VI. Alle sette Sofia entrò in camera mia per vestirmi e la mia toilette fu lunga, tanto lunga che il signor Rochester, impaziente del mio ritardo, mandò a domandare perché io non scendevo. Sofia stava appuntandomi il velo in testa, il semplice velo di tulle; fuggii dalle sue mani appena potei. — Fermatevi, guardatevi allo specchio, — mi disse, — non vi avete gettato neppure una occhiata. Tornai verso lo specchio e vidi una donna velata, che mi somigliava così poco, che mi parve un’estranea. — Jane! — sentii chiamare, e scesi. Fui ricevuta dal signor Rochester in fondo alla scala. — Perché tardate tanto! Io ardo d’impazienza e voi mi fate aspettare, — mi disse. Allora mi condusse nella sala da pranzo e mi esaminò attentamente e mi dichiarò che ero bella come un giglio e non solo l’o


