Capitolo VII-2

2158 Parole
La generalessa uscì. Ganja, scombussolato, smarrito, rabbioso, prese il ritratto dal tavolo, e con un sorriso stentato si rivolse al principe: «Principe, adesso io vado a casa. Se voi non avete cambiato la vostra intenzione di abitare da noi, vi accompagno io, dato che voi non conoscete nemmeno l'indirizzo.» «Aspettate, principe» disse Aglaja alzandosi improvvisamente dalla poltrona, «dovete scrivermi qualcosa nell'album. Papà ha detto che siete un calligrafo. Ora ve lo porto...» e uscì. «Arrivederci, principe, vado via anch'io» disse Adelaida. Strinse fortemente la mano del principe, gli sorrise cortese e affabile e uscì. A Ganja non gettò neanche un'occhiata. «Siete stato voi» fece Ganja digrignando i denti, non appena tutte furono uscite, buttandosi improvvisamente sul principe, «siete stato voi a spifferare che mi sposo!» balbettò in fretta e sottovoce, col viso stravolto dall'ira e gli occhi scintillanti di rabbia, «chiacchierone senza vergogna!» «Vi assicuro che vi sbagliate» rispose il principe con tranquilla cortesia, «non sapevo nemmeno che vi sareste sposato.» «L'avete sentito prima, quando Ivan Fëdoroviè diceva che stasera si deciderà tutto da Nastas'ja Filippovna, e l'avete riferito! Mentite! Come avrebbero potuto saperlo! Chi, che il diavolo vi porti, avrebbe potuto dirlo se non voi? La vecchia non mi ha forse fatto un'allusione?» «Se vi pare che vi abbiano fatto un'allusione, fareste meglio a cercar di sapere chi ha potuto riferire; io non ho fatto neanche una parola al riguardo.» «Avete consegnato il biglietto? E la risposta?» lo interruppe Ganja con impazienza febbrile. In quello stesso momento, però, tornò Aglaja, e il principe non fece in tempo a rispondere. «Ecco, principe» disse Aglaja appoggiando il proprio album sul tavolino, «scegliete una pagina e scrivetemi qualcosa. Eccovi una penna, e ancora nuova. Non fa nulla se è d'acciaio? Ho sentito dire che i calligrafi non scrivono con penne d'acciaio.» Conversava col principe, e pareva non accorgersi che Ganja era lì. Ma mentre il principe aggiustava la penna, cercava una pagina e si preparava a scrivere, Ganja si avvicinò al caminetto dov'era Aglaja, proprio alla destra del principe, e con voce tremante e rotta le disse quasi all'orecchio: «Una parola, una parola sola da parte vostra, e io sono salvo.» Il principe si voltò rapidamente e li guardò entrambi. Sul viso di Ganja c'era una vera disperazione. Pareva che avesse pronunciato quelle parole senza riflettere, precipitosamente. Aglaja lo guardò per qualche secondo con lo stesso tranquillo stupore con cui prima aveva guardato il principe, e pareva che quel suo tranquillo stupore, quella perplessità, quasi di totale incomprensione di ciò che le veniva detto, fosse per Ganja, in quel momento, più terribile del più grande disprezzo. «Che cosa devo scrivere?» chiese il principe. «Ve lo detto subito» disse Aglaja rivolgendosi a lui, «siete pronto? Scrivete: “Io non mi presto a mercanteggiamenti». Adesso scrivete la data e il mese. Fate vedere.» Il principe le porse l'album. «Perfetto! Avete scritto splendidamente. Avete una scrittura prodigiosa! Vi ringrazio. Arrivederci, principe... Aspettate» aggiunse, come se d'improvviso si ricordasse qualcosa, «venite, voglio regalarvi una cosa per ricordo.» Il principe la seguì, ma, entrati in sala da pranzo, Aglaja si fermò. «Leggete questo» disse porgendogli il biglietto di Ganja. Il principe prese il biglietto, e guardò Aglaja incerto. «Io so bene che voi non l'avete letto, e non potete essere la persona di fiducia di quell'uomo. Leggetelo, voglio che lo leggiate.» Evidentemente il biglietto era stato scritto in fretta. “ Oggi si deciderà il mio destino, voi sapete in che modo. Oggi