentamento dipende dalla carità o dal lavoro monopolizzato o da qualunque cosa tranne che dal libero esercizio della loro attività. Quei vecchi messeri, seduti come Matteo a riscuoter gabelle, ma che avevano poche probabilità di venir prescelti a somiglianza di lui per mansioni apostoliche, erano i doganieri. Inoltre sulla sinistra, appena entrato dalla porta principale, trovi una certa stanza od ufficio di circa quindici piedi quadrati e considerevole altezza, con tre finestre ad arco, due delle quali guardano sul molo cadente testé descritto e la terza su un sentiero angusto e una parte della via Derby. Da tutte e tre puoi cogliere una visione delle botteghe dei droghieri, dei bozzellai, dei venditori di divise da marinaio e d’attrezzi per bastimenti; sul cui uscio si osserva di solito un crocchio di vecchi lupi di mare ridanciani e pettegoli, e di quei tali lestofanti che infestano i paraggi malfamati dei porti. Cotesta stanza è piena di ragnatele e sudicia di vecchio intonaco; il pavimento cosparso di sabbia grigia, secondo un’usanza ormai dimenticata altrove; ed è facile concludere dall’uniforme sciattezza del luogo, com’esso sia un santuario ove ha di rado l’accesso la donna coi suoi magici arnesi, la scopa e lo strofinaccio. Quanto a suppellettili, c’è una stufa con un voluminoso fumaiuolo; un vecchio scrittoio di pino e accanto uno sgabello a tre gambe; due o tre sedie dal fondo di legno, decrepite e malandate quanto mai; e per non dimenticare la biblioteca, parecchi tomi degli Atti del Congresso e una grossa Raccolta delle Leggi sulle Imposte. Un tubo sottile sale su pel soffitto e forma un tramite di comunicazione verbale con altre parti dell’edificio. E in quella stanza, fino a un sei mesi fa, misurandola da un canto all’altro o seduto indolente sullo sgabello dalle gambe lunghe, col gomito appoggiato allo scrittoio e gli occhi vaganti per le colonne del giornale del mattino, avresti potuto riconoscere, riverito lettore, quello stesso individuo che ti porse il benvenuto nel suo allegro studiolo, ove il sole luccicava così ameno tra i rami del salice sul lato di ponente del Vecchio Presbiterio. Ma se adesso tu andassi a cercarvelo, invano chiederesti del Soprintendente Locofoco. La scopa della riforma l’ha spazzato dall’ufficio; e un successore più degno ricopre quell’alto posto e intasca i suoi emolumenti. Questa vecchia Salem, la mia città, sebbene io n’abbia vissuto lontano molto tempo sia nell’infanzia che negli anni maturi, esercita, o esercitava sui miei affetti una presa, la cui forza non ho mai realizzato durante i periodi in cui ne feci la mia residenza effettiva. Invero, per quanto riguarda il suo aspetto materiale, la sua superficie piatta, uniforme, coperta per lo più da costruzioni di legno, poche o punte delle quali accampano pretese di bellezza architettonica; la sua irregolarità che non è pittoresca né bizzarra, ma soltanto scialba; la sua strada principale lunga e pigra, che si snoda stancamente su tutta l’estensione della penisola, compresa fra le due località dette il Colle della Forca e la Nuova Guinea ad un capo, e l’Ospizio dall’altro; tali essendo i tratti della mia cittadina natìa, nutrire per essa un attaccamento sentimentale equivarrebbe a provarlo per una scacchiera scompigliata. E tuttavia, benché io sia stato costantemente felice altrove, scopro in me per la vecchia Salem un sentimento, che in mancanza d’un vocabolo più appropriato debbo contentarmi di definire affetto. Esso è dovuto probabilmente alle radici profonde ed annose che la mia famiglia affondò in questo suolo. Or fanno quasi due secoli e un quarto dacché il Britanno originale, primo emigrante del mio nome, comparve nella colonia selvaggia e cinta da foreste, che in seguito divenne una città. E qui vennero alla luce e morirono i suoi discendenti e confusero la loro materia terrena col suolo, cosicché una sua porzione non piccola dev’essere necessariamente affine alla forma mortale con cui per un breve lasso di tempo io m’aggiro per queste strade. In parte, quindi, l’attaccamento di cui parlo è una mera simpatia fisica della polvere per l’altra polvere. A pochi dei miei concittadini è dato di conoscerlo; e d’altronde, dacché il trapianto frequente è forse più giovevole alla razza, debbon augurarsi di non conoscerlo mai.
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