I.-5

2163 Palabras
Il Nacional sorrise scrollando le spalle. «Superstizioni e fantasmi... Dio o la Natura non si occupano di queste cose». Queste parole, che irritarono ancor più Gallardo, fecero svanire la grave preoccupazione degli altri toreri, i quali cominciarono a celiare sulle idee del compagno, come in tutte le occasioni in cui tirava in ballo la sua frase preferita di Dio o la Natura. Rimasto libero il passaggio, la vettura riprese ad andare alla massima velocità consentita dalle mule, passando in mezzo agli altri veicoli che affluivano al circo. Arrivando a questo, svoltò a sinistra, dirigendosi alla porta chiamata delle Caballarizas che portava ai cortili e alle scuderie, camminando lentamente tra la folla compatta. Un’altra ovazione accolse Gallardo, quando scese dalla carrozza, seguito dai suoi banderilleros. Di nuovo parate di mano e spintoni per salvare il suo vestito da sudici contatti; sorrisi di saluto, nascondendo le mani che tutti volevano stringere. «Il passo, caballeros: tante grazie!» L’ampio cortile, fra il corpo della plaza e il muro delle dipendenze, era pieno di pubblico che prima di occupare il suo posto voleva vedere da vicino i toreri. Al di sopra delle teste della gente emergevano a cavallo i picadores e le guardie coi loro abiti da XVII secolo. A un lato del cortile si elevavano edifici in mattoni, di un solo piano, con pergole sulle porte e vasi di fiori sui balconi; un piccolo borgo di uffici, officine, scuderie e case, nelle quali abitavano i garzoni di scuderia, i falegnami e gli inservienti del circo. Il torero avanzò faticosamente in mezzo ai gruppi. Il suo nome passava di bocca in bocca con esclamazioni di entusiasmo. «Gallardo!... È già qui Gallardo! Viva la Spagna!» Ed egli, abbandonato completamente al culto del pubblico, avanzava con ostentazione, sereno come un Dio, allegro e soddisfatto, come se assistesse a una festa data in suo onore. Due braccia gli si attorcigliarono al collo, nello stesso tempo che il suo olfatto veniva assalito da un forte odore di vino. «...Grazioso! Viva i bei giovani!» Era un signore di aspetto civile, un borghese che aveva fatto colazione con i suoi amici e sfuggiva alla gioconda vigilanza di costoro, che l’osservavano a pochi passi di distanza. Costui reclinò il capo sulla spalla dell’espada, e così rimase, come se in tale posizione potesse addormentarsi di entusiasmo. Gli spintoni di Gallardo e le scosse degli amici liberarono l’espada da questo interminabile abbraccio. L’ubriaco, nel vedersi separato dal suo idolo, proruppe in acclamazioni. Ah, che uomini! Che venissero lì tutte le nazioni del mondo, per ammirare dei toreri come quello e a morirsene d’invidia. «Avranno navi... avranno denaro... ma tutto è menzogna! Non hanno tori, né giovani come questo, che affascina tanto... Olà, ragazzo mio! Viva il mio paese!» Gallardo attraversò una gran sala, imbiancata di calce, senza nessun mobile, dove erano i suoi compagni di professione, circondati da gruppi di ammiratori. Si aprì il passaggio fra la folla che ostruiva una porta, ed entrò in una camera stretta e oscura, nel cui fondo brillavano delle luci. Era la cappella. Un vecchio quadro rappresentante la Vergine detta della Colomba, occupava il centro dell’altare, sul quale ardevano quattro candele. Rami di fiori di stoffa si tarlavano polverosi in vasi di grossolana maiolica; la cappella era piena di gente. Gli amatori di classe umile si ammucchiavano nel suo interno, per vedere da presso i grandi uomini; restavano lì nell’oscurità, col capo scoperto, gli uni serrati nella prima fila, gli altri in piedi sulle sedie e sui banchi; i più volgendo le spalle alla Vergine, e guardando avidamente la porta per lanciare un nome appena scorgevano lo splendore di un abito luccicante. I banderilleros e i picadores, poveri diavoli che andavano a esporre la loro vita come i maestri, sollevavano appena con la loro presenza un lieve mormorio. Solo i fervidi appassionati conoscevano i loro soprannomi. Repentinamente, un prolungato ronzio, un nome ripetuto di bocca in bocca: «Fuentes!... Questo è Fuentes!» E il bel torero, con la sua sveltezza elegante, sciolta la cappa sull’omero, avanzò fino all’altare, piegando una gamba con teatrale alterigia, e rigettando indietro la figura raccolta, graziosa e agile, mentre le fiammelle dei ceri si riflettevano nel bianco dei suoi occhi zingareschi. Appena finita la sua orazione e segnatosi, si levò, camminando a ritroso fino alla porta, senza perdere di vista l’immagine, come un attore che si ritiri salutando il pubblico. Gallardo era più semplice nelle sue emozioni. Entro col cappello in mano, la cappa rigettata