Nello stesso tempo, indovinando la finalità di tutto il suo discorso, egli si portò una mano al panciotto.
«Miserie, figlio! povertà e agonia!... Appena seppi che tu combattevi oggi, mi son detta: andiamo a vedere Janiyo, il quale non avrà dimenticato la madre del povero compagno. Ma sei bello, gitano! Perciò tutte le donne ti corrono dietro, dannato... Io sto molto male, figlio mio, non porto nemmeno camicia. Oggi intanto nella mia bocca non è entrato che un sorso di Cazaya. Mi tengono per pietà in casa della Pepona, che è fuori in campagna, una casa molto decente, da cinque duros, vieni là che quella gente ti apprezza molto... Pettino le ragazze e porto messaggi ai signori... Ah, se vivesse ancora il mio povero figlio! Ti ricordi di Pepiyo?... Ti ricordi della sera in cui morì?»
Gallardo mise subito un duro nella magra mano di lei, sforzandosi di sfuggire a queste ciarle, nelle quali già cominciava l’emozione con un tremolio di pianto. Maledetta strega! Venire a ricordargli in un giorno di corrida il povero Lechuguero, compagno dei primi anni, che egli aveva veduto morire quasi istantaneamente per un’incornata al cuore nella plaza di Lebrija, quando tutti e due lavoravano come apprendisti!... Brutta vecchiaccia!... La spinse, ed ella passando dalla tenerezza all’allegria, con una incoscienza da uccello, proruppe in entusiastiche lodi per i giovani coraggiosi, per i bei toreri, che prendevano il denaro del pubblico e il cuore delle donne.
«Tu meriti la regina di Spagna, bello. Ora la signora Carmen deve tenere gli occhi bene aperti. Un bel giorno ti ruba una bella donna e non ti restituisce più. Puoi darmi un biglietto per questa sera, Juaniyo ? Ho tanto desiderio di vedere come uccidi...»
Lo stridente tono di voce della vecchia e le sue entusiastiche espansioni, fecero ridere gli impiegati dell’albergo, e questi ruppero per un momento la severa consegna di trattenere alla porta della via un gruppo di curiosi e di postulanti, attratti dalla presenza del torero.
Dolcemente spingendo i servi, si insinuò nel vestibolo un’irruzione di mendicanti, di oziosi e di venditori di giornali. I birichini, con i pacchi di giornali sotto il braccio, si toglievano il berretto salutando con frenetica familiarità.
«Il Gallardo, oh, il Gallardo! Evviva i toreri!»
I più audaci gli prendevano la mano, gliela stringevano fortemente e gliela tiravano da ogni parte, desiderosi di prolungare quanto più possibile quel contatto col grand’uomo nazionale, che avevano visto ritratto nei giornali. Poi, per far partecipare di questa gloria anche i compagni, l’invitavano rudemente.
«Stringigli la mano! Non si offende. Se ti dico io che è uno dei più simpatici!»
E mancava poco che nella loro ammirazione non si inginocchiassero innanzi al matador. Altri curiosi, con la barba incolta, vestiti con vecchi abiti, che erano stati eleganti in origine, trascinavano le rotte scarpe intorno all’idolo, e inchinavano i loro sudici cappelli parlandogli sottovoce, chiamandolo Don Juan, per differenziarsi dalla entusiastica e irriverente folla. Nel parlargli delle loro miserie, sollecitavano un’elemosina, o, i più audaci, gli chiedevano in nome del loro affetto, un biglietto per la corrida, col proposito di rivenderlo immediatamente.
Gallardo si difese, ridendo, da questa valanga, che lo spingeva e l’opprimeva, non bastando a liberarlo gli inservienti dell’albergo, intimiditi dal rispetto che ispira sempre la popolarità. Si frugò in tutte le tasche, finché furono del tutto vuotate, distribuendo alla cieca pezzi di argento nelle avide mani, che si levavano in alto.
«Ora non ho altro. È finito!... Lasciatemi, buoni diavoli!...»
Fingendosi annoiato di questa popolarità, che lo lusingava, si aprì un passaggio con una spinta dei suoi muscoli d’atleta, e si mise in salvo sulla scala, saltando con agilità i gradini, mentre i domestici, liberi ora dal rispetto, spingevano poco garbatamente il gruppo verso la strada.
Gallardo passò innanzi alla camera che occupava Garabato e vide, dalla porta semiaperta, il suo servo, che fra casse e valige preparava il vestito per la corrida.
