IV.La contessa era uscita precipitosamente dalla camera chiamando suo figlio con quanta più voce aveva in gola, e il marito l’aveva seguita manifestando viva inquietudine, poiché il bimbo soleva tornar dalla madre dopo essersi divertito. Le grida della signora echeggiarono per tutto il castello. Accorsero i servi, ma nessuno aveva visto Armand dopo che la madre l’aveva lasciato sulla piattaforma. Si esplorò il castello, il giardino, il parco: ma il fanciullo non c’era. Due ore passarono in queste inutili ricerche. La contessa, smarrita, si contorceva per la disperazione, e pareva volesse scrutare sino in fondo il cuore di Felipone, che lei considerava già come l’assassino di suo figlio. Ma costui rappresentava così bene la sua parte, c’era nella sua voce e nei suoi gesti tanta afflizione, tanta ingenua e disperata sorpresa, che la madre credette di cedere all’antica e insuperabile avversione. Tutto a un tratto giunse un domestico con un cappellino del bimbo in mano, ornato d’una bianca piuma e cadutogli sull’orlo della piattaforma durante il sonno.
«Ah! Lo sventurato!», esclamò Felipone con un tono che ingannò la povera madre, «si sarà arrampicato sul parapetto…».
Mentre la contessa indietreggiava, spaventata da quelle parole e dalla vista di quell’oggetto che ne confermava la triste verità, comparve sulla soglia un uomo, alla cui vista il conte Felipone allibì e sobbalzò colpito da stupore.