III.

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III.Venti minuti prima il conte Felipone, tornato dalla caccia, era sceso a terra nel cortile di Kerloven. La servitù del castello non era numerosa, dieci domestici al più, compreso il capocaccia e i due custodi dei cani. Questi tre abitavano a corte, occupati nel canile e nelle scuderie; gli altri erano sparsi nel castello. Il conte salì lo scalone senza incontrare anima viva, e giunse all’ingresso d’una lunga galleria che girava intorno al primo piano, immettendo a destra e a sinistra ai vari appartamenti e, da una porta a vetri, alla piattaforma, passeggiata prediletta del colonnello. Egli ci andava abitudinariamente dopo pranzo a fumare un sigaro o a contemplare il mare. La porta a vetri era semiaperta, e Felipone ne varcò distrattamente la soglia. Un ultimo raggio crepuscolare separava, dietro l’orizzonte, le estreme acque dell’oceano dalla nube più bassa del cielo. Il fragore dei flutti, che si infrangevano contro la roccia, saliva sino alla piattaforma a guisa d’un cupo mormorio. Il conte fece tre passi e inciampò. Aveva urtato contro un cavalluccio di legno, gioco del piccolo Armand. Fece alcuni passi ancora, e, all’ultimo chiarore crepuscolare, scorse il fanciullo, in un angolo, immobile e addossato al parapetto della piattaforma. Stanco di giocare, il bimbo s’era seduto un istante, poi, preso dal sonno invincibile che s’impadronisce dei fanciulli, s’era profondamente addormentato. Alla vista del bimbo, il conte si fermò d’un tratto. Aveva cacciato solo tutto il giorno, e la solitudine è cattiva consigliera per chi medita un delitto. Per cinque o sei ore Felipone aveva cavalcato tra le vaste foreste della Bretagna, e, smarrita la traccia dei cani, s’era dato in balia del pensiero che l’assediava. “Il piccolo Armand”, aveva detto tra sé, “compirà un giorno i ventun anni, e sarà padrone di tutta la fortuna di suo padre. Morendo, la madre erediterebbe da lui, e mio figlio da sua madre”. E un’ultima volta il colonnello accarezzò l’idea della morte del fanciullo, che trovava addormentato sulla piattaforma. Non lo svegliò, ma appoggiò i gomiti al parapetto e guardò in giù. Alla profondità di cento tese spumeggiavano le onde soffici che potevan servire da bara. Felipone si volse, ed esplorò con un rapido sguardo la piattaforma: era deserta, e le tenebre cominciavano ad avvolgerla nel loro manto. Pareva che il mare gli gridasse: “L’oceano non restituisce ciò che gli si confida”, e un lampo infernale, una tentazione orribile assalì il suo cuore. «Avrebbe potuto darsi», mormorò, «che il fanciullo, curioso di guardare il mare, avesse scalato il parapetto, alto appena tre piedi: avrebbe anche potuto darsi che si sedesse imprudentemente sul parapetto, addormentandosi. Dormendo, avrebbe perduto l’equilibrio… E allora», proseguì, mentre le livide labbra si schiudevano a un ghigno sinistro, «mio figlio non avrebbe fratelli, né io conti di tutela da documentare». Volse, così dicendo, uno sguardo al mare, che pareva gli ripetesse il grido fatale, e, preso da vertigine, troncò ogni esitazione. Fece un altro passo, sollevò tra le braccia il bimbo addormentato, e lo precipitò dal parapetto. Due secondi dopo, un sordo rumore, che s’innalzò dal profondo del mare, lo accertò che le onde avevano inghiottito la loro preda. Il fanciullo non aveva mandato nemmeno un grido. Per alcuni istanti Felipone stette immobile come assalito da immediata febbre nel luogo stesso dove aveva commesso il delitto; poi tremò e volle fuggire; quindi gli tornò il sangue freddo che caratterizza i grandi colpevoli, e comprese che, fuggendo, si sarebbe tradito. Allora con passo malfermo, ma già calmo in viso, abbandonò la piattaforma, e si avviò verso l’appartamento della moglie preceduto dal tintinnio degli speroni e dal rumore che i pesanti stivali producevano calpestando il lastricato della galleria.
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