CAPITOLO 1-2

2023 Mots
Avevo sentito un forte rumore provenire dallo studio e mi ero precipitata nella stanza di mio padre con un brutto presentimento. Lo avevo trovato accasciato alla scrivania, con accanto un laconico biglietto, dove aveva scritto solo una parola: “Perdonatemi”. Non ero riuscita a versare una lacrima. Mia madre non sembrava neanche troppo dispiaciuta della perdita, anzi forse per lei era stata una liberazione. Sentivo il bisogno di parlare con qualcuno che non fosse mia madre, con qualcuno che mi comprendesse, e l’unico che poteva farlo era Stefano. Lo avevo raggiunto nel suo Studio Veterinario, alla periferia di Jesi e solo tra le sue braccia ero riuscita a dare sfogo a tutte le mie lacrime. «Ho sofferto troppo in questi ultimi anni, ho visto troppo male intorno a me e vorrei rimediare impegnandomi in un lavoro che sia utile a qualcuno e, nello stesso tempo, che sia di mia soddisfazione personale. Dammi tu un consiglio, ti prego!» Lui mi aveva sorriso, cercando di asciugare le mie lacrime. «Ti sei diplomata da poco con il massimo dei voti, hai una buona conoscenza di psicologia e sociologia, in più adori gli animali, i cani in particolare. Se può interessarti, un mio cliente, un sovrintendente della Polizia di Stato, mi ha esposto giusto qualche giorno fa un progetto per la realizzazione di un’unità cinofila dipendente dalla Questura di Ancona. In attesa che arrivino i fondi e le attrezzature, gli è stato assegnato un Pastore Tedesco, da utilizzare come cane antidroga al porto. Perché non provi la carriera in Polizia? Ti ci vedo bene! Poi, una volta entrata, avrai la possibilità di far valere le tue qualità di esperta cinofila. Io sono qui e ti aiuterò sempre quando ne avrai bisogno!» Al momento, avevo giudicato l’idea un po’ bizzarra, ma poi, considerando anche che non mi ritenevo donna dal matrimonio, data la pessima esperienza di quello dei miei genitori, pochi giorni dopo mi ero presentata in Questura ad Ancona e avevo compilato la domanda di ammissione al corso per allievi agenti. Terminato il corso, la carriera non sarebbe stata facile come credevo. Era trascorso diverso tempo prima di essere chiamata in forza e, nel frattempo, mi ero iscritta alla facoltà di Giurisprudenza a Macerata, dedicandomi soprattutto alla criminologia. Non ero riuscita ad affrontare neanche un esame, in quanto alfine era giunta la lettera di assunzione con la qualifica di agente scelto, di stanza presso la Questura di Ancona. All’inizio sembrava che a nessuno interessasse delle mie qualità di criminologa e delle mie doti nel saper lavorare con i cani. Passavo lunghe giornate a bordo delle volanti per le strade della città, fermando auto ai posti di blocco o arrestando ubriachi, drogati e prostitute. Di certo non era il lavoro che mi ero aspettata e inoltre, finito il turno, ero talmente esausta che era impensabile mettersi sui libri per riprendere lo studio. Ma non abbassavo la guardia e cercavo sempre l’occasione per dimostrare ai miei superiori le mie vere capacità. Dopo un paio di anni di servizio, l’avanzamento al grado di sovrintendente era automatico e così si era aperta per me la possibilità di seguire i colleghi ispettori in qualche indagine. L’idea di un gruppo cinofilo dipendente dalla Questura di Ancona era stata invece monopolizzata da un collega, il sovrintendente Carli, distaccato al porto, dove quest’ultimo non faceva altro che far fiutare qualche turista di passaggio dal suo Pastore Tedesco, così da sfilare di tanto in tanto, al malcapitato di turno, pochi grammi di droga dalle mutande. Ma la droga vera, quella che sapevamo benissimo transitare a chili attraverso il porto di Ancona, non l’aveva mai intercettata. Finalmente, un giorno si presentò la mia grande occasione. Insieme all’ispettore Ennio Santinelli, un tipo in gamba, ma a cui mancava quella marcia in più che serve a distinguersi dagli altri, stavo indagando su un traffico di cani rubati, che secondo noi venivano esportati all’estero, dopo essere stati ripuliti dell’eventuale tatuaggio. Secondo il collega erano per lo più cani da caccia che poi avevano mercato in Grecia, Albania e Turchia. Secondo me c’era dell’altro, anche perché spesso si trattava di cani meticci e di tutte le età, anche anziani. Avevo interpellato Stefano e anche a lui, come veterinario, la cosa non