I
Sode, vacche e stupide. Per fortuna ci sono loro quando la ruota gira storta. Dio benedica le puttane.
Aspanu guidava gasato. I neuroni andavano a mille. Era soddisfatto del nuovo acquisto. Le ragazze non si spazientivano e facevano faville con le sopite passioni degli allupati maschi di provincia. Nelle ultime settimane la voce s’era allargata in tutta la Montanvalle e gli affari marciavano a passo di carica. Ogni mondo paese era e niente attizzava come la trippa fresca.
Alla guida del suo fuoristrada, il pappone si godeva la frescura della notte. Tuonò e un lampo spaccò il cielo, illuminandolo di blu.
Pioverà, si disse.
Il pick-up gli si parò di fronte all’improvviso e i pensieri di Aspanu schizzarono fuori dal finestrino. Frenò d’istinto, con violenza ruotò il volante contromano per evitare l’impatto, gli pneumatici morsero il terriccio ai bordi della strada tornata buia. La corsa del fuoristrada si arrestò in un appezzamento da poco arato, contro un secolare carrubo che offriva le fronde a stelle e luna. Sassi bruni coperti da scaglie nere affioravano dalla terra grassa.
“Come minchia guidi?” imprecò Aspanu scendendo dall’auto con l’adrenalina a mille. Era furente, ma le gambe si erano fatte di ricotta per lo spavento. L’imprecazione gli morì in gola quando il colpo gli arrivò dritto sparato ai reni e gli agguantò la spina dorsale fino a esplodergli nel cervello e negli occhi. Milioni di scintille gli baluginarono innanzi mentre sputava lontano saliva e respiro.
Un secondo violentissimo treno in corsa si arrestò contro la punta dello stomaco. Le costole scricchiolarono, i polmoni compressi emisero sbuffi soffocati. Aspanu cadde per terra. La paura lo devastò quanto la sorpresa mentre arrancava per cercare scampo a quella furia. Senza fiato si chiese chi fossero i due bestioni armati di pugni ammazza cristiani. E soprattutto cosa volessero da lui.
“Figghi di garrusi, che schifio cercate?” riuscì a pronunciare con voce rotta.
Nessuna risposta, soltanto un respiro roco e la punta rinforzata di una scarpa che calò con forza a spaccargli labbra e denti. La luna gli riempì lo sguardo appannato, sembrò danzare in cielo e vestirsi di scarlatto, ma era soltanto il colore della sofferenza che lo stava mordendo. Lontano si udiva il latrare dei cani randagi. Nelle notti così i suoni di uomini e bestie si confondono.
Il pestaggio era appena all’inizio. Aspanu svenne. Dalla bocca spaccata gli fuoriuscì un flebile lamento che nessuno raccolse. Anche i randagi si erano allontanati. Gli aggressori continuarono a picchiarlo con colpi sistematici. Uno dopo l’altro, con metodo. Smisero soltanto quando di lui rimase un groviglio sanguinolento di membra attorcigliate e piagate.
“La lezione ci bastò, piglia la macchina” disse il più corpulento dei due.
Mentre l’altro recuperava il pick-up, l’omone sbottonò la patta, prese in mano il membro e indirizzò sulla faccia pesta e irriconoscibile di Aspanu un fiotto caldo. Aspanu aprì con enorme difficoltà gli occhi gonfi ad un dolore senza voce che urlava dentro ogni fibra del suo corpo: aveva fratture ovunque e la bocca in poltiglia.
“Intendimi bene, pezzo di fango, se io e te ci avessimo a incontrare un’altra volta, non ti vattio con la mia pisciazza ma con l’acqua santa del parrino. Prima di fare il furbo con chi non dovessi, la prossima volta pensaci bono, ricordatillo” minacciò il bestione continuando a orinargli in faccia.
Fu l’ultima cosa che Aspanu udì prima di sprofondare nel mare liquido di carboni accesi che lo ustionavano, scorticandogli la pelle morbida e lasciandolo precipitare in un abisso ribollente di mani serrate a pugni che lo tempestavano da ogni parte. Anche l’incoscienza a volte diventa incubo.
***
Il maresciallo Bonanno aveva faticato prendere a sonno.
La temperatura era calata di diversi gradi e mentre si girava e rigirava tra le lenzuola, impaniato nei pensieri che nascevano e morivano là dove cominciavano, aveva visto un lampo illuminare la notte, seguito dal rimbombo del tuono. Si era alzato e a piedi nudi era andato a controllare in camera di Vanessa. Nel silenzio, un respirare leggero, di passerotto. Nonostante i tuoni l’inquietassero da sempre, sua figlia dormiva tranquilla. Merito di Ringhio, il setter né grigio né marrone che le aveva regalato spontaneamente qualche mese prima, prelevandolo dal canile di Vanni Lenticchio e issando bandiera bianca alla guerra senza esclusioni di colpi portata avanti da Vanessa, che poteva contare sulla strategica alleanza della nonna. Alleanza rivelatasi risolutiva. Fra sua figlia e il cucciolo era stato subito amore. Per lui era iniziato l’inferno.
