Capitolo 6-1

2001 Mots
Capitolo 6 Inverno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna Umar chiuse la porta spazientito. Le richieste della povera ragazza cristiana, che pure si era umiliata al punto di baciargli i piedi, vennero perciò interrotte definitivamente. «Non ho tempo per gli scocciatori. Se si ripresenta, cacciatela!» ordinò alla solita donna della servitù che in un primo momento le aveva aperto. I singhiozzi disperati del pianto di Apollonia dall’altro lato della porta vennero ignorati con ancor più facilità delle richieste verbali di poco prima. Nadira se n’era stata in un angolo buio della stanza d’ingresso, intenta ad osservare la scena che si stava consumando sull’uscio di casa, ma ora che la porta era stata chiusa, tagliando la voce e le speranze alla povera ragazza di fuori, si avvicinò al fratello e gli disse arrabbiata: «Non bastava la vergogna con cui ti stai già coprendo?» E lui, estremamente infastidito dal giudizio della sorella, già in collera per la discussione del pomeriggio e per il fatto che sua madre fosse intervenuta in difesa della figlia, minacciò: «Bada, Nadira… bada… bada che non ti mandi dal tuo Qā’id su di una lettiga!» «Me ne andrò felice dal “mio Qā’id”, pur di non vederti più!» «Perché non te ne andasti allora quando venne a chiedere la tua mano? Mi pare che lui volesse portarti al suo palazzo già il giorno dopo.» rispose Umar, indicando col dito in alto verso la direzione di Qasr Yanna, sede del palazzo di ibn al-Ḥawwās. «Perché richiesi di poter aspettare che tua moglie partorisse, così da vedere il tuo terzo figlio.» «Come se Ghadda avesse bisogno di una ragazzina dalla testa montata per essere aiutata nella sua gravidanza…» «Non hai preso neppure un capello di nostro padre...» rispose Nadira, che dunque, avvicinandosi un altro po’, gli puntò il dito in faccia e proseguì: «Sei un ingrato… con me come con quei poveri contadini che servono questa casa da che sono nati. Se non lo fossi non avresti ignorato quella disgraziata che ancora piange dietro la nostra porta.» Il richiamo del muezzin allora si levò alto per tutto il Rabaḍ; l’ultimo raggio di sole era scomparso dietro al monte di Qasr Yanna. «È una disgraziata, hai detto bene, e sempre lo sarà… Spiegami perché devi prendere tanto a cuore questa cosa.» «Perché se tu fossi stato legato a quel palo, io mi sarei gettata ai piedi del tuo aguzzino con ancor meno dignità della ragazza cristiana.» Detto questo Nadira scoppiò in lacrime, ma pure continuò, mentre Umar si trovava spiazzato da quell’inaspettata dichiarazione di devozione nei suoi confronti. «E mi chiedi perché ho chiesto al Qā’id di aspettarmi per tre mesi...» Tuttavia Umar si fece serio e raccolse in sé tutta la forza che aveva per mostrarsi duro. «Tu e i tuoi pianti, Nadira. Non riuscirai ad impietosirmi!» «Mi chiedo quanto ti dispiaccia che ci vedremo solo se Allah vorrà d’ora in avanti.» «Spero allora che Allah accolga la mia richiesta di tenerti lontana.» Nadira prese a piangere più forte e, battendogli sul petto, urlò: «Non sei nulla, Umar… nulla… e forse se sarai finalmente qualcosa sarà solo grazie a me!» Umar, che non poteva sopportare quelle parole che come lame ferivano il suo orgoglio, le mollò uno schiaffo e le disse: «Non senti che è l’ora della ṣalāt del tramonto? Va’ a purificarti prima che la notte arrivi completamente.» «E tu va’ a lavarti pure l’anima!» Si lasciarono frettolosamente, ognuno per le sue camere, arrabbiati e in collera l’uno con l’altra. Quando Umar finì la sua preghiera rimase pensieroso e si sedette sul suo letto, rimuginando su quello schiaffo dato in preda all’ira. «Cos’è successo poco fa sulla porta? Ti ho sentito litigare durante l’adhān 34 .» domandò Ghadda, venendosi a sedere accanto mentre si teneva il grosso pancione. «Mia sorella mi manda in bestia! Da quando il Qā’id ha chiesto la sua mano non fa altro che criticare il mio operato.» «E tu, Umar, non fai altro che provocarla… Da che vivo sotto questo tetto non avevo mai visto nessuno legato al palo del cortile. Non sarà che da quando il Qā’id ha chiesto la mano di Nadira tu ci tieni a ribadire chi comanda in questa casa e sull’intero villaggio? Tutti parlano di tua sorella, molto più di quanto lo abbiano mai fatto di te. Ma in fondo, mio amato, voi due siete uguali… testardi e sempre pronti ad imporre la propria parola sull’altro. Per di più siete cambiati entrambi da quel giorno… lei si è montata la testa, ma tu hai smarrito la via di tuo padre. Manca anche a me l’Umar che conoscevo.» «Vorresti insinuare che io sia geloso di Nadira? Che io tema di perdere il ruolo di persona più importante di questa casa?» «Non solo della casa, ma dell’intero Rabaḍ.» «Io geloso di Nadira; che sciocchezze!» concluse Umar, ridendo nervosamente nel tentativo di nascondere il suo disagio di fronte a quella verità che anche una parte di sé sapeva essere esatta. «Padrone, la sentinella sul terrazzo chiede di parlarvi.» interruppe una serva da dietro la porta della stanza. Umar quindi si alzò e ringraziò la fortuna, dal momento che lo stava liberando da quel discorso scomodo. Ghadda allora lo trattenne per un braccio e gli disse: «Ti ho mancato di rispetto?» Ma lui le si avvicinò e, addolcendo l’espressione, la baciò sulla fronte. Copertosi capo e spalle con una larga sciarpa di pelo di cammello, Umar uscì da casa. Stava per recarsi lì dove partivano le scale per il terrazzo quando vide che la guardia preposta al controllo del condannato le stava dando di santa ragione alla ragazza cristiana. Questa era stata atterrata al suolo, ed ora, a capo scoperto, si parava il volto e gridava, mentre quell’altro gliele dava con la stessa corda con cui il giorno prima era stato colpito Corrado. Proprio Corrado, invece, permaneva nel suo stato di incoscienza. Umar si fermò e, avendo fresche in mente le parole di sua moglie, come se volesse dimostrare a sé stesso che non fosse geloso di nessuno, ordinò alla guardia: «Idris, lascia perdere quella povera disgraziata!» «Ma Umar, sono tre volte che le dico di non avvicinarsi al ragazzo... E poco fa ha approfittato della ṣalāt del tramonto per rifarlo!» «Va bene… ma non toccarla! Piuttosto mandala a casa.» A questo punto Apollonia si sollevò un po’, restando comunque piegata sulle sue gambe e seduta sui suoi talloni. «Fammi restare almeno dentro il cortile. Me ne starò buona vicino al muretto.» lo pregò piena di lacrime. «Fa’ come ti pare!» la liquidò Umar, spazientito di averla ancora tra i piedi. Salito sul terrazzo, la sentinella indirizzò subito la sua attenzione sulle ultime curve della strada proveniente da Qasr Yanna, proprio a pochi passi dal Rabaḍ. «Vengono da questa parte tre uomini a cavallo.» «A quest’ora? Saranno viandanti che hanno sbagliato strada. Potevano passare la notte a Qasr Yanna però… Perché mettersi in viaggio col buio e con questo freddo?» «Il cielo è terso stanotte, temo che scenderà il gelo.» Umar pensò un attimo al prigioniero, ma poi rivolse nuovamente l’attenzione a quei forestieri in avvicinamento. «Umar, a giudicare da quelli che mi sembrano drappeggi, almeno uno di quei cavalieri dev’essere qualcuno di importante.» «Hai fatto bene ad avvertirmi, Mezyan. Se è qualcuno di importante è giusto che conosca la mia ospitalità.» Umar scese giù sul cortile e quindi, guardando Corrado, fece alla guardia: «Idris, dopo l’adhān della notte aspetta un paio d’ore e poi lascialo andare.» Quell’altro in risposta chinò il capo, assentendo. Dopo le ultime considerazioni meteorologiche, Umar avrebbe voluto liberare Corrado già subito, ma ritenne che dare a vedere una manifestazione di potere di tale portata dinanzi a quei forestieri avrebbe giovato alla sua reputazione. L’esattore del Qā’id li attese quindi sull’ingresso e li vide arrivare mentre gli ultimi bagliori di luce sparivano ad ovest. Come aveva visto bene la sentinella sul terrazzo, uno dei tre vestiva finemente; per certo era un nobile. Umar si rese immediatamente conto che la stirpe dei tre non era berbera, ma forse araba. D’altronde, oltre l’aspetto, poco o niente distingueva un uomo di origine berbera da uno di stirpe araba, se non l’uso della lingua berbera come idioma parlato in famiglia accanto all’arabo e i rimasugli di una cultura antica ed estranea al mondo islamico importato proprio dagli arabi. Quello che pareva essere un nobile portava un mantello con un cappuccio bianco, tutto finemente damascato; Umar non ne aveva mai visto uno simile. Scesero da cavallo e uno dei tre, ma non quello su cui era stata rivolta finora l’attenzione, disse: «Cerchiamo la casa di Umar ibn Fuad.» «Sono io Umar. Cosa posso fare per voi?» «Sapete chi avete davanti, Umar?» chiese sempre quello che parlava, riferendosi al tizio che accompagnavano. «Me lo direte al caldo del braciere.» Quindi disse al suo uomo nel cortile: «Idris, sistema queste cavalcature!» Umar li invitò quindi ad accomodarsi dentro. Non aveva idea di chi avesse davanti, ma non voleva dare l’impressione che la sua ospitalità si basasse sulle generalità dell’ospite. Comprendendo che comunque era al cospetto di un uomo dal lignaggio riguardevole, credette bene di accoglierlo in casa propria ancor prima che si presentasse. Nella solita stanza ben arredata di tappeti e cuscini, adesso con un braciere accesso al centro, Umar fece gli onori di casa dando il meglio di quello che aveva. Pensò di potersi fidare dei tre, dal momento che insieme ai mantelli e alle borse consegnarono alla servitù anche le spade senza che nessuno gliel'avesse suggerito. Adesso, alla luce del fuoco e dei lumi, Umar poteva osservarli meglio. L’uomo che sembrava essere il capo degli altri due aveva all’incirca quarant’anni, l’aspetto curato, il viso e il naso sottile; aveva inoltre l’aria di chi sa di valere a questo mondo. Parlava anche lentamente, chiudendo spesso gli occhi con fare saccente. Gli altri due erano vestiti tra loro quasi nella stessa maniera, con lunghe tuniche nere e calzoni bianchi, ma uno dei due portava un grosso medaglione d’oro al collo. Ognuno di fronte all’altro passarono lunghi minuti prima che qualcuno iniziasse a parlare. Poi Umar volle rompere il ghiaccio nel tentativo di capire se poteva cogliere un qualche affare: «Sei ricco! Cosa sei, un mercante di perle?» E quello, sorridendo, rispose: «I miei agenti quest’anno hanno fatto crescere notevolmente i miei guadagni proprio tramite il commercio delle perle.» «Avrei detto che tu che fossi un qā’id, se non fosse che un qā’id viaggerebbe con la scorta e con la corte.» «Salim, fratello… il mio nome è Salim.» «Bene, Salim… quale affare ti ha condotto in casa mia?» In realtà Umar avrebbe voluto chiedere come mai non fossero rimasti per la notte a Qasr Yanna invece di rimettersi in marcia al tramonto per fare pochissime miglia. Temette tuttavia che la sua domanda potesse essere mal interpretata, quasi come se stesse chiedendo loro perché non se n’erano rimasti a casa. «Quell’uomo che hai fatto legare a quel palo… è in vendita? Perché mi è sembrato di vedere un fisico eccezionale.» «Sei un mercante di schiavi dunque!» «Sono un uomo che cerca perle preziose tra il genere umano, fratello.» Immediatamente la mente di Umar venne sfiorata dal pensiero di vendere Corrado a quell’uomo. Poi rifletté che i cristiani del Rabaḍ non erano degli schiavi, pur se servivano la sua casa, e non poteva farsi padrone della loro vita. Quindi rispose: «Temo che al Rabaḍ non vi sia nessuna di queste perle. Qui ognuno coltiva la sua propria terra e prega tra le sue proprie mura… eccezion fatta per le quattro serve che governano questa casa.» «Eppure so che nascondi una perla di rara bellezza sotto questo tetto, e che non si tratta di una delle tue quattro serve.» Umar si fece serio e, avendo compreso che si riferisse a Nadira, rispose: «La perla a cui ti riferisci non è in vendita, né lo è mai stata.» «Eppure so che il Qā’id di Qasr Yanna si è affrettato a comprarla, fratello.» «Perciò comprenderai che genere di uomo la protegge…»
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