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1702 Parole
6A me piace la guerra A me piace la guerra Da quando sono nato, io sono in guerra con la vita e non ho mai avuto la minima intenzione di fare la pace. Certo, conduco una guerra a modo mio, di retrovia, forse più simile a un ripiegamento che a un attacco, ma non ho mai accettato nessun armistizio con la condizione biologica in cui mi hanno ficcato. E neppure con i miei simili, che hanno sempre avuto la capacità di infastidirmi, fin dai primi anni. Ma non mi hanno mai catturato, non sono mai riusciti a farmi fare una sola delle cose che impongono ai loro prigionieri, per costringerli a stare insieme: a scuola, l’ho già detto, ho fatto scena muta; fallito l’esperimento della scuola hanno cercato di imprigionarmi in qualche posto di lavoro, ma io non ci sono cascato, non ho mai lavorato; hanno cercato di vendermi qualcosa, a domicilio, ma siccome non ho mai avuto soldi non ho mai potuto comprare niente; poi sono venuti i vigili a dirmi che ci vuole una casa, ma io, nisba, niente casa, sono rimasto nella mia cascina cadente e loro non sono più tornati; e quindi niente bollette, niente antifurto, niente vicini petulanti; poi, niente famiglia, figli, mamma, papà e tragedie simili; niente anagrafe, niente indirizzo, niente cartella elettorale. E niente telefono, non so se mi spiego. Sono in guerra e ci sto bene. Sto alla larga dagli umani e ci sto bene. Sì, ho una macchina, un vecchio Fiorino, ed è proprio a causa di quella che ho passato i miei guai con la polizia (anche se grazie a loro ho conosciuto Ribò). Insomma, io sono e resto in guerra. La pace, se devo dirla tutta, non l’ho mai cercata, e credo proprio che non possa esistere. Io sono in guerra, sempre, con tutti e con tutto, tutti i giorni, perché tutti i giorni c’è qualcuno o qualcosa che cerca di ostacolare i miei sani e innocenti desideri, che si riducono poi a bere come un grizzly e a trombare come un bonobo. Dico la mia: chi parla di pace o mente o è scemo. C’è solo la guerra. La più famosa è quella che si fa con i carri armati e con le bombe, ma poi c’è la guerra tra genitori e figli, la guerra per i soldi, la guerra con i vicini di casa, la guerra perché non riesci a ottenere quello che vorresti, la guerra dei pasticci nelle cose d’amore (con tante brave puttane che ci sono qui, chissà poi perché tanti soffrono per amore...), la guerra con te stesso, che vorresti essere diverso e invece sei schifoso, avaro e peloso, la guerra per il parcheggio, la guerra con il capufficio, e allora, chiamala guerra, chiamalo conflitto, chiamalo come vuoi, ma conviene mettersi il cuore in pace, paradossalmente, e accettare l’idea che esiste soltanto la guerra e cominciare subito a tenere lontano i bipedi con un bel forcone. Penso alla mia guerra con l’acqua, io sono in guerra non solo con gli esseri umani, ma anche con le cose, s’intende, mentre esco ancora bagnato dalla pensione Uomo Peloso, dopo aver pagato con il grano della pazza a cui ho dipinto quel maledetto quadro del Carpaccio sulla parete di casa sua, in via Monferrato. Già, tutto è cominciato da lei. Magra come una bic, ma soltanto un po’ più flessuosa e mobile. Se ne è arrivata bella bella fino alla mia tana cadente in un pomeriggio di pioggia marzolina. “Scusi, lei è il signor Cardo?” ha bisbigliato, cacciando la testa nel cavo senza vetro della porta d’ingresso e girando lo sguardo qua e là, gettando l’occhio sul pallet materassato, sui cartoni appoggiati alle pareti dove butto giù prove di colore, sugli stracci che ingombrano da sempre il pavimento. L’ho fatta entrare, anche se ero già concentrato sul progetto di scaraventarmi sul materasso e lavorare seriamente al mio secondo obiettivo giornaliero, dato che il primo era stato da poco concluso, come testimoniava la bottiglia vuota. Esultante, sorridente, e con gli occhi spalancati che occupavano la metà della sua faccia ossuta, la bic ha preso una sedia e tutto in un fiato mi ha detto che avrebbe voluto che dipingessi per lei una riproduzione di un famoso quadro, ha aggiunto che aveva sentito parlare di me da un tale a cui avevo dipinto un trompe-l’oeil in casa e che costui le aveva detto che abitavo in una cascina abbandonata, da qualche parte intorno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi e nulla più. Con queste poche informazioni – potenza del passaparola – aveva battuto tutta la zona nei giorni precedenti, podere dopo podere, cascina dopo cascina, senza risultato, ignorando soltanto il mio rudere, perché le era sembrato davvero impossibile che qualcuno potesse vivere in un tugurio di quella fatta. Poi, per scrupolo, l’indomani, che sarebbe oggi, aveva provato ad avanzare oltre l’arco cadente di questa bicocca terremotata, aveva attraversato il cortile ingombro di aratri rugginosi e finalmente mi aveva trovato. “E dunque” ha concluso, unendo le mani e flettendosi da un lato come se stesse per cadere addormentata, “eccomi qui. Il quadro da riprodurre è il famoso Sant’Agostino nello studio di Vittore Carpaccio, la parete è di nove metri quadrati. Se le va bene, mi faccia un preventivo... Ah, io mi chiamo Raffaella, insegno storia dell’arte al Gioberti”. L’ho guardata senza espressione, e poi, non so nemmeno io se per trattare o per farla smammare, ho detto: “Io non so se... Certo, è un lavorone... Comunque, per far due conti... Nove metri quadrati... Il colore, il tempo... Sarebbero duemila euro, più i pasti, vino compreso, per tutto il tempo che sono lì, in casa tua... Scusa se ti do del tu, ma sbaglio i verbi quando uso il lei... E questo quadro famoso, come hai detto? Canovaccio?”