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2107 Parole
5 Quel demone di mia moglie Quando Tom si svegliò, il sole era già tramontato dietro una spessa coltre di nubi, foriera di pioggia. Dalla finestra aperta entrava una brezza leggera, ma così gelida da farlo rabbrividire. Il tepore del letto, al contrario, era davvero piacevole perciò, anziché alzarsi, cercò a tentoni il lenzuolo. Alice doveva averlo tenuto tutto per sé, come faceva spesso… La successiva, lenta consapevolezza che lei, in realtà, non c’era più gli fece spalancare gli occhi in preda al terrore. Al dolore che, come veleno, ormai gli circolava in corpo. Il cuore prese a dolergli in una tale maniera che, se non avesse smesso, sarebbe stato costretto a strapparselo dal petto. La solitudine, con tutta la sua spietata tristezza, lo stritolava. Alice non era là con lui, non poteva, eppure continuava a cercarla dentro e intorno a sé, in quel luogo in cui si era appena destato, che era… Già, dov’era finito stavolta? Il passato? Il futuro? Oppure era rimasto nel presente, insieme ai suoi amici, a tentare di mettere in salvo le neonate? Una mano dalle dita affusolate tracciò un cerchio intorno al suo ombelico e, dopo essere risalita lungo gli addominali, gli stuzzicò un capezzolo. Tom rabbrividì ma, stavolta, non per il vento. L’istinto lo avvertì, facendogli rizzare i peli sulla nuca. Nessuno dei suoi amici avrebbe mai osato accarezzarlo così, quindi non era con loro. Quelle unghie ricurve, quel modo di graffiargli la pelle lungo le costole… Era sbagliato. Profondamente sbagliato. Anche l’odore pungente, così sgradevole, non gli era nuovo. Ma non poteva appartenere a chi credeva lui, non era possibile… O forse sì? Dov’era finito, in quale inferno, in quale aberrante aldilà? Era morto oppure no? Il panico gli serrò lo stomaco in una morsa feroce. Fuggi! gli gridò la mente, ma doveva essere cauto. Aprì e chiuse i pugni: le mani erano libere, poteva usarle per difendersi. I piedi? Si assicurò con un impercettibile movimento che lo fossero. Per sua fortuna, l’odiosa carezza terminò e, sollevato, richiuse gli occhi. Un incubo, ecco. Sì, stava ancora sognando. Presto si sarebbe svegliato e avrebbe scoperto cosa gli Dèi avevano deciso per lui. Lasciò che la brezza scivolasse sulla sua pelle, sperando che portasse via con sé quel terrore che, nonostante tutto, con il passare dei minuti gli rimaneva aggrappato. Quando, però, percepì una presenza reale che si muoveva accanto a lui, riaprì gli occhi di scatto. E non appena la mano di quell’essere disgustoso gli sfiorò il grembo nudo, in cerca di un’inesistente erezione, Tom sussultò. Si ribellò con ogni grammo di forza che avesse. In un rifiuto totale di ciò che i suoi sensi avevano percepito e riconosciuto, ma il suo cuore negava con ostinazione, si mise a scalciare con violenza. Voleva quella persona lontano da lui, dal suo corpo, dalle sue emozioni ancora fragili e indifese. Erano tutto ciò che gli restava di Alice e doveva proteggerle a ogni costo. Lo schianto fu quasi irreale. Riecheggiò in quella che scoprì essere una camera da letto come se vi fosse appena piombato dentro un treno in piena corsa. Un attimo dopo, un urlo disumano lo assordò, svegliando probabilmente anche l’intero vicinato. “Che cazzo… hai… nella testa?” gridò Lucinda, ansimando imbufalita. Oh, no. No, no, no! implorò Tom tra sé. Purtroppo per lui, quello non era un incubo, ma la realtà. Lo scenario peggiore, il più inquietante che potesse immaginare. Com’era possibile? Ricercò la donna con sguardo incerto, continuando a sperare di sbagliarsi. La trovò nuda, a terra, che si massaggiava un braccio. Lo fissava con gli occhi spalancati, inorridita, ma tenendo l’estremità della coda in su, puntata contro di lui. Nella massa riccia e corta di capelli corvini aveva dei pezzi di legno appuntiti, che sporgevano come corna. Una coincidenza veramente appropriata. “Sei viva” osservò. Non riuscì a mascherare il palese disprezzo nella propria voce. Lucinda, però, ci era abituata e lasciò perdere. A quanto pareva, in qualsiasi realtà si trovasse, la qualità del loro rapporto non variava mai. Ma quello cos’era, il nuovo futuro? Se sì, perché era finito proprio con lei? Come mai i suoi amici glielo