Capitolo I-2

2019 Mots
«È caduto qualcosa, lì dentro», disse il procuratore dalla stanza di sinistra. Gregor cercò di figurarsi se anche al procuratore non sarebbe potuto capitare alcunché di simile a ciò che oggi era capitato a lui: era un’eventualità che si doveva pur ammettere. Ma, quasi a significare un’aspra replica a tale congettura, proprio in quell’attimo il procuratore mosse alcuni passi ben fermi nella stanza contigua, facendo scricchiolare gli stivaletti di vernice. Dalla stanza di destra la sorella bisbigliò per avvertirlo: «Gregor, c’è il procuratore». «Lo so», disse Gregor quasi tra sè, non azzardandosi ad alzare la voce tanto da farsi udire da lei. «Gregor», attaccò ora il padre dalla stanza di sinistra, «è venuto il signor procuratore ad informarsi come mai non sei partito col treno delle cinque. Noi non sappiamo cosa rispondergli; e lui d’altronde vuol parlare personalmente con te. Aprigli, dunque. Sarà tanto gentile da scusare il disordine in cui si trova la camera». «Buongiorno, signor Samsa», interloquì il procuratore con voce alta e cordiale. «È indisposto», disse la madre al procuratore, mentre il padre continuava a parlare attraverso la porta, «Gregor è indisposto, signor procuratore, mi creda. Come avrebbe potuto altrimenti perdere il treno! Quel ragazzo non ha altro che il lavoro in testa. Mi fa quasi arrabbiare, perché la sera non esce mai. Adesso è stato in città otto giorni, ma tutte le sere è rimasto a casa, seduto a tavola con noi, zitto zitto, a leggere il giornale o a studiare l’orario delle ferrovie. La massima distrazione che si concede è qualche lavoruccio d’intaglio: in due o tre sere, per esempio, ha fatto una cornicetta; vedesse quant’è carina, è appesa al muro, lì in camera. Appena apre potrà vederla. Comunque, sono proprio contenta che sia venuto lei in persona, signor procuratore; noi da soli non saremmo mai riusciti a convincere Gregor ad aprirci la porta, ostinato com’è; e di sicuro non sta bene, anche se stamattina non ha voluto ammetterlo». «Vengo subito», disse Gregor adagio e circospetto, senza muoversi per non perdere una parola della conversazione. «Non saprei trovare altra spiegazione, signora», rispose il procuratore, «speriamo non sia nulla. Anche se devo pur dire che noi uomini d’affari - purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista - per considerazioni di opportunità professionale, dobbiamo molto spesso saper vincere qualche lieve malessere». «Dunque, ti decidi ad aprire al signor procuratore?» chiese impaziente il babbo, bussando di nuovo alla porta. «No», disse Gregor. Nella stanza di sinistra si fece un silenzio penoso, in quella di destra la sorella cominciò a singhiozzare. Perché la sorella non raggiungeva gli altri? Certo si era appena alzata, e non aveva ancora iniziato a vestirsi. E perché piangeva? Perché lui non si alzava e non apriva al procuratore, perché stava rischiando di perdere il posto, sicché il principale avrebbe ricominciato a perseguitare i genitori con le vecchie ingiunzioni? Ma non era ancora il caso di angustiarsi per questo! Lui, Gregor, era pur sempre lì, e non pensava minimamente ad abbandonare la famiglia. Al momento, è vero, se ne stava coricato sul tappeto, e nessuno, conoscendo il suo stato, avrebbe potuto seriamente pretendere che aprisse l’uscio al procuratore. Ma questa piccola scortesia, per la quale, del resto, sarebbe stato facile trovare in seguito una scusa adatta, non poteva costituire motivo sufficiente ad un licenziamento in tronco. Ed a Gregor sembrava che sarebbe stato assai più ragionevole, adesso, lasciarlo in pace, anziché infastidirlo con pianti e prediche. Ma già, gli altri non sapevano che pesci pigliare, ed era logico che agissero così. «Signor Samsa», tuonò il procuratore con accento vibrato, «che sta succedendo? Lei si barrica in camera, risponde a monosillabi, mette i suoi genitori in un’ansia grave quanto ingiustificata, e trascura - sia detto fra parentesi - in grado veramente inaudito i suoi doveri d’ufficio. Le parlo a nome dei suoi genitori e del nostro principale, ed esigo tassativamente una sua dichiarazione immediata ed inequivoca; trasecolo, davvero trasecolo. Credevo di conoscerla come persona posata e ragionevole, ed ecco che invece sembra volersi mettere a far sfoggio di ghiribizzi. In realtà, il principale stamani mi accennava ad una possibile spiegazione della sua mancanza, facendo riferimento a un certo incasso recentemente affidatole; ma