CAPITOLO 2
V
eronica guardò il posto in cui era stata portata. Non sapeva esattamente da quanto tempo fosse lì, ma erano passate parecchie ore dal momento in cui era stata avvicinata, suppose dall’oscurità che sembrava esistere attorno a lei. Non aveva idea di cosa stesse succedendo, sapeva solo che non era qualcosa di ordinario dal modo in cui era stata avvicinata nel parcheggio dell’azienda di suo padre.
Era uscita dal lavoro alle diciassette come al solito, si era diretta con tranquillità al parcheggio e, quando aveva aperto la portiera della sua auto, da un furgone parcheggiato accanto a lei erano scesi due uomini incappucciati che l’avevano afferrata, l’avevano caricata sul veicolo ed erano sfrecciati via.
«Fa’ la brava ragazza e collabora con noi. Se fai tutto quello che ti diremo, non ti succederà niente di male».
Uno degli uomini le aveva dato degli occhiali da sole e lei li aveva presi, sforzandosi di stare calma perché non voleva far vedere di star tremando. Non aveva visto niente davanti a sé mentre stava seduta tra loro. Gli occhiali erano troppo scuri perché riuscisse a vedere qualcosa. Riusciva solo a sentire il ronzio del veicolo e il respiro irregolare del criminale alla sua sinistra. Avevano proseguito in silenzio. Nulla era stato detto o chiesto.
Non le era sovvenuto che potesse essere qualche scherzo da parte del personale della fondazione, dato che l’approccio e l’atteggiamento che avevano mantenuto per tutto il tempo non sembravano amatoriali. E per nulla da amici o colleghi.
Uno di loro sembrava avere una pistola. Molte volte, mentre il veicolo passava sopra un’irregolarità dell’asfalto, l’aveva sentita premere contro le sue costole, ma in nessun momento aveva cercato di guardare da sotto i finti occhiali per vedere se si trattasse davvero di un’arma. Era rimasta immobile fino alla fine.
Un po’ più avanti, quando avevano rallentato e iniziato a sussurrare dentro il furgone, era riuscita a capire che stavano arrivando da qualche parte, in un luogo popolato. C’erano dei residenti lì. Aveva sentito odore di cibo. Un po’ più tardi, poco prima di arrivare, tutto si era rifatto silenzioso ed era riuscita a sentire solo i versi di alcuni animali notturni. Non appena il veicolo si era fermato, ne era stata fatta uscire in fretta. Uno degli uomini le aveva messo la mano sulla nuca, tenendole abbassata la testa in modo che non riuscisse a vedere altro che i propri piedi. Il pavimento piastrellato era stata una delle poche cose nel suo campo visivo. Poi l’avevano portata all’interno dell’edificio. Lì aveva notato che l’aria era più pulita e aveva un odore migliore, probabilmente c’erano delle donne nelle vicinanze. Tenuta da uno dei criminali, era stata guidata giù lungo una ripida scala che conduceva a un seminterrato. Riusciva a vedere solo i suoi piedi e a volte quelli di uno degli uomini che l’avevano rapita nel parcheggio. Indossava delle splendide scarpe nuove eleganti, probabilmente di cuoio e molto costose.
Non appena avevano smesso di camminare perché lui potesse aprire una porta, l’uomo aveva parlato: «Non abbiamo intenzione di farti del male. Collabora con noi e tutto finirà bene».
L’avvertimento le era stato dato quando le aveva lasciato andare il braccio e l’aveva lasciata immobile in mezzo al nulla, senza neppure un muro a cui appoggiarsi. Mentre se ne stava andando, si era girato verso di lei.
«Mettiti comoda, presto ti porteremo qualcosa da mangiare. Fa’ la cosa giusta e tutti vinceranno, soprattutto tu».
L’uomo aveva acceso la luce in fondo alle scale e se ne era andato.
Non appena Veronica aveva sentito il rumore della chiave che chiudeva la porta, si era tolta gli occhiali e si era guardata attorno con più calma. Quel posto era organizzato: un letto in un angolo, un tavolo con una sedia in un altro. C’erano anche un armadio per i vestiti e una libreria. Si avvicinò al primo incuriosita e scoprì che vi erano dei vestiti e due paia di scarpe all’interno. In uno dei cassetti c’erano biancheria della sua taglia e prodotti personali, cosa che non la sorprese più. Tutto sembrava essere stato preparato con precisione per lei. Nel cassetto successivo trovò un semplice congegno che poteva essere usato per ascoltare della musica. Di certo glielo avevano lasciato perché lo adoperasse.