quadrava troppo. «Se si vuol speculare con traffici internazionali di cani, o sono cani da caccia di alta genealogia e giovani, o sono cani addestrati al combattimento. Qui c’è qualcosa che non torna» mi aveva detto al telefono. Una mattina di marzo era giunto in centrale un fax dalla Greca. Un’associazione animalista segnalava che a Patrasso, a bordo un traghetto destinato ad Ancona, era stato imbarcato un TIR, che ufficialmente trasportava cavalli. Ma, in mezzo agli equini, c’erano almeno un centinaio di cani trasportati in condizioni disumane. Il sovrintendente Carli quel giorno non era in servizio e l’ispettore Santinelli, un po’ per il freddo pungente della mattinata, un po’ perché non voleva invadere il campo del collega, era restio ad avviarsi verso il porto. «Non credo che questa cosa c’interessi più di tanto» aveva detto Santinelli. «Vai tu, Caterina, a dare un’occhiata e, se lo ritieni necessario, fai intervenire il Servizio veterinario pubblico.» Giunta alla banchina dove era attraccato il traghetto proveniente dalla Grecia, avevo subito notato un bel trambusto d’animalisti, che reclamavano il sequestro immediato degli animali. D’altra parte, il capitano del traghetto sosteneva che a bordo, come da convenzioni internazionali, le autorità italiane non potevano intervenire e lui aveva ricevuto un messaggio dall’armatore greco di non far sbarcare il TIR, che avrebbe fatto ritorno a Patrasso. Tutto ciò mi convinceva sempre di più che mi trovavo in presenza di un losco traffico. Avevo chiesto i documenti del TIR, il piano di viaggio e i documenti accompagnatori degli animali. Camion, motrice e rimorchio, provenivano dalla Turchia e avevano come destinazione finale Hannover. Dai documenti di trasporto, risultava che il mezzo doveva trasportare solo cavalli destinati alla macellazione. Cercando di esprimermi in lingua inglese con l’autista greco, ero riuscita a carpirgli l’informazione che, in mezzo ai cavalli, venivano trasportati anche alcuni cani. Mi aveva mostrato alcuni certificati sanitari, attestanti la vaccinazione antirabbica e altri trattamenti, ma che, scritti in greco, erano ben poco comprensibili. L’autista asseriva di avere una quarantina di cani a bordo, mentre gli animalisti sostenevano ce ne fossero almeno un centinaio. Avrei voluto far sbarcare il camion per controllarlo con calma, ma il capitano della nave continuava a opporsi. Avevo bisogno di uno stratagemma. Avevo afferrato il cellulare e, anche se a quei tempi le tariffe di telefonia mobile fossero ancora molto salate, avevo chiamato Stefano, che mi aveva fornito la dritta. «Se gli animali sono in viaggio da più di 24 ore, per il loro benessere e per le vigenti leggi internazionali, devono essere abbeverati, alimentati e fatti riposare, quindi imponiti sul capitano e fai sbarcare il TIR. Vedrai che non potrà rifiutarsi. Se non si attenesse alle regole, infatti, rischierebbe di perdere il suo ben retribuito lavoro.» Il capitano aveva minacciato che, in seguito, avrebbe protestato ufficialmente, ma al momento aveva fatto sbarcare il camion. Al suo interno, in effetti, c’erano pochi cavalli e tantissimi cani. Avevo chiamato subito l’ispettore Santinelli e il magistrato di turno, perché avevo intenzione di porre sotto sequestro l’intero carico. Avevo ottenuto ciò, superando la riluttanza del collega e del magistrato, che erano davvero inquieti, in quanto si sarebbe dovuto trovare un posto adeguato per ricoverare tutti gli animali. Quando ero riuscita a controllare i cani, centodue all’appello finale, mi aveva colpito il fatto che erano tutti cani di media taglia, tutti meticci e tutti con groppe dalla muscolatura prominente. Perché no? pensai tra me e me. Potrebbero aver trovato un modo per contrabbandare qualcosa infilandola nel sottocute di questi poveri animali! Ma come faccio a spiegarlo ai miei superiori? E qui era intervenuto Stefano, ancora una volta, con il suo prezioso aiuto. Avevo provveduto a far sistemare i cavalli nella stalla di un suo amico e i cani in un moderno canile, costruito da poco, che lui seguiva dal punto di vista sanitario. Il canile era dotato di un’attrezzatissima infermeria, dove Stefano eseguiva interventi di pronto soccorso su cani feriti. La dotazione prevedeva anche un ecografo, usato per diagnosticare le gravidanze delle fattrici