Laghi di pipì maleodorante, divani sfilacciati e pelo dappertutto, lo spettacolo che rinveniva ogni mattina al risveglio. E poi quell’abbaiare continuo che faceva storcere il muso ai vicini e che gli faceva rimpiangere il giorno in cui si era lasciato commuovere dalla piccola furia e dalle snervanti insistenze di sua madre, donna Alfonsina, e aveva capitolato. Proprio la sera prima tra lui e Vanessa c’era stato l’ennesimo vivamaria. Nonostante la cuccia accogliente piazzata in giardino e costata un occhio, Ringhio, in ossequio al suo nome, non la piantava di ringhiare e lamentarsi e tanto rumoreggiava e tanto guaiva, che alla fine esasperati si arrendevano e gli lasciavano prendere possesso della casa. Accucciato ai piedi del letto, Ringhio misurava il respiro di Vanessa. Bonanno non ebbe cuore di disturbare i due cuccioli, rassegnato, richiuse piano la porta e tornò in camera sua.
Tuonò di nuovo. Pioverà, pensò il maresciallo.
***
Aspanu rantolò e con le mani tozze graffiò la terra fredda. Guardò il cielo e rivide le stesse stelle ammucchiate contendersi le ombre, migliaia di puntini luminescenti che ravvivavano il manto nero sparso su mandorli e olivi. Nel dormiveglia che lo soffocava ogni movimento gli provocava fitte acutissime. Lo avevano massacrato.
Chi erano quei fetenti?
Rimise insieme spezzoni della sua vita, a cercare disperatamente un perché a quella mattanza senza preavviso. Un frammento dopo l’altro. Il film dei suoi ultimi giorni scanditi dagli affari che andavano a gonfie vele da quando aveva affiancato ad Angilina quel paio di puledre gonfie di vita, col sangue che scorreva bollente nelle vene. Due magnifiche manze, una slava e una nigeriana con le curve al posto giusto. Black and white. I paesani ci andavano pazzi per il caffellatte. Il mercato più florido lo costituivano anziani soli e professionisti insoddisfatti. Quel tipo di mercanzia tirava sempre. Ad ogni latitudine.
Che volevano quei fetenti?
***
Quella mattina Bonanno uscì di casa con la luna più storta di un chiodo massacrato. La lettura dell’oroscopo non lo aveva conciliato col mondo, anzi: “ Giove rende problematici i rapporti con i figli; Nettuno quelli con fratelli ed amici, Urano provocherà grattacapi nell’ambiente di lavoro, soprattutto per quelli nati nella seconda decade.”
“Osteria, proprio bene cominciamo” farfugliò rassegnato dirigendosi alla Punto.
Neppure a dirlo, era nato nella decade scalognata. Prese una sigaretta dalla tasca della giacca, l’accese e lasciò che il fumo gli solleticasse la gola mentre si infilava nell’abitacolo e abbassava i finestrini. Dopo la pioggia venuta giù all’alba, l’aria sapeva di pulito, la luce abbagliava. Luce di Sicilia. Ti ci potevi perdere dentro. Stilettate bianche che colpivano gli occhi e sfumavano i contorni di uomini e cose.
Bonanno poteva percorrere a occhi chiusi la strada che lo portava in caserma, tutti i giorni le stesse curve, le stesse buche, le stesse case. La monotonia dei gesti lo rilassava e gli lasciava tempo per sé, per caricarsi quel tanto che bastava per affrontare le rogne che immancabilmente lo aspettavano nel suo mestiere di sbirro di provincia. E per rispondere a tono alle punzecchiature di Attilio Steppani, il suo fido brigadiere capo.
Scansò l’ennesima pozzanghera diventata sempre più consistente e si fermò davanti all’Excelsior, nome assai pomposo per un bar di provincia che di eccelso aveva soltanto i cornetti fatti a mano dalla moglie del barista e ripieni di cioccolato fondente. Era una donna di scarse forme, un manico di scopa ricurvo, con gli occhi cerchiati e i capelli come spaghi. Ma le mani erano sante. Sante mani che, qualunque cosa impastassero e infornassero, producevano pura grazia di dio. Con quelle dita legnose, la signora Maruzza preparava una cioccolata densa che serviva a farcire i cornetti lasciati a lievitare l’intera nottata.
“Buongiorno, uno di quelli per favore.”
“Eccolo qua, caldo caldo per il nostro maresciallo” lo servì il barista.
Quando affondò i denti nella pasta sfoglia ancora tiepida, provò sincera venerazione per l’inventore del cioccolato. Assaporò ogni boccone con calma, masticando piano, per evitare di concedersi il bis.
“Il caffè non te lo pigli stamattina, Saverio?”
