II.

1141 Parole
II.Quattro anni dopo la terribile scena, vale a dire nel maggio del 1816, il capitano Felipone era divenuto colonnello e sposo della signora Hélène de Kergaz. Egli abitava, durante l’estate, un bel podere dall’aspetto signorile in Bretagna, al limite estremo del dipartimento di Finistère. Kerloven, così si chiamava, era una proprietà di famiglia che il colonnello Armand de Kergaz aveva legato alla propria moglie. Era situato in riva al mare, in cima a una scogliera, e verso terra dominava una leggiadra valle della Bretagna, coperta di rosee brughiere e cinta da grandi boscaglie. Nulla di più selvaggio e di più pittoresco, di più isolato e più grazioso di questo vecchio castello feudale, completamente restaurato all’interno secondo il gusto del secolo, grazie alla fortuna immensa del colonnello Felipone, e conservante all’esterno il poetico manto della sua vetustà. Un gran parco con olmi secolari circondava il castello da oriente a occidente; la facciata era flagellata dal mare, quel mare oleoso e grigiastro che rode eternamente con le impetuose tempeste le coste della Bretagna. Una piattaforma, la cui costruzione risaliva ai tempi delle crociate, si stendeva da questo lato e dall’una all’altra torre. Il vecchio oceano muggiva alle sue falde parecchie centinaia di piedi più sotto. Il colonnello era giunto a Kerloven, sul finire d’aprile, con la moglie, ch’era al termine d’una gravidanza – primo frutto del suo nuovo matrimonio –, e con un bimbo di cinque anni circa, il quale si chiamava Armand, come il padre, lo sventurato colonnello degli ussari assassinato da Felipone. Quest’ultimo era stato nominato conte sotto la Restaurazione, cosicché la vedova del signor de Kergaz, un nobile d’antica data, aveva conservato il titolo di contessa. Il conte – così chiameremo ormai Felipone – occupava il tempo cacciando nei dintorni, e aveva stretto relazione coi nobilotti suoi vicini. La contessa invece viveva in un assoluto ritiro. Coloro che in passato avevano conosciuto alla corte dell’imperatore Napoleone la bella e brillante Hélène de Kergaz, avrebbero penato a ravvisarla in quella donna pallida e desolata, dallo sguardo abbattuto, dal triste e fiacco incesso, dal sorriso malinconico e rassegnato. Quattr’anni prima, la signora de Kergaz, da parecchi mesi in preda a un’incertezza mortale sulla sorte di suo marito, aveva visto entrare in casa sua, una mattina, il capitano Felipone vestito di nero. Com’è noto, costui aveva amato Hélène, riuscendo però a ispirarle un’avversione profonda verso un uomo del quale ella indovinò istintivamente il carattere doppio e perverso. Più volte, dopo il suo matrimonio, lei aveva cercato d’aprire gli occhi al signor de Kergaz; sfortunatamente il colonnello nutriva per il capitano una cieca e inalterabile affezione. Alla vista del capitano, la contessa aveva lanciato un grido presentendo una sventura. Felipone le si era avvicinato lentamente, prendendo le sue mani e dicendole, intanto che asciugava una finta lacrima: «Dio è stato severo con noi, signora: ci ha tolto, a voi, lo sposo; a me, l’amico. Piangiamo insieme». Soltanto parecchi giorni più tardi la vedova sventurata lesse il testamento di suo marito, nel quale l’insensato la supplicava di dare un secondo padre al loro pargoletto. Ma l’avversione della contessa per Felipone era così grande ch’ella gli rifiutò la propria mano. Il capitano era docile e paziente; finse meraviglia per il desiderio dell’amico defunto, e si disse indegno d’occupare il suo posto. Sollecitò l’umile favore di rimanere il semplice protettore, l’amico devoto della povera vedova, il tutore dell’orfanello. E per tre anni, quest’uomo rappresentò così bene la sua parte, si mostrò