Trovandosi solo nella sua camera, sentì che d’un tratto svaniva l’allegra eccitazione causata dal torrente di ammiratori. Arrivavano i cattivi momenti dei giorni di corrida con l’incertezza delle ultime ore prima di incamminarsi per la plaza. Tori di Miura e pubblico di Madrid!... Il pericolo, che guardato da vicino sembrava inebriarlo, accrescendo il suo coraggio, lo angustiava ora al restare solo, come qualche cosa di soprannaturale, paurosa per la sua stessa vaghezza.
Si sentiva annientato, come se d’un tratto si abbattesse su di lui la stanchezza della cattiva notte precedente. Ebbe voglia di stendersi su uno dei letti, che occupavano il fondo della camera, ma di nuovo l’inquietudine che lo turbava, incerta e misteriosa, fece svanire la sua sonnolenza. Agitato, vagò per la camera, e accese un altro havana coi resti di quello che finiva di fumare.
Come sarebbe andato per lui il periodo di Madrid, che allora stava per cominciare? Che avrebbero detto i suoi nemici? Come sarebbero rimasti i rivali di professione?
Avrebbe ucciso molti Miuras: dopo tutto erano tori come gli altri. Però pensava con insistenza ai suoi compagni caduti, quasi tutti vittime di animali usciti dalle fattorie di questo allevatore. Fortunati i Miuras! Non per nulla egli e gli altri espadas mettevano nei loro contratti mille pesetas in più, quando dovevano lottare con questa razza di tori.
Continuò a vagare per la camera con passo nervoso. Si fermava per contemplare scioccamente gli oggetti conosciuti che appartenevano al suo bagaglio; poi si lasciava cadere su di una poltrona, come se l’assalisse una improvvisa debolezza. Guardava spesso l’orologio. Non erano ancora le due! Con quale lentezza passava il tempo!
Desiderava, come un rimedio per i suoi nervi, che arrivasse quanto prima l’ora di vestirsi e andare alla plaza. La gente, il rumore, la curiosità popolare, il desiderio di mostrarsi sereno e allegro innanzi all’ammirazione pubblica, e soprattutto la vicinanza del pericolo reale e corporeo cancellava istantaneamente quell’angoscia viva dell’isolamento, nella quale l’espada, vedendosi senza l’ausilio degli eccitamenti esterni, si trovava in uno stato d’animo quasi simile alla paura.
La necessità di distrarsi lo spinse a frugare nel taschino interno della sua giacca, traendone fuori, insieme al portafogli, una busta che spandeva un soave e intenso profumo.
In piedi, presso una finestra, dalla quale entrava la scarsa luce di un cortile interno, contemplò la busta, che gli avevano consegnata nell’arrivare all’albergo, ammirando l’eleganza dei caratteri minuti e svelti con cui era scritto l’indirizzo. Poi estrasse la lettera aspirandone con diletto il profumo indefinibile. Oh. Le persone di alta nascita e che hanno viaggiato molto... come rivelano la loro signorilità inimitabile persino nei più piccoli particolari!
Gallardo, come se serbasse nel suo corpo l’acre puzzo di miseria dei suoi primi anni, si profumava con un'abbondanza esorbitante. I suoi nemici si burlavano dell’atletico giovanotto giungendo nel loro accanimento a calunniare l’integrità del suo sesso. Gli ammiratori sorridevano innanzi a questa sua debolezza, ma molte volte erano costretti a volgere il viso, come disturbati dall’eccessivo odore del torero. Tutta una profumeria lo accompagnava nei suoi viaggi, e le essenze più femminili ungevano il suo corpo nel discendere nell’arena, fra cavalli morti, visceri dilaniati di bovini confusi con sangue. Certe cocottes entusiaste, che conobbe in un viaggio nel sud della Francia, gli avevano rivelato il segreto di miscugli e combinazioni di strani profumi, ma non quell’essenza della lettera, che era la stessa che adoperava la persona che gli aveva scritto! Quell’odore misterioso, sottile e indefinibile, che non poteva imitarsi, che sembrava emanare dall’aristocratico corpo, e che egli chiamava “odore di signora”!...
Lesse e rilesse la lettera, con un sorriso di beatitudine, di diletto e di orgoglio. Non era gran cosa; appena una dozzina di righe: un saluto da Siviglia, augurandogli molta fortuna a Madrid: una felicitazione anticipata per i suoi sicuri trionfi: avrebbe potuto andar perduta tale lettera, senza che vi fosse compromissione alcuna per la donna che la firmava. “Amico Gallardo” al principio, con una calligrafia elegante, che sembrava carezzare gli occhi del torero, e “la sua amica Sol” alla fine, tutto di uno stile freddamente amichevole, dandogli del lei con un amabile tono di superiorità, come se le parole non fossero da uguale a uguale, ma discendessero misericordiose dall’alto.