io dovrò dare la mia parola, irrevocabilmente. Non ho alcun diritto al vostro interessamento, non oso nutrire alcuna speranza, ma una volta voi avete pronunciato una parola, una parola sola, e quella parola ha illuminato tutta la nera notte della mia vita, ed è divenuta un faro per me. Dite ancora, adesso, una parola simile e mi salverete dalla rovina! Ditemi soltanto: manda a monte tutto, e io manderò tutto a monte oggi stesso. Oh, cosa vi costa dirlo! Con quella parola io chiedo soltanto un segno del vostro interessamento e della vostra compassione per me, e basta, basta! E nulla di più, nulla! Non oso nutrire alcuna speranza, perché non ne sono degno, ma dopo la vostra parola io accetterò nuovamente la mia miseria, sopporterò con gioia la mia situazione disperata. Affronterò la lotta, ne sarò contento, risorgerò in essa con nuove forze! “ Mandatemi questa parola di compassione (soltanto di compassione, ve lo giuro!). Non adiratevi per la sfacciataggine di un disperato, non adiratevi con uno che sta affogando, perché ha osato fare l'ultimo sforzo per salvarsi dalla rovina. G.I.” «Questo individuo mi assicura» disse Aglaja in tono tagliente quando il principe ebbe finito di leggere, «che dicendo “mandate a monte tutto» non mi comprometterebbe, e non mi impegnerebbe in nulla, e con questo biglietto me ne dà egli stesso, come vedete, garanzia scritta. Notate con quale ingenuità egli si è affrettato a sottolineare alcune paroline, e quanto grossolanamente traspare il suo pensiero segreto. Del resto egli sa che se mandasse a monte tutto, ma di sua iniziativa, senza aspettare una mia parola, anzi, senza nemmeno dirmelo, senza alcuna speranza nei miei confronti, allora forse io cambierei i miei sentimenti verso di lui, e forse gli diventerei amica. Egli lo sa di sicuro! Ma ha un'anima sozza: sa e tuttavia chiede una garanzia. Non è in grado di prendere una decisione sulla fiducia. Vuole che io, in cambio di centomila rubli, gli dia una speranza su di me. Quanto alla parola che è stata detta una volta, a cui egli accenna nel biglietto, e che gli avrebbe illuminato la vita, mente spudoratamente. Semplicemente, una volta mi ha fatto compassione. Ma lui è un insolente senza vergogna: subito, fin da allora, gli era balenato il pensiero di avere una speranza; io lo avevo capito immediatamente. Da allora ha preso ad irretirmi, e cerca di farlo tuttora. Basta così; prendete il biglietto e restituiteglielo, subito, appena sarete uscito da casa nostra, s'intende, non prima.» «E che risposta devo dargli?» «Nessuna, naturalmente. È la risposta migliore. Ma voi, allora, avete intenzione di vivere in casa sua?» «È stato proprio Ivan Fëdoroviè a raccomandarmelo, poco fa», disse il principe. «Allora, vi avverto, state in guardia da lui. Adesso non vi perdonerà che gli restituiate il biglietto.» Aglaja strinse leggermente la mano del principe e uscì. Il suo viso era serio e accigliato, e non sorrise nemmeno quando fece un cenno col capo al principe in segno d'addio. «Adesso prendo solo il mio fagottino» disse il principe a Ganja, «e poi usciamo.» Ganja batté il piede per l'impazienza. La faccia gli era diventata persino scura per la rabbia. Alla fine uscirono in strada, il principe con il suo fagottino in mano. «La risposta? La risposta?» lo assalì Ganja. «Che cosa vi ha detto? Le avete dato la lettera?» Il principe gli porse in silenzio il suo bigliettino. Ganja restò di stucco. «Come? Il mio biglietto!» gridò. «Non gliel'ha neanche consegnato! Oh, dovevo immaginarlo! Oh, m-m-maledetto... È logico che non abbia capito nulla, poco fa! Ma come, come, come avete potuto non consegnarglielo, oh m-m-maledetto...» «Scusatemi, al contrario, mi è stato possibile consegnare subito il vostro biglietto, non appena voi me l'avete dato, ed esattamente come mi avevate chiesto. Si trova di nuovo in mano mia perché Aglaja Ivanovna me l'ha appena restituito.» «Quando? Quando?» «Non appena ho finito di scrivere nell'album, quando mi ha invitato a andare con lei. (Avete sentito?) Siamo andati in sala da pranzo, lei mi ha dato il biglietto, e mi ha ordinato di leggerlo e di restituirvelo.» «Leg-ge-rlo!» proruppe Ganja quasi urlando. «Leggerlo! E voi l'avete letto?» E si fermò di nuovo, sbalordito, in mezzo al marciapiede, intontito a tal punto dallo stupore che aprì persino la bocca. «Sì, l'ho letto, proprio ora.» «E lei stessa, lei stessa ve l'ha dato da leggere? Lei stessa?» «Lei stessa, e, credetemi, non l'avrei letto senza il suo invito.» Ganja tacque per un minuto facendo sforzi per capirci qualcosa, e d'un tratto esclamò: «Non può essere! Lei non può avervi ordinato di leggerlo, Voi mentite! Siete stato voi a leggerlo!» «Io dico la verità» rispose il principe con lo stesso tono assolutamente imperturbabile di prima, «e credetemi: mi dispiace molto che questo produca su di voi un'impressione tanto spiacevole.» «Ma, disgraziato, almeno lei vi ha detto qualcosa? Avrà pur risposto qualcosa.» «Sì, naturalmente.» «E allora parlate, parlate, al diavolo!...» E Ganja per due volte batté sul marciapiede il piede destro, calzato con la galoscia. «Non appena ho finito di leggerlo, lei mi ha detto che voi cercate di irretirla, che voi vorreste comprometterla, in modo da ottenere da lei una speranza, e appoggiandovi a questa speranza, lasciar perdere senza rimetterci l'altra speranza di centomila rubli. Che se faceste ciò senza mercanteggiare con lei, se mandaste tutto a monte di vostra iniziativa, senza chiederle in anticipo una garanzia, lei forse vi diventerebbe amica. Mi pare che sia tutto. Ah sì, c'è un'altra cosa: quando ho chiesto, dopo aver preso il biglietto, che risposta c'era, lei mi ha detto che nessuna risposta sarebbe stata la risposta migliore. Sì, mi pare che abbia detto così. Scusate se ho dimenticato l'espressione esatta da lei usata, vi riferisco come ho capito.» Una rabbia incommensurabile s'impadronì di Ganja, e il suo furore esplose senza alcun ritegno. «Ah! È così allora!» fece digrignando i denti. «Così i miei biglietti si gettano dalla finestra! Ah! Lei non si presta a mercanteggiamenti? E allora mi ci presterò io! La vedremo! Ho ancora molto da... La vedremo!... Ci penserò io a ridurla all'obbedienza!...» Era fuori di sé, pallido, schiumante di rabbia, e minacciava col pugno. Fecero così qualche passo. Non si faceva alcun riguardo del principe, proprio come se fosse solo nella propria stanza, poiché lo considerava meno di zero. D'un tratto però rifletté su qualcosa e si riprese. «Ma in che modo» si rivolse d'un tratto al principe, «in che modo voi (un idiota! - aggiunse fra sé), siete entrato improvvisamente tanto in confidenza, appena due ore dopo che avevate fatto conoscenza? Come si spiega?» A tutti i suoi tormenti non mancava che l'invidia, e questa lo morse d'un tratto proprio nel cuore. «Questo non sono davvero in grado di spiegarvelo» rispose il principe. Ganja lo guardò con livore. «Non sarà stato per farvi dono della sua fiducia che vi ha chiamato in sala da pranzo. Infatti si accingeva a regalarvi qualcosa, non è vero?» «Non posso comprendere la cosa che esattamente così.» «Ma perché mai, che il diavolo mi porti! Che cosa avete fatto di straordinario, là dentro?! Per qual motivo siete piaciuto? Ascoltate» disse affannandosi oltre misura (tutto in lui, in quel momento, era come sconnesso e ribolliva in disordine, tanto che egli non riusciva a raccogliere i propri pensieri), «ascoltate, non potete in qualche modo ricordare e riferire