avevano lasciato fare? Avrebbero dovuto chiuderlo in una grotta a essiccare lentamente, perché di sicuro lo avrebbe preferito allo stare con quel demone! Mentre lei si rimetteva in piedi, imprecando, Tom scorse ai piedi del letto degli abiti maschili. Poiché era nudo, allungò una mano e li indossò. Memore di vecchie esperienze, preferì non perderla di vista. Infatti, una volta che lei si fu accorta di ciò che stava facendo, i suoi occhi gialli lo trafissero, inducendolo a prendere le distanze. “Purtroppo per te, sì, sono viva! Certo che sei davvero fuori di testa! Aggredirmi così e per così poco… Dovresti vedere un medico!” “È la prima cosa che farò oggi” le assicurò, pensando appunto a Tiberius. Era sveglio da meno di un minuto e già l’ansia di sapere se il suo piano avesse avuto successo lo stava divorando. I peli sui suoi avambracci, però, erano ancora ritti. “Comunque, che ci fai qui?” “Come sarebbe? È l’ultima domenica del mese!” “Quindi?” ribatté, totalmente ignaro di cosa significasse. Lucinda incrociò le braccia sotto il piccolo seno a pera e tirò in su il mento, in una posa infantile che non le si addiceva e, anzi, la rendeva grottesca. “Il nostro accordo. Hai presente?” Affatto. Tom non ne aveva idea. Trovava già incredibile che lei fosse là, reale. “Rinfrescami la memoria.” Aggirò il letto e le si avvicinò, assumendo quell’atteggiamento minaccioso e arrogante che era solito avere con chiunque ritenesse un nemico. Lucinda, come da previsione, si spostò rapida verso una vicina poltrona. “Senti, non so a quale gioco tu stia giocando, ma un patto è un patto. Io ti resto lontana e lascio che tu viva la tua vita come preferisci, ma l’ultima domenica di ogni mese pretendo che adempi i tuoi doveri coniugali.” “Doveri… coniugali?” ripeté, sbigottito. Si guardò la mano, la sua fede nuziale, quella di Alice, era sparita. “Mi avevi dato la tua parola!” gridò lei, aggiungendo al suo tono di voce una nota isterica di finta disperazione. “Non puoi sempre sperare di cavartela con la scusa che sei stanco o che non ti va. Ora non posso neanche sfiorarti senza che mi scaraventi dall’altro lato della stanza… Con te è un’umiliazione continua! Maledetto il giorno in cui ti ho sposato!” Maledetto, davvero. Ecco spiegato dov’era: all’inferno, insieme alla creatura più odiosa che esistesse. “Perché l’hai fatto, allora?” “Cosa? Toccarti? Provare ad avere almeno una parvenza d’intimità con mio marito?” Le sue parole gli provocarono una nausea tremenda, ma la represse con uno sforzo di volontà. “Sposarmi. Perché lo hai fatto, sapendo che sarebbe andata a finire così, che io non ti avrei mai amato?” Quasi l’avesse colpita con uno schiaffo in pieno viso, Lucinda divenne paonazza. Compresse le labbra sforzandosi quanto lui di non dire la verità. Poi si voltò e con gesti astiosi si rivestì. Non che quello straccio corto e aderente, fatto di pelle rossa, potesse definirsi vestito, ma comunque a lui non importava. “Non è mai stata una questione d’amore, mio caro, e questo lo sai benissimo. Potere e politica sono ciò che ci legano, nel bene e nel male. Ma ti avverto, sono stufa di pescare sempre il bastoncino più corto. L’accordo deve essere vantaggioso per entrambi oppure non se ne fa più niente. Pensaci, prima che faccia scoppiare uno scandalo e mandi in fumo i tuoi sogni di gloria!” A passo di marcia sui suoi volgari trampoli dal tacco trasparente ancheggiò fino all’uscita e fece sbattere la porta da vera primadonna. Allibito, Tom crollò sul letto. Dovette stropicciarsi gli occhi e schiaffeggiarsi per capire se fosse sveglio oppure no. Ma lo era, non c’era dubbio. Non solo, ma pian piano i puntini iniziavano a collegarsi nella sua mente. L’appartamento gli era estraneo, quindi non c’era mai stato e questo significava, una volta di più, che quello non era il passato. Inoltre, gli abiti che indossava avevano un taglio decisamente moderno, seppure molto formali per i suoi gusti. Infine, ciliegina sulla torta, Lucinda era viva e vegeta. Pur con immensa repulsione, il risultato delle sue riflessioni fu chiaro e definitivo: era tornato nel futuro, malgrado non sapesse di preciso quando. Il problema era che, proprio come avevano temuto, non era lo stesso futuro che aveva abbandonato. A partire dal suo viaggio nel tempo, la realtà doveva essersi come biforcata e, in quella in cui adesso si ritrovava, aveva finito per sposarsi con quel demonio. Quella donna abominevole, volgare e malefica, che in passato aveva tentato di uccidere lui, sua moglie e i suoi amici. La stessa diabolica persona che aveva aiutato suo padre nei suoi folli piani di aberrazione genetica. Suo padre… Ecco quale doveva essere stato l’elemento decisivo! Se anche Aureliano era vivo, e non morto e sepolto come sperava, doveva essere riuscito a portare a termine il suo vecchio piano, quello di farlo sposare con Lucinda e renderlo un politico influente. Lucinda stessa, in effetti, aveva accennato qualcosa in proposito poco prima. Il che, però, significava che lui doveva aver rinunciato alla Legio X, in parte o del tutto, come suo padre desiderava da tanto. E che in questo futuro, in questa nuova linea temporale, lui non aveva mai conosciuto Alice. Perché era chiaro che, se ciò fosse accaduto, non avrebbe potuto sposare Lucinda, né aderire ai piani folli di Aureliano. Incontrarla aveva cambiato ogni cosa, a partire dal corso dei suoi pensieri, dalle sue emozioni più basilari fino al suo modo di concepire il tempo e la vita stessa. Si smarrì in un ricordo, quello dell’attimo in cui si era accorto di lei. Alice era in compagnia di Clara, annoiata e come avvolta da un’aura di solitudine. Proprio come lui. La sua risata improvvisa lo aveva colpito, annullando di colpo ogni altro suono in quel locale. Quando i suoi occhi si erano posati su di lei, era rimasto impietrito. Quella era proprio la donna che lo avrebbe ucciso. Finalmente, dopo secoli di ricerca, l’aveva trovata. Guarda un po’ che casualità, si era detto. Eppure… Nell’udire la sua voce allegra, mentre giocherellava con i capelli e osservava attorno a sé con curiosità, iniziò a dubitare che potesse essere la sua carnefice. Appariva innocua, per di più era umana, come poteva costituire una minaccia? Ma i loro sguardi si erano incrociati e l’impensabile era accaduto. L’aveva amata dal primo istante, dal primo, erratico battito di cuore. Il suo, il proprio, insieme. Uniti da qualcosa che anche adesso non poteva spiegare, se non con la più profonda, la più travolgente delle emozioni. Ebbe un violentissimo capogiro e la nausea divenne insopprimibile. Si sporse in avanti, convinto che avrebbe sputato fuori persino l’anima, ma non vomitò. Al contrario, dopo poco si accorse che, al di là del comprensibile stato confusionale dovuto all’estenuante viaggio temporale, il corpo reggeva. Di sicuro non c’era un altro Tom dentro di lui, e questo era già una consolazione. Il suo malessere era psicologico e non aveva più alcun rilevante fastidio, neanche sulla schiena. Allarmato, però, dalla prospettiva di aver perso qualcosa di più prezioso, corse nell’adiacente bagno e si ritolse la camicia. Si guardò allo specchio e fu sollevato nel constatare che i tatuaggi c’erano ancora. Inerti e nella forma usuale, ma erano intatti, gemma inclusa. Era una fortuna che Lucinda non li avesse visti o lo avrebbe sottoposto a un terzo grado! Tuttavia, se davvero lei era sua moglie, sarebbe tornata. Prima o poi, magari cogliendolo alla sprovvista come poco prima e trovandolo svestito, avrebbe notato qualcosa. Doveva sbarazzarsi di lei per evitare complicazioni. Era altrettanto importante capire dove si trovasse. In quale anno era finito, questa volta? Tornò nella camera da letto in cerca di altri indizi. Attraverso la finestra aperta, ammirò il panorama. Alla sua destra, così vicina che gli parve di poterla toccare, si trovava la guglia dell’Empire State Building e questo lo aiutò a stabilire che era a New York, ma ben lontano dal Campo, che era nel Queens. Non vide le due Torri gemelle e dedusse che l’attentato terroristico che le aveva abbattute si fosse già verificato. Non riusciva comunque a immaginare cosa lo avesse spinto a vivere in quell’appartamento. Forse il matrimonio-farsa con Lucinda. Oppure era un’abitazione secondaria, scelta per non portare quel demone nel quartier generale della Legio X, sebbene non fosse né segreto né così esclusivo. Gli Dèi soli sapevano quante donne Luke ci avesse portato…
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