Il torero nel contemplare la lettera con la sua adorazione di uomo del popolo poco abituato alla lettura, non poteva evitare un certo sentimento di molestia, come se si vedesse disprezzato.
«Quella donna», mormorò. «Quella donna!... Non vi è chi la superi! Ma guarda, parlarmi col lei!... col lei! A me!»
Però i bei ricordi lo fecero sorridere soddisfatto. Lo stile freddo era usato soltanto nelle lettere: usi da gran signora, preoccupazioni di dama che aveva girato molto il mondo. E il suo dispiacere si mutava in ammirazione.
«Che cosa non conosce questa donna. Bisogna stare ben in guardia con lei!»
E nel suo sorriso mostrava una soddisfazione professionale, un orgoglio da domatore, che, nell’apprezzare la forza della fiera vinta, esalta la propria gloria.
Mentre Gallardo ammirava la lettera, entrava e usciva il suo domestico Garabato, portando abiti e scatole, che lasciava su di un letto. Era un servo silenzioso nei suoi movimenti e di mani agili, che sembrava non osservare la presenza del matador. Erano alcuni anni che accompagnava il torero in tutte le sue corse come “giovane di stocco”. In Siviglia egli aveva incominciato la carriera della lotta, provocando il toro con la cappa rossa, nello stesso tempo di Gallardo; ma i cattivi colpi erano riservati a lui, e quasi come di pari passo erano destinati i successi e la gloria al suo compagno.
Piccolo, bruno e di meschina muscolatura, una cicatrice tortuosa e non bene riunita solcava, come uno sgorbio biancastro, il suo viso rugoso e flaccido di vecchio. Era una cornata che lo aveva lasciato moribondo nella plaza di un villaggio, e a questa atroce ferita bisognava aggiungerne altre, che sfiguravano le parti occulte del suo corpo.
Per vero miracolo uscì vivo dal suo amore per la lotta, e la cosa crudele era che la gente rideva della sua cattiva sorte, trovando piacere nel vederlo battuto e sconfitto dai tori. Infine la sua torpida testardaggine cedette innanzi alla disgrazia, rassegnandosi a essere l’accompagnatore, il domestico di confidenza del suo antico compagno. Era il più fervente ammiratore di Gallardo, quantunque abusasse delle confidenze dell’intimità, permettendosi consigli e critiche. Trovandosi lui al posto del maestro, avrebbe in alcuni momenti combattuto meglio. Gli amici di Gallardo trovavano da ridere nelle scomparse ambizioni del “giovane di stocco”, ma egli non si offendeva di questi scherzi. Rinunciare ai tori!... Mai: perché non si estinguesse la memoria del suo passato, si pettinava i folti capelli in lucidi riccioli sopra le orecchie, e conservava lungo l’occipite la sacra ciocca, il codino dei tempi giovanili, segno professionale che lo distingueva dagli altri mortali.
Quando Gallardo s’infastidiva verso di lui, la sua collera rumorosa di impulsivo minacciava sempre questo capelluto ornamento.
«E porta il codino lo svergognato! Te la voglio tagliare io codesta coda di topo, sfacciato!...»
Garabato accoglieva con rassegnazione queste minacce, ma se ne vendicava rinchiudendosi in un silenzio da uomo superiore, e rispondeva scrollando le spalle all’allegria del maestro, quando questi, al ritorno dalla plaza nelle sere felici, domandava con infantile soddisfazione:
«Come ti è sembrato? È vero che sono stato bravo?
Del cameratismo giovanile conservava il privilegio di dare del tu al padrone. Non poteva parlare diversamente al maestro, però il tu era accompagnato da un gesto solenne, da un’espressione di ingenuo rispetto.
La sua familiarità era simile a quella degli antichi scudieri con i cavalieri di ventura.
Torero dal collo all’occipite, il resto della sua persona fungeva alle volte da sarto e altre da cameriere. Vestito con un abito di stoffa inglese, regalo del suo signore, portava i risvolti della giacca coperti di spilletti e spilli di sicurezza, e infilati su di una manica diversi aghi già pronti col loro filo. Le sue mani magre e brune avevano una dolcezza femminile, per maneggiare e ordinare gli oggetti.
Quando ebbe collocato sul letto tutto l’occorrente per vestire il torero, esaminò i numerosi oggetti per convincersi che nulla mancava. Poi si fermò nel centro della camera, e senza guardare Gallardo, come se parlasse con se stesso, disse con voce aspra e accento profondo: