Lo guardo senza riuscire a capire dalla sua espressione se stia scherzando o parli sul serio. Il gatto fa un giro intorno al vaso e scende dal tavolo senza alcun rumore. Si siede davanti alla porta chiusa. Steiner fa il gesto di afferrare le stampelle per alzarsi, ma lo precedo e apro al gatto: si vede che è arrivato il momento di una pausa-crocchette. Senza ringraziare sparisce di là. Torno a sedermi e incredula gli chiedo: “Agente...?”. “Segreto, sì come quelli dei film”. “Come sei stato tu tutta la vita e magari lo sei ancora adesso?”, faccio io per provocarlo. “Non dire scempiaggini!”, chiude lui un po’ troppo secco. Scempiaggini? Io non dico scempiaggini, o meglio, ne dirò anche, ma questa a me non la sembra proprio. Che poi ‘scempiaggini’ è una parola che detesto perché mi ricord