in ordine di che avete parlato là, tutte le parole, fin dall'inizio? Non avete notato qualche cosa, non vi ricordate?» «Posso benissimo» rispose il principe. «Fin dall'inizio, quando sono entrato e ho fatto conoscenza, abbiamo cominciato a parlare della Svizzera.» «Be', al diavolo la Svizzera!» «Poi della pena di morte...» «Della pena di morte?» «Sì, a proposito di una certa cosa... Poi ho raccontato di come ho vissuto là tre anni, e anche una storia con una povera contadina...» «Al diavolo anche la povera contadina! Andate avanti!» sbottò impazientemente Ganja. «Poi di come Schneider mi abbia espresso la propria opinione sul mio carattere e mi abbia costretto...» «Che Schneider sprofondi, io ci sputo sulla sua opinione! Avanti!» «Poi, per un certo motivo, ho cominciato a parlare dei visi, cioè dell'espressione dei visi, e ho detto che Aglaja Ivanovna è bella quasi come Nastas'ja Filippovna. È stato lì che m'è scappato detto del ritratto...» «Ma voi non avete ripetuto, non avete ripetuto quello che avevate sentito prima nello studio? No? No?» «Ve lo ripeto, no.» «Ma allora, da dove diavolo... Bah! Aglaja non ha mostrato il biglietto alla vecchia?» «Quanto a questo, posso garantirvi pienamente che non gliel'ha mostrato. Io sono stato lì tutto il tempo, e poi non ne avrebbe avuto il tempo.» «Ma forse voi non avete notato qualcosa... Oh! Idiota m-m-maledetto» esclamò ormai completamente fuori di sé, «e non è neanche capace di raccontare nulla!» Ganja, avendo cominciato a ingiuriare e non incontrando resistenza, un po' per volta aveva perso ogni ritegno, come succede sempre con certe persone. Ancora un po' e, forse, avrebbe cominciato a sputargli in faccia, tanto ormai era furioso. Ma era proprio quel furore ad accecarlo, altrimenti da un pezzo ormai avrebbe notato che quell'”idiota” che egli trattava in quel modo a volte sapeva comprendere tutto con molta prontezza e finezza, e sapeva riferirlo in modo straordinariamente soddisfacente. Ma d'un tratto avvenne qualcosa di inaspettato. «Devo farvi notare, Gavrila Ardalionoviè» disse d'un tratto il principe, «che io prima ero effettivamente così malato che in realtà ero quasi un idiota, ma adesso sono guarito da un pezzo, e perciò mi riesce alquanto sgradito quando mi dicono idiota in faccia. Anche se vi si può scusare, considerando le vostre disavventure, voi nella vostra stizza mi avete insultato per ben due volte. Questo mi dispiace molto, soprattutto così, improvvisamente, come fate voi, fin dalla prima volta che ci incontriamo, e siccome adesso ci troviamo a un incrocio, è meglio che ci lasciamo. Voi andrete a destra, a casa vostra, e io a sinistra. Ho venticinque rubli, e troverò certamente qualche camera ammobiliata.» Ganja rimase terribilmente confuso, e arrossì anche per la vergogna. «Scusate, principe» esclamò con calore cambiando improvvisamente quel tono offensivo in straordinaria cortesia, «per amor di Dio, scusatemi! Vedete qual è la mia disgrazia! Voi non sapete ancora quasi nulla, ma se sapeste tutto, allora probabilmente mi scusereste almeno un po', sebbene, s'intende, io non sia perdonabile...» «Oh, non è necessario che mi facciate tante scuse» si affrettò a rispondere il principe, «io capisco che siate tanto contrariato, ed è per questo che offendete. Be', andiamo a casa vostra. Verrò con piacere...» «No, in questo momento non posso lasciarlo andare via così» pensava tra sé Ganja guardando con livore il principe durante il cammino, «questo imbroglione mi ha tirato fuori tutto e poi, d'un tratto, ha buttato via la maschera... Questo deve voler dire qualcosa. Ma la vedremo! Tutto si risolverà, tutto, tutto! Oggi stesso!» Stavano ormai davanti a casa.
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