ospitate. Bisognava agire in fretta, perché già si stavano muovendo avvocati di fama internazionale per ottenere il dissequestro degli animali, e ciò faceva aumentare ancor di più i sospetti e le ipotesi di traffici illeciti. Anche il collega Carli stava facendo fuoco e fiamme, perché avevamo invaso il terreno di sua competenza. Invocava conoscenze importanti nelle alte sfere, addirittura al Ministero degli Interni, ed esigeva che il caso fosse ricondotto a lui. Non appena tosato il pelo del cane, ci eravamo accorti che l’animale presentava una cicatrice lineare su ognuno dei due lati, a fianco della colonna vertebrale lombare. «Proviamo a fare qualche ecografia alle groppe di questi cani» mi aveva detto Stefano, carezzando con affetto una di quelle simpatiche bestiole. «Sono cicatrici perfette. Non sembrano tagli chirurgici, perché non si evidenziano i segni trasversali dei punti di sutura. Ma un chirurgo che sa lavorare bene, eseguendo una particolare sutura sottocutanea, può ottenere cicatrici estetiche come queste. Io stesso non saprei far di meglio.» Poi aveva appoggiato la sonda dell’ecografo sulla parte interessata. «C’è una densità anomala del tessuto sottocutaneo. Direi di portare alcuni di questi cani in sala chirurgica per andare a vedere che cosa si nasconde sotto le cicatrici.» Aveva anestetizzato un cane, preparando chirurgicamente la zona anatomica individuata e tagliando proprio sopra la cicatrice. Sporco di sangue, aveva estratto un involucro ben sigillato, che in trasparenza mostrava una polvere bianca. Di certo non era né farina, né zucchero. «Droga» avevo affermato. «Con tutta probabilità cocaina o eroina, proveniente dall’Afghanistan e destinata alla Germania attraverso la Turchia, la Grecia, l’Italia e l’Austria. Hanno inventato un bel trucco ma, secondo me, qualcuno che conosco glielo ha suggerito. I cani antidroga sentono solo l’odore di altri loro simili e la droga in dogana non viene scoperta. L’intervento chirurgico viene effettuato all’origine, quindi si aspetta che le ferite cicatrizzino e il pelo degli animali ricresca. Ma poi, all’arrivo, questi animali magari vengono massacrati, addirittura uccisi, pur di tirarne fuori il prezioso contenuto.» Avevo informato della scoperta il magistrato, il quale aveva disposto che gli animali fossero operati in condizioni sicure, asportando il contenuto in droga, e poi fossero curati a dovere. In seguito si sarebbero potuti cedere in affido a persone di buon cuore. Stefano, nella sua clinica, si era adoperato giorno e notte per intervenire su tutti i cani, concedendosi poche ore di riposo e sapendo che non avrebbe visto neanche un centesimo alla fine del lavoro. Ma, pur di assicurarmi un successo, avrebbe fatto questo e altro. Alla fine ci eravamo ritrovati con duecentoquattro sacchetti, contenenti ognuno mezzo chilo di droga, che il laboratorio della scientifica aveva confermato essere eroina pura. Un valore di centotrenta miliardi delle allora vecchie Lire (all’incirca sessanta milioni di Euro). Avevamo scoperto anche che il sovrintendente Carli era invischiato nella storia fino al collo, arrestandolo per favoreggiamento. A quel punto l’indagine passava per competenza all’Interpol, che avrebbe cercato di individuare la rete di narcotrafficanti, a partire da tutti gli elementi da noi messi a disposizione. Qualche giorno dopo, il questore mi aveva convocato nel suo ufficio per le congratulazioni di rito. «Complimenti, Ruggeri! Grazie al suo intuito, abbiamo eseguito un gran bel lavoro e al Ministero si sono complimentati con noi. Ho già firmato la proposta per il suo avanzamento di grado a Ispettore Capo. Inoltre, abbiamo anche scoperto che Carli stava facendo di tutto per insabbiare le proposte e i fondi che arrivavano dal Ministero per il progetto delle unità cinofile. Ora che Carli non c’è più, proporrò che la responsabilità del progetto passi direttamente sotto la sua direzione. Potrà disporre dei fondi come meglio crede, decidere come costruire la struttura, ma soprattutto scegliere i cani e gli uomini. Da parte mia la proposta è di lasciare il porto alla Guardia di Finanza, che già controlla la dogana, mentre noi avremo uno spazio tutto nostro presso l’aeroporto Raffaello Sanzio, che dall’anno 2000 sarà potenziato. Che ne dice?»
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