indietro, camminando ostentatamente con meno superbia; ma al vedersi davanti alla immagine mise le ginocchia a terra, abbandonandosi alla sua preghiera, senza ricordarsi che centinaia di occhi erano fissi su di lui. La sua anima di cristiano trepidava fra la paura e i rimorsi; chiese protezione col fervore degli uomini semplici, che vivono in continuo pericolo e credono in tutte le specie d’influenze avverse e protezioni soprannaturali. Per la prima volta in tutto il giorno, pensò a sua moglie e a sua madre. La povera Carmen là a Siviglia, che aspettava il telegramma! La signora Angustias, tranquilla con le sue galline, nel suo podere della Rinconada, senza sapere con certezza dove combattesse il figlio!... E lui col terribile presentimento che in quel giorno gli sarebbe accaduto qualche cosa!... Vergine della Colomba! Un po’ di protezione! Egli sarebbe stato buono, avrebbe dimenticato... altre cose, avrebbe vissuto come Dio comanda. E, fortificato il suo spirito superstizioso con questo inutile pentimento, uscì dalla cappella ancora turbato, con gli occhi torbidi, senza vedere la gente che gli ostruiva il passo. Fuori, nella stanza dove aspettavano i toreri, lo salutò un signore raso, vestito con un abito nero, che sembrava portare con un certo torpore. «Cattivo segno!», mormorò il torero, andando avanti. «Lo dico che oggi succede qualche cosa!» Era il cappellano del circo, un entusiasta della tauromachia, che arrivava con i Santi Olii sotto l’abito. Veniva dal sobborgo della Prosperità scortato da un vicino che gli serviva da sacrestano, in cambio di un posto per vedere la corrida. Passava interi anni a discutere con quello di una parrocchia dell’interno di Madrid, che allegava migliori diritti per monopolizzare il servizio religioso del circo. Nei giorni di corrida prendeva per questo scopo una carrozza, pagata dall’impresa, nascondeva sotto il mantello la pila sacra, cercava a turno fra i suoi amici e protetti uno con cui disobbligarsi, offrendogli il posto destinato al sacrestano, e si poneva in cammino per la plaza, dove lo aspettavano due posti sul davanti, accanto alle porte del torile. Il sacrestano entrò nella cappella con aria da proprietario, scandalizzandosi dell’attitudine del pubblico; erano tutti a testa scoperta, ma parlavano ad alta voce, e qualcuno anche fumava. «Signori, questo non è un caffè. Facciano il favore di uscire. La corrida sta per cominciare». Quest’annuncio fu quello che provocò il repentino disperdersi della gente, mentre il sacerdote traeva gli Olii nascosti, che teneva in una scatola di legno dipinto. Egli pure, appena ebbe riposto il sacro deposito, uscì correndo, per andare a occupare il suo posto nel circo prima dell’ingresso della quadriglia. La folla era scomparsa. Soltanto nel cortile si vedevano uomini con grandi cappelli di feltro, guardie a cavallo, e inservienti con i loro abiti azzurro e oro. Nella porta detta dei Cavalli, sotto un arco che dava uscita alla plaza, si disponevano i toreri con la sveltezza acquistata dall’abitudine: i maestri di fronte, poi i banderilleros, lasciando un ampio spazio, e dopo quelli, in pieno cortile, trottava la retroguardia, lo squadrone ferreo e montanaro dei picadores, che emanavano il cattivo odore del cuoio riscaldato dei bovini, montati su cavalli scheletrici, che avevano un occhio bendato. Come chiusura di questo esercito, si agitavano in ultimo le tre file di muletti destinati al trasporto, inquieti e vigorosi animali dal pelo terso, coperti con armature di fiocchi e sonagli, e recanti sui collari, ondeggiante, la bandiera nazionale. Nel fondo dell’arco, sopra le palizzate di legno che l’ostruivano a metà, si apriva un mezzo disco azzurro e luminoso, lasciando scorgere un pezzo di cielo, la tettoia dell'arena e un settore di gradinata con la folla compatta e formicolante, nella quale sembravano palpitare, come moscerini colorati, i ventagli e i giornali. Un soffio formidabile, il respiro di un immenso polmone, entrava da questa galleria. Un ronzio armonioso arrivava fin là con le ondulazioni dell’aria, facendo presentire una certa musica lontana, più indovinata che udita. Ai lati dell’arco spuntavano delle teste; quelle degli spettatori dei banchi vicini, che si allungavano curiose per vedere al più presto gli eroi. Gallardo si collocò in fila con gli altri due espadas, ricambiando loro un lento inchino della testa. Non parlavano: non sorridevano. Ciascuno pensava a se stesso, lasciando volare l’immaginazione lontano di là, oppure non pensava a niente, con quel vuoto intellettuale prodotto dall’emozione. Esternavano le loro preoccupazioni nell’accomodarsi il mantello, il che sembrava non dovesse mai terminare, lasciandolo sciolto sopra un omero, o avvolgendone le estremità intorno alla cintura e procurando che al disotto di questo imbuto dai vivaci colori sorgessero, agili e forti, le gambe avvolte in seta e oro. Tutti i visi erano pallidi, però di un pallore opaco, di un pallore livido, con la sua sudante vernice dell’emozione. Pensavano all’arena, invisibile in quel momento, sentendo l’irresistibile paura delle cose che succedono all’altro lato di un muro, il timore di ciò che non si vede, il confuso pericolo che si annunciava senza presentarsi. Come sarebbe finita la serata? Alle spalle delle quadriglie risuonò il trottare di due cavalli, che venivano di sotto le arcate esterne della plaza. Erano le guardie, con le loro mantelline nere e i cappelli da prete ornati in cima da piume rosse e gialle, che terminavano allora di sbarazzare la plaza, svuotandola di curiosi, e venivano a mettersi di fronte alle quadriglie, servendo loro da battistrada. Le porte dell’arco si aprirono del tutto, così come quelle della barriera situata di fronte a esse. Apparve l’ampia rotonda, la plaza propriamente detta, lo spazio circolare di arena dove stava per svolgersi la tragedia di quella sera, per l’emozione e il godimento di quattordicimila persone. Il rombo armonico e confuso si accrebbe allora, convertendosi in musica allegra e bizzarra, marcia trionfale di rumorosi ottoni, che facevano muovere le braccia marzialmente, e ostentatamente ondeggiare le anche. «Avanti i bei giovani!...» E i lottatori, abbassando le palpebre per il violento mutamento, passarono dall’ombra alla luce, dal silenzio della tranquilla galleria al muggire della plaza, sulla cui gradinata si agitava la folla con ondate di curiosità, ponendosi tutti in piedi per vedere meglio. Avanzavano i toreri, come rimpiccioliti d’un tratto, rispetto all’arena, per la immensità dello sfondo. Sembravano piccoli fantocci luccicanti, dai cui ricami il sole traeva riflessi d’iride. I loro eleganti movimenti eccitavano la gente, con un entusiasmo pari a quello del fanciullo davanti a un trastullo che lo diverte. La folle raffica che agita la moltitudine, stremando i suoi nervi dorsali e facendo rabbrividire la pelle senza saperne sicuramente la ragione, commosse tutto il circo. Applaudiva la gente, gridavano i più entusiasti e nervosi, ruggiva la musica, e in mezzo a questo strepito, che andava spargendosi da entrambi i lati, dalla porta di uscita fino alla presidenza, procedevano le quadriglie, con una calma solenne, compensando la lentezza del passo col grazioso movimento delle braccia e dei corpi. Nel disco azzurro di cielo, sospeso sulla plaza, aleggiavano bianche colombe, spaventate dal muggito, che usciva da quel cratere di mattoni. I lottatori si sentivano diversi nell’avanzare sull’arena; esponevano la vita per qualche cosa che era più del denaro; e le loro incertezze e i loro terrori davanti all’ignoto li avevano lasciati al di là dello steccato. Già calpestavano l'arena: già erano di fronte al pubblico: arrivava la realtà. E le ansie di gloria delle loro anime barbare e semplici, il desiderio di sovrapporsi ai loro compagni, l’orgoglio della loro forza e della loro destrezza li accecava, facendo loro dimenticare i timori e infondendo un’audacia brutale. Gallardo si era trasfigurato. Si ergeva nel camminare, più alto; si muoveva con una superbia da conquistatore; guardava da tutte le parti con aria trionfale, come se i suoi due compagni non esistessero. Tutto era suo: l'arena e il pubblico. Si sentiva capace di uccidere quanti tori vi fossero in quel momento nei pascoli dell’Andalusia e della Castiglia. Tutti gli applausi erano per lui, era sicuro di sé; le migliaia di occhi femminili, ombreggiati dalle bianche mantiglie, nei palchi e nelle barriere, si fissavano soltanto sulla sua persona: non vi era dubbio. Il pubblico lo adorava, e nell’avanzare con sorridente vanità, come se tutta l’ovazione fosse diretta alla sua persona, passava in rivista i settori della gradinata, sapendo dove si affollavano i maggiori nuclei dei suoi tifosi, e volendo ignorare dove si raggruppassero gli amici degli altri. Salutarono col cappello in mano il presidente, e la brillante sfilata si sciolse, spargendosi pedoni e cavalieri. Dopo, mentre una guardia raccoglieva nel cappello la chiave buttata dal presidente, Gallardo si diresse verso il settore dove erano i suoi più grandi ammiratori, dando loro il cappotto di lusso perché lo conservassero.
Lectura gratis para nuevos usuarios
Escanee para descargar la aplicación
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Autor
  • chap_listÍndice
  • likeAÑADIR