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1004 Parole
8Il miracolo della porta Non vedo l’ora di avere la dentiera. Tu devi davvero essere scemo, dirà qualcuno. E invece no, o forse sì, sono scemo, ma non per la questione della dentiera. Quella è una bella pensata. Il fatto è che io, quando mi sveglio, ho fame. Fin qui tutto normale, lo so. Così, prima ancora di aprire gli occhi di solito allungo il braccio e cerco a tentoni, sul pavimento, un avanzo di pane, mezza mela, una banana o un qualsiasi frammento di quanto ho avanzato dal precedente pasto (sì, io non mangio seduto al tavolo, ma sdraiato sul materasso, che grazie alla mia innata capacità di sintesi riesce a diventare di volta in volta camera da letto o sala da pranzo). Però mi ha sempre dato fastidio, al mattino, il gesto di portare il cibo alla bocca, nel dormiveglia, e cominciare a masticare. E allora, mi sono detto, pensa che figata se avessi la dentiera: prima di addormentarmi, la sera, o la notte, me la sfilo dalla bocca, la appoggio lì, sul foglio di giornale che mi fa da comodino e da tovaglia, e le piazzo fra i denti un bel pezzo di pane e salame, così che sia bella e pronta. Poi, quando mi sveglio, mi basta infilare la dentiera e dar di mandibola in maniera quasi automatica, come se fosse lei, la dentiera, a occuparsi della mia nutrizione. Un solo gesto circolare, sapiente... Naturalmente, io non penso con le parole, ma solo con le immagini. E la scena del mio risveglio con a fianco la dentiera già fornita di panino o di croissant fra i denti mi fa soffocare dalle risate, mentre me ne sto stravaccato sul pallet, nudo come una pesca sciroppata, a godermi il placido sfinimento che mi invade sempre dopo il rapido ma maestoso (o meglio dire pomposo?) lavoro di Angela, e mentre aspetto che la sera si divori l’ultimo chiarore che mi arriva dal cortile degli attrezzi agricoli. Fra qualche minuto, quando il buio sarà padrone del mondo, andrò a sbattermi alla bettola dell’Angolo, qui, sul tratto finale del viale di Stupinigi, a mangiare gorgonzola e a bere barbera del pintone con Aldo, il pappone di Angela, che mi aspetta per giocare a carte. Aldo è uno a posto, è senza denti e parla solo piemontese, ma soprattutto non mena mai la sua donna, e a fine lavoro le chiede i soldi dicendo per piasì, per piacere... Insomma, Aldo è un uomo di altri tempi. Del resto, anche Angela è una puttana d’altri tempi, niente droga, igiene scrupolosa, prima e dopo, prezzi giusti (mica ho dato tutti i soldi a Ribò, mi sono tenuto un po’ di euro per le prime necessità). Ah, Angela. Sì, è vecchia, ha quasi quarant’anni, ma è sana, vecchia ma sana... Comunque c’è tempo per andarmi a storpiare con il vino. Per adesso me ne sto qui, nella penombra, a sentire la terra girare. Sono tre giorni che aspetto notizie di Ribò. Comincio a credere di essermi fidato un po’ troppo del mio istinto e del suo senso dell’amicizia. Forse ha dimenticato la mia storia, oppure l’ha trovata così insulsa da non meritare attenzione e fra un giorno o due telefonerà alla bettola dell’Angolo per restituirmi i soldi... Ma poi, in fondo, che cosa mi importa di quella faccia da pompelmo che sta all’ingresso del museo, a Venezia? Sì, è vero, ha cercato di uccidermi, e dunque avrei tutte le mie buone ragioni per incazzarmi, lo so, ma come? Polizia, carabinieri e altre divise, manco a parlarne, perché dopo due minuti sarei io il colpevole. Mi è già successo mille volte, mi fermano, e quando vedono che ho i vestiti lerci e laceri, che sono pieno di macchie di colore, che ho le unghie nere e i denti gialli, che mi crescono due o tre peli di barba fra le cicatrici lasciate in dono dall’acne, che ho i capelli a ciuffi isolati per via dell’alopecia, ecco che cominciano a insospettirsi. Una volta ho detto a uno di loro che potevano chiedere referenze ad Angela, ma quando hanno saputo che batteva lì dietro, tra il muro della Palazzina di Caccia e il campo di granturco, si sono messi a ridere. Quindi, va da sé, niente autorità. Potrei tornare da lui, dal Pompelmo, e saltargli al collo... Ma io non sono mai stato capace nel corpo a corpo. Sì, sono in guerra, ma sono disarmato, e perciò ho poche risorse per l’attacco diretto. E poi, se lui, il Pompelmo nega tutto? Quali prove ho che ci sia davvero un legame fra lui e il mio rapimento? Forse lui non c’entra niente, forse mi hanno steso e buttato a mare scambiandomi per un altro... Non so, non ci capisco più niente, mi gira già la testa. Io non sono nato per ragionare, non ce la faccio. Dopo due pensieri di fila mi sento svenire. Basta, meglio lasciar perdere, dimenticare tutto e andare a bere. Nel buio, mi infilo a memoria calzoni, canottiera e scarpe slacciate, mi isso dal materasso e cammino a memoria verso la porta. Ma quando cerco di appoggiare la mano sulla maniglia, ecco che la presa mi sfugge, il pomolo arretra come se vivesse di vita propria e la porta si apre da sola. Ammirato dalla forza del mio pensiero, di cui ignoravo il potere, accetto senza farmi troppe domande il miracolo della porta magica, con gli occhi spalancati sulla tenebra della sera, ma non ho il tempo di apprezzare il fenomeno in tutta la sua grandezza, né di posare il dito sull’interruttore per accendere la lampadina che pende triste e polverosa dal soffitto, perché proprio lì, davanti a me, con una mano appoggiata al pomolo esterno, intravedo la figura di uno spilungone, più scura e compatta del buio, una figura di cui non riesco nemmeno a scorgere la faccia, tanto il suo pugno è veloce nel raggiungere la mia. Sicché io, per la proprietà commutativa del cazzotto, perdo i sensi, mentre mi dico che se continua così, con un diretto a settimana (inteso come pugno, non come treno), la dentiera la metto il mese prossimo...
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