I-3

2028 Parole
«Una dose sperimentale altera talvolta radicalmente le proporzioni del tempo e dello spazio…». «Però, quando finalmente arrivai nel mio studio e accesi la luce, il cambiamento sopraggiunse, terribile, improvviso come un lampo abbagliante. Era come una doccia d’acqua gelida nel mezzo di quella violenta ilarità…». «E cioè?» chiese il dottore, scrutandolo negli occhi. «…Ero sopraffatto dal terrore», disse Pender, con voce fioca e sibilante. Fece una breve pausa e si passò la mano sulla fronte. L’espressione del terrore e della persecuzione dominava il suo volto. Gli angoli della bocca si atteggiavano ancora al riso alla rievocazione di quella ilarità. La combinazione fra terrore e riso era stranissima e rendeva molto convincente il racconto imprimendo ai suoi gesti una bizzarra espressione di orrore. «Era terrore?» domandò il dottore, cercando di calmarlo. «Sì, terrore! Sebbene quella cosa che mi aveva svegliato sembrasse essersene andata, il suo ricordo mi atterriva ancora. Mi lasciai cadere su una sedia, poi chiusi la porta a chiave e cercai di ragionare con me stesso, ma la droga rallentava i miei movimenti che impiegai cinque minuti per raggiungere la porta e altri cinque per ritornare alla sedia. La risata ricominciò ad affiorare gorgogliando nella gola e scoppiai infine in una grossa autentica risata che mi scosse tutto. Perfino il mio terrore mi faceva ridere. Ma posso assicurarvi, dottore, che questo misto di paura e di riso era qualche cosa d’infame, di assolutamente insopportabile! «Le cose nella stanza mi presentarono d’un tratto il loro lato comico e mi fecero ridere più furiosamente che mai. Lo scaffale dei libri, era ridicolo; la poltrona, una perfetta maschera da carnevale; il modo come il campanello mi guardava dalla cappa del camino, troppo comico da esprimere; la disposizione delle carte e del calamaio sulla scrivania mi eccitavano poi in modo tale, da rendere il mio riso convulso fino alle lacrime. E quello sgabello! Oh, quell’assurdo sgabello!». Si piegò sulla sua sedia, ridendo con se stesso al pensarci. Vedendolo così, il Dr. Silence rise egli pure. «Proseguite!», disse. «Comprendo perfettamente. Ne so anch’io qualcosa di quell’effetto esilarante». Lo scrittore si riebbe e ricompose, facendosi di nuovo grave. «Concomitante con questa ilarità stravagante e apparentemente senza motivo, c’era pure un terrore inesprimibile, che non potevo spiegare. La droga causava il riso, questo lo sapevo; ma cosa potesse causare il terrore, non me lo sapevo immaginare. Dietro il comico c’era sempre la paura. Era come se il terrore fosse truccato col berretto a sonagli. Ero divenuto il campo di battaglia di due emozioni opposte, che lottavano fra loro. Gradatamente si fece strada in me la convinzione che la paura fosse causata dalla «invasione»… della mia persona da parte di quella «cosa» che mi aveva svegliato. Una cosa estremamente malvagia, era; nemica della mia anima, e di tutto quanto in me aspirasse al bene. Stavo lì, sudato e tremante, ridendo di ogni cosa che si trovasse nella stanza: eppure, per tutto il tempo, un freddo terrore dominava il mio cuore. Quella creatura immetteva… immetteva le sue…». Esitò di nuovo. «Immetteva che cosa?». «…Immetteva idee nella mia mente», proseguì Pender guardandosi nervosamente intorno. «Letteralmente ostruiva la corrente dei miei pensieri in modo da farla deviare dal suo corso abituale e da immettervi la sua corrente di pensiero. Questo sembra pazzia! Lo so, eppure è vero! Non mi posso esprimere in altro modo. Per di più, mentre il fatto in se mi terrorizzava, l’abilità con cui tutto questo era compiuto mi faceva nuovamente scoppiare dal ridere al pensiero della nostra ottusità di uomini. I nostri metodi ignoranti e tardigradi, per ammaestrare le menti e per inculcare le idee, mi inducevano al riso, nel comprendere il metodo superiore e diabolico di cui ero la prova vivente. Il mio riso sembrava tuttavia vuoto e grottesco. Idee di perfidia e di tragedia calpestavano da vicino tutto quel che v’era di comico. Oh, dottore! Era una cosa snervante!». Il Dr. Silence ascoltava attento ogni parola dell’altro, che parlava con frasi nervose e sconnesse. «Non avete visto nulla… nessuno… in tutto questo tempo?» domandò. «Coi miei occhi, no. Non c’era nessuna allucinazione visiva. Ma nella mia mente cominciava a farsi sempre più concreta l’immagine di una donna… grande, di carnagione bruna, dai denti bianchissimi e dai lineamenti mascolini, con un occhio, quello sinistro, talmente rilassato da apparire quasi chiuso. Oh, quel volto!…». «Un volto che potreste riconoscere?». Pender rise paurosamente. «Desidererei piuttosto di poterlo dimenticare», bisbigliò, «Non desidererei di meglio!» Poi, afferrò la mano del dottore con gesto impulsivo. «Vi sono tanto grato per la vostra pazienza e per la vostra gentilezza!» esclamò con un tremito nella voce, «e… vi son pure grato che non mi crediate pazzo. A nessun altro ho mai detto tanto. La sola libertà di parlarne… il sollievo di partecipare il mio dolore ad altri… mi ha già aiutato più di quanto credessi». Il Dr. Silence strinse la sua mano e lo guardò fisso negli occhi terrorizzati. La sua voce era amichevole, quando rispose: «Il vostro caso è molto singolare ed è per me di estremo interesse». Disse, «Non la vostra esistenza fisica, bensì la vostra esistenza psichica… la vita interiore. La vostra mente non verrebbe in questo mondo, nella vita terrena; ma nell’esistenza successiva, alla quale potreste destarvi con lo spirito talmente sconvolto e contaminato, da essere pazzo nello spirito… una condizione questa assai più grave che non l’essere pazzo nella vita terrena». Uno strano silenzio si propagò per la stanza, fra i due uomini. «Credete realmente?… Buon Dio!» balbettò lo scrittore non appena ritrovata la parola. «Ciò, che io intendo in particolare, ve lo dirò più tardi. Non avrei parlato così se non fossi certo di potervi aiutare. Oh, su questo non c’è dubbio, credetemi! Anzitutto, sono perfettamente al corrente degli effetti della droga straordinaria la cui potenza vi ha elevato alla percezione delle forze d’un’altra regione. In secondo luogo, ho una ferma convinzione nella realtà dei fatti ultra-sensibili, ed una buona conoscenza dei processi psichici, acquisita durante una lunga e dolorosa esperienza. La cura consiste in un trattamento puramente simpatetico e in un’applicazione pratica. Lo stupefacente vi ha parzialmente dischiuso un altro mondo, aumentando il vostro ritmo di vibrazione psichica e provocando una sensibilità anormale. Antiche forze connesse a questa casa vi hanno attaccato. Per il momento, sono perplesso sulla loro precisa natura. Se fossero di carattere ordinario, sarei io stesso abbastanza psichico da percepirle. Mi rendo conto, tuttavia, che finora non ho alcuna percezione. Ma, proseguite, signor Pender, e ditemi il resto. Vi parlerò poi dei mezzi di guarigione». Pender accostò la sua sedia a quella del dottore e continuò con la medesima voce nervosa. «Dopo aver fatto alcune annotazioni sulle mie impressioni, rifeci le scale per rimettermi a letto. Erano le quattro del mattino. Ridevo continuamente… per le balaustrate grottesche, per la buffa fisionomia della finestra sulle scale, per la comica disposizione dei mobili, e al ricordo di quell’orribil sgabello nella stanza di sotto. Null’altro però avvenne che mi turbasse o allarmasse. Mi ridestai tardi, dopo un sonno senza sogni. Provavo un lieve mal di capo e un senso di freddo alle estremità dovuto probabilmente ad una diminuita circolazione». «Era sparita anche la paura?» domandò il dottore. «Mi pareva di averla dimenticata, o almeno l’attribuivo alla nervosità. La sua realtà se n’era andata, comunque, e non feci altro che scrivere tutto il giorno. Il mio senso umoristico sembrava meravigliosamente ravvivato e i miei personaggi agivano senza sforzo in un’atmosfera di genuina comicità. Mi sentivo in complesso assai soddisfatto per il risultato del mio esperimento. Ma quando la stenografa se ne fu andata e mi accinsi a rileggere le pagine dattilografate, ricordai le sue improvvise occhiate di sorpresa e il modo strano con cui mi guardava mentre dettavo. Ero infatti sconcertato da quanto leggevo e dubitai quasi di essere stato io a dettare». «Perchè?» «Era tutta una roba eterogenea. Le parole erano senz’altro mie, per quanto me ne potessi ricordare, ma assai strani ne apparivano i significati. Ciò mi contrariò. Il senso era del tutto alterato. Proprio nei punti in cui, secondo la mia intenzione, i personaggi avrebbero dovuto provocare una irresistibile ilarità, l’effetto che producevano era quello di un sinistro umorismo. Paurose insinuazioni si erano infiltrate nelle frasi. Un certo senso umoristico c’era, senza dubbio, ma bizzarro, orribile, opprimente. Più analizzavo il mio scritto, e maggiormente aumentava il mio rammarico e il mio spavento. La sua lettura mi faceva rabbrividire poichè, a causa di lievi mutamenti, il senso ne risultava così svisato da imprimere all’anima un vero senso di orrore: un orrore camuffato di ilarità. L’intreccio umoristico c’era, ma il carattere dei personaggi aveva assunto un aspetto sinistro. Il loro riso era perfido». «Potete mostrarmi lo scritto?». Lo scrittore scosse il capo. «L’ho distrutto», sussurrò. «Alla fine, benchè molto turbato, mi persuasi che la causa di tutto questo fosse da attribuirsi a qualche effetto ritardato della droga, una specie di reazione interiore che non potevo padroneggiare e mi faceva insinuare interpretazioni macabre nelle parole e nelle situazioni che meno si addicevano ad una simile deformazione». «E, nel frattempo, vi sentivate libero da quella persona?». «No! La sua presenza permaneva. Quando la mia mente era attivamente impegnata, la dimenticavo. Ma nell’ozio, nel sogno, o quando non facevo nulla di particolare, la sua presenza era palese ed influenzava la mia mente in modo orribile…». «In che modo, precisamente?» interruppe il dottore. «Pensieri malvagi, incoerenti mi assillavano, visioni di delitti, odiose immagini di azioni scellerate… Tutto un genere di cose, insomma, assolutamente estranee alla mia natura normale…». «L’influenza delle potenze oscure sulla personalità», mormorò il dottore, facendo una rapida annotazione. «Come? Non ho capito bene…». «Proseguite, ve ne prego. Prendo delle annotazioni: il loro significato comprenderete più tardi». «Anche dopo il ritorno di mia moglie mi accorsi che quella presenza persisteva. Si associava in modo insistente alla mia personalità interiore. Esteriormente, sentivo inoltre lo strano impulso di comportarmi cortesemente nei suoi riguardi… di aprirle le porte, provvedere delle sedie ed usarle insomma una scrupolosa deferenza. Da ultimo, divenne molto esigente. Se mancavo in qualche sia pur minimo particolare, sembrava che mi perseguitasse per la casa, da una stanza all’altra, tormentandomi l’anima in modo insostenibile. Aveva persino la precedenza su mia moglie, per ciò che riguardava le attenzioni che ero tenuto ad usarle. «Ricorsi tuttavia nuovamente alla droga la terza notte, e ne ebbi lo stesso effetto ritardato come la prima volta, effetto che si annunciò col medesimo scroscio di riso falso e demoniaco. Rilevai però, questa volta, un capovolgimento nella proporzione fra il tempo e lo spazio, rispetto alla prima volta, e precisamente una contrazione, anzichè una espansione. Mi vestii e discesi le scale in circa venti secondi, e il paio d’ore che mi trattenni a lavorare nel mio studio trascorse letteralmente in dieci minuti». «Questo avviene a causa della dose eccessiva», interloquì il dottore. «Si può superare un chilometro in pochi minuti, o alcuni chilometri in un quarto d’ora. È una curiosa dimostrazione che il tempo e lo spazio non sono che forme di pensiero». «Questa volta», proseguì Pender, che parlava sempre più rapido per l’eccitazione, «un altro effetto straordinario mi colpì. Provai cioè un curioso mutamento nei sensi, in quanto percepivo le cose esterne attraverso un mio ampio canale sensorio riassuntivo anzichè attraverso le cinque divisioni normalmente note: la vista, l’odorato, il tatto, e via dicendo. Certamente mi capirete, se affermo che udivo visioni e vedevo suoni. Nessun linguaggio può esprimere una cosa simile, naturalmente. Il rintocco della pendola, ad esempio, lo percepivo come un’immagine visibile sospesa nell’aria, davanti a me. Vedevo il tintinnìo del campanello. Esattamente allo stesso modo udivo i colori nella stanza, quelli dei libri nello scaffale dietro di voi. Le rilegature rosse le sentivo in suoni profondi, le copertine gialle dei volumi francesi davano una nota stridente e penetrante, come il cinguettìo degli stornelli. Lo scaffale bruno dei libri borbottava, e le cortine verdi di fronte emettevano costantemente una specie di suono fluttuante, come le note basse di un corno da caccia. Mi rendevo conto di questi suoni soltanto quando fissavo a lungo gli oggetti, oppure pensavo ad essi. La stanza era naturalmente silenziosa, ma quando concentravo la mia attenzione su di un colore, lo udivo e lo vedevo contemporaneamente».
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