io gli ho dato quasi la mia parola d’onore che era una supposizione infondata. Adesso però, vedendo la sua inconcepibile testardaggine, mi passa davvero la voglia d’intercedere anche minimamente per lei; e la sua posizione non è delle più sicure. In un primo tempo era mia intenzione esporle tutto ciò a quattr’occhi, ma dato che lei mi fa perder tempo senza costrutto, non vedo perché non debbano esserne informati anche i suoi genitori. Dunque: il suo rendimento negli ultimi tempi è stato molto insoddisfacente; è vero, ammettiamolo, che questa non è la stagione più propizia agli affari, ma una stagione in cui non si faccia nessun affare, signor Samsa, è cosa che non esiste, che non può esistere». «Ma signor procuratore», gridò fuor di sè Gregor, dimenticando ogni norma di prudenza, tanto era agitato, «le apro subito, all’istante. Un lieve malessere, un capogiro mi ha impedito di alzarmi. Sono ancora coricato, ma ormai mi sono rimesso. Ecco, sto scendendo dal letto, pazienti ancora un minuto! Non mi muovo tanto facilmente come speravo, però di malessere non si può più parlare. Vede come certe volte uno vien preso alla sprovvista! Ieri sera stavo benissimo, i miei lo sanno: o per meglio dire, già ieri sera sentivo come un piccolo avvertimento, me lo si poteva leggere in faccia, credo. Perché mai non ho subito avvisato l’ufficio! Ma si spera sempre di poter vincere la malattia, senza bisogno di rimanere a casa. Signor procuratore! Abbia clemenza per i miei genitori! Quanto ai rimproveri che lei mi ha mossi, non c’è nulla di vero; nessuno mi ha mai detto una parola al riguardo. Forse non ha letto le ultime commissioni che ho spedite? Immancabilmente partirò col treno delle otto, queste poche ore di riposo mi hanno ristabilito. Non si trattenga, signor procuratore: fra un attimo sarò in ufficio, abbia la bontà di dirlo al principale e gli presenti i miei ossequi!» Gregor sciorinò in gran fretta tutto questo discorso, quasi inconsapevole di ciò che diceva. Frattanto, grazie alla pratica acquistata per uscire dal letto, non gli era stato difficile avvicinarsi al cassettone, e si appoggiò ad esso nel tentativo di drizzarsi. Voleva realmente aprire la porta e farsi vedere, voleva parlare col procuratore; era ansioso di sapere che cosa avrebbero detto, alla sua vista, gli altri che ora l’assillavano tanto. Se si spaventavano, lui non aveva più responsabilità e poteva star tranquillo; se invece lo prendevano come uno spettacolo normalissimo, neanche per lui c’era motivo di agitarsi, e affrettandosi un po’ avrebbe senz’altro potuto essere per le otto alla stazione. La parete liscia del mobile lo fece scivolare parecchie volte, ma alla fine, con un ultimo slancio, riuscì a tirarsi su. Non si accorgeva nemmen più dei dolori al basso ventre, per quanto strazianti fossero. Si lasciò cadere contro la spalliera di una sedia vicina e con le zampette ne strinse il bordo: finalmente riusciva a padroneggiare il proprio corpo. Tacque, porgendo l’orecchio a ciò che il procuratore stava dicendo. «Sono riusciti a capire una parola?» chiese il procuratore ai genitori; «che stia prendendosi gioco di noi?» «Per carità», gridò la madre già in lagrime, «forse è ammalato gravemente, e noi lo tormentiamo. Grete! Grete!» chiamò poi a gran voce. «Mamma», rispose la sorella dall’altro lato: si scambiavano discorsi attraverso la stanza di Gregor. «Corri immediatamente dal medico, Gregor è malato, Dal medico, presto. Hai sentito come parla?» «Era una voce di bestia», disse il procuratore, in tono stranamente smorzato rispetto alle strida della madre. «Anna! Anna!» gridò il padre attraverso l’anticamera, in direzione della cucina, «va’ subito a chiamare un fabbro!» E già le due ragazze correvano nell’anticamera facendo frusciare le gonne (come aveva potuto la sorella vestirsi così presto?) e spalancavano la porta d’ingresso, che poi non si sentì sbattere: evidentemente l’avevano lasciata aperta, come avviene nelle case colpite da qualche grave sciagura. Gregor intanto si era fatto molto più calmo. Dunque, gli altri non capivano le sue parole, benché a lui fossero parse abbastanza chiare, più chiare di prima, forse perché il suo orecchio vi aveva fatto l’abitudine. Ad ogni modo, ormai la gente era del parere che in lui vi fosse qualcosa non del tutto regolare, ed era disposta ad aiutarlo. La prontezza, la sicurezza con cui erano state prese le prime misure, lo rincoravano: si sentiva nuovamente accolto nella