. “Non conosci il Carpaccio?” ha gridato lei, trasformando i suoi occhi in due oblò. “Mai sentito... Carpaccio... Una volta un fesso mi ha detto di averlo mangiato, al ristorante... Ma se è un pittore, caschi male. Non lo conosco. Né lui, né gli altri, stai pur certa. Io non so niente di quelle cose lì. Io guardo una foto, un disegno, quel che vuoi e te lo copio uguale uguale sul muro. Fine. Stop. Che sia una foto di Moana Pozzi o una riproduzione di Van Gogh, per me è uguale; anzi, meglio Moana Pozzi”. Insomma, una settimana dopo ero a casa di Raffaella, in via Monferrato, dietro la Gran Madre, a riprodurre su una parete il santo che scrive, con lei sempre intorno, un passo avanti e due indietro per vedere i dettagli e l’effetto generale, ma non mi dava fastidio, osservava, scrutava, si piegava da un lato, e mi lasciava fare. Ogni tanto mi chiedeva di ritoccare un dettaglio che secondo lei era venuto male: il cagnolino le sembrava troppo poco spettinato rispetto all’originale; la pagina svolazzante del libro aperto sulla panca forse era venuta un po’ troppo rigida; la clessidra, che secondo lei non era abbastanza trasparente... Tutte vaccate che ho fatto finta di correggere tanto per farla contenta e che invece ho lasciato proprio così com’erano. “Sai che la tua è una via straordinaria?” le ho detto il secondo giorno di lavoro, “ci sono due vinerie nel giro di trecento metri. E io ho trascorso più di trenta anni senza saperlo”. Certo, una strada con due vinerie è una cosa importante, un luogo da tenere sempre a mente e ottimo per andarci ad abitare, ma questo vale solo per Torino, perché qui a Venezia il numero delle vinerie è infinito. Ho ancora i miei cenci bagnati, dopo l’orribile doccia, e però sono già nel primo bacaro, come li chiamano loro, qui, in calle Giacinto Gallina, da Alberto, a buttare giù un’ombra accompagnata da un meso oveto e da una sarda fritta. Credo proprio che non esista nulla al mondo di più bello di un bacaro: fuori, una saggia botte e una lanterna accesa invitano alla sosta; dentro, il bancone ospita cicheti di ogni tipo, folpeti, polpettine di tonno, sarde in saor, mozzarelle fritte con l’acciuga, tutto in porzioni da singolo boccone, mentre l’oste mesce ombre che corrono veloci dal piano di vetro alla gola degli avventori, signori allegri che si salutano con voci sonore e donne vivaci con il carrello della spesa appoggiato alle gambe. Ecco, in posti così potrei tentare accordi di pace con la vita. Ma uno mica si può accontentare di un bacaro. Ne devo girare almeno otto se voglio arrivare in stazione cotto, stasera, ben brasato, rotondo e cionco, io. Nemmeno una cellula del mio schifoso organismo dovrà ricordare di avere incontrato tutta quell’acqua, nelle ultime ore. E Venezia è l’unica città al mondo in cui la bilancia della giustizia sbronzesca sia esibita con così formidabile evidenza: all’acqua dei canali fa da contrappeso, in ugual volume, il vino ingurgitato dai veneziani e dai turisti più saggi. Raffaella, prima che partissi per Venezia, mi ha regalato un prezioso volumetto dal titolo Andar per ombre, dove sono indicati tutti i migliori bacari di Venezia, con tanto di cartine per trovarli facilmente, nell’intrico di calli. Sì, perché è stata lei a volere a tutti i costi che venissi a Venezia a rendere omaggio al Carpaccio, a vedere quel suo amato Sant’Agostino nello studio che avevo copiato così bene in casa sua, partendo da una diapositiva proiettata sul muro. “Ti pago io il viaggio e la permanenza” aveva detto, “ma devi andare, te lo meriti, perché hai fatto una copia perfetta. Hai fatto di me la persona più felice del mondo. Voglio che tu vada a Venezia, in calle Furlan, alla Scuola degli Schiavoni a vedere l’originale. E mentre sei lì ti puoi fare il giro delle osterie. Tieni questo librino, vedrai che ti piaceranno, i bacari”. E come facevo a rifiutare? Così, sono arrivato a Venezia due giorni fa, con in mano il mio bel librino. E ho cominciato subito il pellegrinaggio, ignorando, come è ovvio, l’impegno preso con Raffaella: ho bevuto il merlot ai Do Mori, ho tracannato il teroldego alla Vedova, ho trincato la ribolla al Bancogiro, ho ingollato il prosecco al Botegon, ho scolato il raboso all’Aciugheta, e tanti saluti al Carpaccio e a Sant’Agostino... E poi però, ieri pomeriggio, per la prima volta in tutta la mia sgangherata vita si è affacciato in me un sentimento nuovo, che potrebbe somigliare a quello che molti chiamano senso del dovere, un senso ignoto, per me, che però mi ha spinto, recalcitrante, a vedere quel dannatissimo quadro, giusto per onorare la generosità di Raffaella. Non l’avessi mai fatto...
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