In bagno erano esposti i prodotti essenziali per l’igiene, cosa che la calmò per qualche secondo. Almeno avrebbe avuto un qualche genere di dignità lì. L’ansia iniziò ad impadronirsi di lei per il fatto di non sapere cosa sarebbe successo dopo. L’unica certezza che aveva era che non sarebbe tornata a casa quella sera.
Dopo aver controllato il bagno, tornò nella stanza e vi rimase a lungo tentando di restare tranquilla. Nel silenzio di quel luogo estraneo ricordò suo padre. Un uomo forte e grande lavoratore, ma sapeva che la sua salute era stata cagionevole a lungo. Doveva essere devastato in quel momento. Da quando sua madre se ne era andata, abbandonandoli, non era più stato lo stesso. Si era dedicato interamente all’azienda e alla sua figlia piccola, e questo aveva creato un legame unico tra loro. Sperò che stesse venendo assistito da qualcuno in quel momento. Quell’assicurazione le sarebbe stata di grande conforto. Avrebbe potuto preoccuparsi dopo del resto.
Il ricordo di sua madre le tornò alla mente. Di rado si permetteva di ricordare la donna che l’aveva ceduta in cambio della libertà, lasciandosi alle spalle tutto ciò che aveva fatto parte del suo passato. Neppure la famiglia di Valquíria era stata informata di dove si trovasse negli ultimi quindici anni, e nelle occasioni in cui lei e suo padre avevano parlato con suo zio, l’unico parente che le facesse spesso visita e a cui sembrasse piacere, non avevano mai ottenuto molte informazioni utili, perciò avevano gradualmente messo da parte le domande e infine accettato l’assenza della loro rispettiva madre e moglie.
Non sapeva perché stesse ricordando il passato in quel momento. Forse perché stava provando la stessa sensazione di paura e di vuoto che aveva provato quando sua madre era andata via. Mettendosi la testa tra le gambe, si lasciò ricadere sul letto e rimase lì a fissare il soffitto senza nulla da fare o a cui pensare.
Più tardi, sentì una voce femminile, a conferma della sua supposizione che vi fosse una donna lì. Poi il silenzio si impossessò di nuovo del posto, fino a quando quella stessa donna giunse a portarle qualcosa da mangiare.
Dopo aver bussato, e prima di entrare, le disse: «Se non stai indossando una benda, mettila».
Veronica si guardò attorno e vide un panno nero appeso alla testiera del letto. Lo prese e si coprì gli occhi prima di informare la donna di essere pronta.
«Ce l’ho».
La donna entrò e le si avvicinò sistemando qualcosa su un piatto. Poi Veronica sentì che un liquido veniva versato in un bicchiere. Probabilmente succo di frutta, pensò quando sentì un lieve odore di fragola. Sorprendente come gli altri sensi diventino più acuti quando uno viene bloccato, rifletté in silenzio.
«Lascerò qui il tuo cibo», disse poi la donna.
Veronica attese di essere sola nella stanza, poi si tolse la benda dagli occhi., Probabilmente la donna non voleva che lei la vedesse.
Il pasto era composto di un bicchiere di succo di fragola e una generosa fetta di pizza con il salame. Non aveva affatto urgenza di bere o mangiare qualcosa, ma sapeva che sarebbe stato meglio farlo e mantenersi bene fisicamente. Né voleva creare una situazione tesa che potesse far agitare quelle persone. Non sapeva chi fossero o di cosa sarebbero state capaci se le avesse messe alla prova. Di una cosa era sicura: aveva bisogno di restare calma.
Dopo aver mangiato andò in bagno e si fece una doccia veloce nel tentativo di alleviare un po’ della tensione che provava nel corpo. Dopo aver finito ed essersi lavata i denti, tornò nella stanza dove il letto ordinato la aspettava. Si sedette e osservò le cose attorno a lei. Un senso di disagio si impossessò di lei. Quella situazione era troppo stressante e acuiva le sue emozioni. Per riuscire ad addormentarsi, si mise le cuffie al minimo del volume e si stese, stanca, cercando di scacciare via i fantasmi della paura e dell’ansia che la stavano tormentando.