cerchia umana, e sperava da quei due uomini, il medico e il fabbro, che non gli apparivano ben distinti, qualcosa di grandioso e di sorprendente. Per garantirsi, negli imminenti colloqui decisivi, la più chiara voce possibile, tossicchiò lievemente, attento a non farsi udire, poiché poteva darsi (non si sentiva più di deciderlo da solo) che anche quel rumore suonasse diverso dalla voce umana. Nella camera attigua frattanto si era fatto silenzio. Forse i genitori erano seduti al tavolo col procuratore e bisbigliavano, o forse tutti stavano ad origliare dietro la porta. Lentamente Gregor si spinse verso l’uscio con la sedia; poi, scostata quest’ultima, si appoggiò tutto eretto al battente - i polpastrelli delle sue zampine erano un po’ appiccicosi - e per un istante si riposò dallo sforzo; quindi si accinse a girare con la bocca la chiave nella serratura. Purtroppo gli pareva proprio di non aver denti; e con che cosa, allora, afferrare la chiave? In compenso però le mascelle erano ben robuste, e col loro aiuto la chiave potè essere smossa, anche se, così facendo, si ferì, e un liquido bruno gli sfuggì di bocca, cadendo sulla chiave e sgocciolando a terra. «Sentano», disse il procuratore nella camera accanto, «sta girando la chiave». Questa frase fu per Gregor di grande incoraggiamento; ma, pensò, tutti avrebbero dovuto incitarlo, anche suo padre e sua madre: «Su da bravo, Gregor», avrebbero dovuto gridargli, «su, dài, forza con la serratura!» E immaginando che l’interesse generale fosse concentrato sui suoi sforzi, chiamò a raccolta ogni energia e disperatamente si diede da fare intorno alla chiave. Man mano che andava girandola, ballonzolava intorno alla serratura, e sorreggendosi con la bocca si appendeva alla chiave o, a seconda della necessità, la spingeva in giù con tutto il suo peso. Finalmente la serratura scattò all’indietro, con un suono nitido che fu per Gregor un vero richiamo alla realtà. «Non c’è stato bisogno del fabbro», pensò ripigliando fiato, e posò la testa sulla maniglia per aprire del tutto la porta. Dato che fu costretto ad aprirla così, l’aveva già dischiusa abbastanza largamente senza che nessuno l’avesse ancora scorto. Dovette girare adagio intorno al battente, mettendoci tutta la prudenza, per evitare di andare goffamente a gambe all’aria prima di entrare nell’altra stanza. Era ancora tutto impegnato in quel difficile movimento, nè aveva modo di preoccuparsi d’altro, quando udì un sonoro «oh!», qualcosa di simile a un sibilo di vento, uscir di bocca al procuratore; e poi subito lo vide, lui che era il più vicino all’uscio, premersi la mano contro la bocca aperta e lentamente indietreggiare, come spinto da una forza invisibile e graduale. La mamma - che nonostante la presenza del procuratore portava ancora i capelli sciolti, alla guisa notturna, e tutti irti - guardò il padre giungendo le mani, fece due passi in direzione di Gregor e infine cadde, mentre le gonne le si sparpagliavano intorno, il volto invisibilmente sprofondato nel seno. Il padre strinse il pugno con aria irata, quasi volesse ricacciare Gregor nella sua stanza, si guardò attorno incerto nel tinello, si coprì gli occhi con le due mani e scoppiò in un pianto che gli squassava il petto possente. Gregor non entrò nella stanza, ma si appoggiò al lato interno del battente fissato al suolo, in modo da lasciar scorgere solo una metà del corpo e, sopra di esso, la testa piegata, con la quale guardava gli altri. Nel frattempo l’aria si era fatta molto più chiara; sull’altro lato della via si vedeva distintamente un tratto dell’interminabile fabbricato color nerofumo - era una clinica - con le finestre che, rigide e regolari, ne tagliavano la facciata; continuava a piovere, ma solo a grosse gocce, visibili una ad una e che si spiaccicavano al suolo distintamente. La tavola era coperta di ogni genere di stoviglie per la colazione: questa per il babbo era il pasto più importante della giornata, ed egli soleva prolungarla per ore nella lettura di vari giornali. Proprio sulla parete di fronte era appesa una fotografia di Gregor in servizio militare: vestito da sottotenente, con una mano sullo spadino, sorrideva spensierato e pareva esigere rispetto per il suo portamento e la sua uniforme. L’uscio verso l’anticamera era spalancato, e poiché era aperta anche la porta di casa, si scorgeva il pianerottolo e l’inizio della scala che conduceva in basso.
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