Non ebbe bisogno di voltarsi. Il maresciallo avrebbe riconosciuto tra mille la voce pungente di Tonio, l’amico/informatore addetto al bancone della farmacia Cusumano, che s’era rivelato utile per districarsi nel caso del pescivendolo ammazzato in discarica.
“Due espressi belli scuri” ordinò il maresciallo. Notando lo sguardo sornione di Tonio, incollato al poco che rimaneva del cornetto, disse ancora: “E un cornetto pure per l’amico qua presente. Il mio caffè col dolcificante per cortesia” aggiunse, pentendosene subito.
Tonio prese un lungo respiro atteggiando l’occhio irriverente tra il divertito e il sapientone, i muscoli del volto già rilassati. Bonanno intuì che era pronto per una delle sue solite battute mordaci e lo prevenne: “Se t’azzardi a ridere, ti sputo nella tazza.”
“Io? Quando mai, ma se hai problemi di dieta, ti informo che mi arrivarono delle pasticche portentose, te ne cali una al giorno e dopo due settimane diventi un grissino.”
Bonanno alzò un sopracciglio parecchio intrigato. Negli ultimi tempi, complice la vacanza a Ustica ospite della pensione “Balcone fiorito”, si era lasciato andare e non riusciva più a contenere la pancia, nemmeno con la divisa che di solito lo sfilava. La signora Annarosa Pilolongo, titolare della pensione, aveva un debole per la divisa e ogni giorno gli apparecchiava tavolate di pesce freschissimo che dicevano mangiami mangiami. E Bonanno non si era fatto pregare, lasciando l’isoletta una settimana dopo con un senso d’angoscia in più che culminava in quei rigonfiamenti ventrali.
“Dici davvero?”
“Parola di scout, ingolli solo pasticche e nient’altro per tutto il santo giorno e oplà, il gioco è fatto. Ti sono concessi un pomo verde e due litri di acqua, mattino e sera. Cura neozelandese. Risultati garantiti, chili smaltiti non meno di dieci… e ricovero in ospedale per ripigliarti dal collasso.”
Se gli occhi di Bonanno fossero stati lupara, Tonio avrebbe ultimato di bere il caffè in compagnia di angeli e serafini. Risentito del tiro mancino, lo salutò appena e si infilò nella Punto, prendendosela con astri ed astrologi. Svanito l’effetto del cornetto, arrivò in caserma più torvo di come era uscito di casa e si preparò al peggio. Stando alle previsioni, Urano tramava annunciando discussioni coi colleghi. Non che i motivi mancassero, anzi. Marcelli, il collega comandante di Stazione meno anziano di due mesi, non digeriva gli incarichi come comandante di Compagnia assegnati a Bonanno in assenza dell’ufficiale di comando. Come se a lui piacesse sobbarcarsi quelle rotture. Nella sua qualità di comandante del NORM, Nucleo Operativo Radio Mobile, già aveva abbastanza rogne, figurarsi ritrovarsi sul groppone otto Stazioni sparse nei paesotti della Montanvalle, con quelle strade poi. Per non parlare della guida sconsiderata di Steppani, roba da arresto immediato, con la voglia di scaraventargli la chiave nel fiume Salito e chi s’era visto s’era visto.
Il capitano Basilio Colombo, buon per lui, s’era maritato la caliente Silvana, la vedova che al posto della bocca teneva un ferro da stiro sempre acceso, ed era stato trasferito da qualche parte nel nord dello Stivale. Ragione per cui Bonanno era stato di nuovo incaricato di sovrintendere la Compagnia dei carabinieri di Villabosco. Il colonnello Eugenio Latella, comandante provinciale, aveva fatto la propria parte e si era premurato di rassicurarlo: “Stia tranquillo, Bonanno, al massimo entro un paio di mesi il nuovo capitano sarà nominato e lei tornerà ad occuparsi solo del suo amato Nucleo Operativo”.
Bonanno però portava in dote lo sbirrume pizzicantino e la puzza di arso l’aveva annusata appena il colonnello aveva aperto bocca: excusatio non petita, accusatio manifesta. Sapeva bene come andavano le cose. E s’era rassegnato. I movimenti degli ufficiali avvenivano in estate e il calendario segnava appena novembre. Si preparava un finale d’annata assai rognoso. Lo sentiva a naso.
Appena lo vide entrare in caserma, il carabiniere ausiliario, un giovane da poco arruolato nell’Arma, lo gratificò col saluto militare secco e composto, sbattendo i tacchi con foga. Bonanno, imbarazzato da tanta marziale solerzia, bofonchiò un “Comodo, comodo” e salì in ufficio. Lungo le scale si accorse che stava accendendo un’altra sigaretta con la cicca ancora fumante. Scagliò lontano entrambe. Un colpo di tosse maligno gli squassò il torace e gli riempì la bocca di veleno.
“Questi Marcelli me li manda” ruminò, schifato dall’agrume scatarrato nel fazzolettino. Si infilò nell’ufficio. Tre minuti dopo, il brigadiere capo Attilio Steppani irruppe con la faccia di chi porta pessime nuove.