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“Dopo quel primo incontro portai impresso nel cuore quello sguardo magnetico che per giorni cercai all’interno dell’Università, tra scale, aule e corridoi che setacciai sempre a testa alta, pronto a incrociare nuovamente quei due occhi ineguagliabili.
Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto e vissi quell’attesa preparandomi una serie di frasi a effetto da adoperare nel momento del fatidico incontro, un corredo di banalità che ovviamente rimasero nel cassetto delle intenzioni quando, dopo tanto vagare, me la trovai finalmente di fronte.
Era circondata, nell’atrio dell’Università, da alcune amiche e fu proprio in quell’occasione che venni a sapere il suo nome, carpendolo da quel dialogo in corso di svolgimento con le altre ragazze.
Naturalmente mi tenni a debita distanza, finsi di leggere uno dei libri che stavo preparando per l’esame successivo e attesi, in uno stato di totale agitazione interna, che lei rimanesse sola.
Il destino volle che le sue compagne di studi si allontanassero quando la ragazza si trovava ormai a pochi metri di distanza dal sottoscritto.
Noi due, il vuoto intorno e la mia incapacità di muovere un solo passo nella sua direzione.
Eppure non ero mai stato uno tanto timido con le ragazze, anche se a quei tempi i rituali di corteggiamento seguivano un iter piuttosto lento rispetto al modo di comunicare odierno.
Internet, le chat e gli sms erano ancora da inventare, tutto era diverso.
E come se fossero passati secoli, altro che una cinquantina d’anni.
Claudia chiuse un’agendina che stava consultando e si diresse verso l’uscita dell’edificio ed io seguii ogni suo passo.
Quando lei si fermò, esitante, mi ritrovai a meno di un paio di metri dalla sua figura esile e armoniosa.
Hai bisogno?, fu lei la prima a parlare, inaspettatamente.
Perché?, temporeggiai.
Avevo come l’impressione che mi stessi seguendo, colpito e affondato.
Chi, io?, domanda demente.
Sì, non vedo nessun altro qua intorno, ma scusami se mi sono sbagliata.
No, è che mi sembrava di conoscerti, originalità zero.
Magari ci siamo incrociati durante qualche lezione, considerazione ovvia, ma che servì a scongelare parzialmente quella conversazione.
Probabile… Scusami ma non mi sono nemmeno presentato. Io sono Mario.
Piacere, Claudia.
Strinsi la sua mano per un intenso secondo, uno dei più lunghi secondi che ricordo di aver mai vissuto.
Stai preparando l’esame di Libertazzi anche tu?, quella domanda mi regalò un universo di speranze.
Sì, è un gran casino. Tra gli esami di Lettere forse è quello più complicato.
Se vuoi potremmo prepararlo insieme?
Rimasi lì, a bocca spalancata, in attesa che il mio cervello foraggiasse la parola, in un vuoto espressivo assolutamente imbarazzante.
Ma se preferisci studiare da solo per qualche motivo…
No, assolutamente. Quando si comincia?, lo dissi con tale entusiasmo che riuscii a strapparle una risata che mi inorgoglì.
Fissammo un appuntamento per il pomeriggio successivo in biblioteca, lei mi salutò e se ne andò lasciandosi alle spalle un uomo con il cuore allagato di felicità”.
“E poi?”, la domanda di Sergio Crema partì spontanea non appena il critico interruppe per qualche secondo il suo racconto.
“E poi è tardi”, questa volta il tono fu secco, senza tentennamenti.
“Mi scusi, capisco”.
“Mi costa già un po’ di fatica rivangare il passato, ma farlo tutto in una volta forse è davvero troppo. Se continueranno a prolungarsi ulteriormente i tempi della sua indagine magari ne potremo parlare di nuovo”.
Quell’”ulteriormente” aveva una connotazione leggermente polemica e segnò il ritorno di Mario Bernardini al suo consueto stato caratteriale.
“Non so cosa augurarmi allora…”.
“Mi scusi?”.
“Scherzo naturalmente. Quest’indagine ci sta mettendo in difficoltà, ma domani iniziamo a torchiare ufficialmente Giulio Bardi, non ha un alibi per la sera del delitto”.
“Ah...”, pieno di perplessità.
“Sì, lo so che lei non è convinto per nulla della sua colpevolezza, ma ha gravi indizi a suo carico”.
“Se farete un buco nell’acqua vi massacreranno. Giulio Bardi non sarà più sulla cresta dell’onda, ma è comunque molto conosciuto. Ha anche diversi amici tra i giornalisti da quanto ne so io”.
“La decisione ormai è stata presa. Verrà iscritto nel registro degli indagati”.
“In bocca al lupo allora. Adesso però posso tornare a dormire?”.
“Certo, ci sentiamo prossimamente”.
“Non troppo prossimamente, spero. Vorrei riposare almeno fino a domani mattina”.
“Buonanotte, allora”.
“Buonanotte”.
Il poliziotto, dopo quella conversazione, non ebbe nemmeno il tempo di riflettere perché un lamento, proveniente dalla camera dei bimbi, attirò la sua attenzione.
Il critico, invece, si alzò dalla poltrona, e scosse più volte il capo con un gesto traducibile in un “certo che il mondo è strano”.
Il lamento del bambino si trasformò in pianto e poi in urla disperate che il poliziotto provò a sedare cullando quella piccola peste.
Il critico, invece, tornò in camera da letto, abbandonò le ciabatte su un lato del letto, si infilò la giacca del pigiama perché iniziò a percepire una sensazione di freddo e, dopo aver ripensato per un’ultima volta, la milionesima, a quegli occhi azzurri, spense la luce.