tanto affettuoso, buono, pieno d’abnegazione, che riuscì a disarmare la contessa, la quale credette d’essersi ingannata e d’averlo mal giudicato. Giunsero i rovesci dell’Impero, e la signora de Kergaz, plebea di nascita, già moglie di un ufficiale di Napoleone, fu oggetto di persecuzione, e vide l’isolamento terribile della vedova che deve al figlio le proprie cure. Felipone, divenuto cortigiano, aveva molto credito a corte, e poteva influire molto sull’avvenire dell’orfano. Questa considerazione trionfò in suo favore, e la contessa, cedendo alle sue proposte, lo sposò. Ma, cosa strana, aveva appena legato la sua esistenza a quella dell’uomo, che si ravvivò nel suo cuore la primitiva avversione, e il colonnello, raggiunto lo scopo, credette inutile continuare la commedia d’una lunga e paziente ipocrisia. Il suo carattere tortuoso, selvaggio e vendicativo prese il sopravvento, e pareva volesse vendicarsi dei primi rifiuti di Hélène. Cominciò allora per la povera donna quella vita d’isolamento e di lacrime, la quale nascondeva i suoi misteri sotto la tirannide coniugale. Felipone le sorrideva in pubblico, mentre nella vita intima era il suo carnefice. Il miserabile inventò torture inaudite per la donna che aveva avuto fede in lui durante un giorno solo. Il suo odio geloso comprese perfino il fanciullo, che gli ricordava il primo marito della contessa, e quando quest’ultima stava per divenir madre, il capitano intavolò un calcolo infame. “Se Armand morisse”, si diceva, “mio figlio erediterebbe un’immensa fortuna… Ed è facile che un bimbo di quattro anni muoia”. Con tale pensiero il conte Felipone era andato a Kerloven, dove la contessa, divorando in segreto le lacrime, consacrava la sua vita al fanciulletto, intanto che il marito conduceva la bella vita. Una sera – sul finire di maggio – ella aveva lasciato Armand a giocare sulla piattaforma, e, dominata da un prepotente bisogno di raccoglimento e di preghiera, s’era ritirata nella sua stanza inginocchiandosi davanti a un Cristo d’avorio. Pregò a lungo, e intanto cadde la notte, una notte nebulosa e cupa, come sono così frequenti nella vecchia Bretagna. Il vento soffiava impetuoso dal mare, e i flutti agitati rumoreggiavano in fondo alla scogliera. La contessa pensò al figliolo e, assalita da un sinistro presentimento, stava per uscire dalla camera per chiamarlo, quando entrò suo marito in completo arnese da caccia. Costui aveva cacciato tutto il giorno nei boschi vicini, e sembrava giungesse proprio allora. Vedendolo, la contessa sentì raddoppiarsi l’angoscia che le stringeva il cuore. «Dov’è dunque Armand?», gli chiese con vivacità. «Stavo per chiedervelo», rispose tranquillamente il conte, «sono sorpreso di non vederlo vicino a voi». «Armand! Armand!», gridò la contessa trasalendo al suono di quella voce ipocrita e aprendo la finestra che guardava sulla piattaforma. «Armand! Armand!», replicò lei angosciosamente non udendo risposta. Perdurò il silenzio. Una lampada posata sopra una mensola rischiarava imperfettamente la vasta sala nella quale s’erano conservate le vecchie tappezzerie, le seggiole di quercia annerita, e la sua impronta di vetustà. Tuttavia un raggio illuminò la fronte abbronzata del colonnello, e parve alla contessa coperta d’un livido pallore. «Marito mio!», ripeté ella ansiosamente, «che avete fatto di mio figlio?». «Io?», chiese il conte con un lieve tremito, che non sfuggì alla madre inquieta: «io non l’ho visto vostro figlio: smonto or ora da cavallo», continuò recuperando l’accento consueto. Ma la contessa si lanciò fuori della camera agitata dai più tristi pensieri, e chiamando: «Armand! Armand! Dov’è Armand?».
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI