La morte e il vento -3

1998 Parole
Erano ormai trascorsi più di cinquant’anni da quando l’Università Federiciana era stata completamente ristrutturata, e in molte parti riedificata, in conseguenza delle grandi riforme assegnate alla città italiana che più di ogni altra aveva risentito del “boom” economico del Mediterraneo. Era stata un’epoca disordinata, di ricchezza improvvisa e assai poco gestibile; Napoli aveva decuplicato la sua popolazione già esorbitante, erano nati nuovi quartieri, quelli antichi avevano cambiato fisionomia, i centri strategici si erano trasformati in nuove, esilaranti Las Vegas stile meridionale. Neanche l’affermatissimo gruppo malavitoso del Sud, l’Organizzazione (come ormai la chiamavano tutti, senza che nessuno facesse cenno a “quale” categoria sociale appartenesse), era riuscita a calamitare tutto il denaro che il rifiorire dei Paesi arabo-africani era riuscito a far scorrere nelle casse delle regioni meridionali. E non solo italiane. L’università fu appunto una delle prime strutture pubbliche a beneficiare di questa improvvisa manna dal cielo; nel giro di un’estate fu ampliato e rielaborato il progetto di uno straordinario, quanto bizzarro complesso formato dai quattro principali poli federiciani, ciascuno ospitato in quattro monumentali torri (dieci piani ciascuna) ai lati del cortile principale: polo letterario, giuridico, medico e ingegneristico. All’incirca al nono piano di ogni torre partivano quattro corridoi sopraelevati che, in un vertiginoso virtuosismo architettonico convergevano in corrispondenza del centro del cortile sottostante. Restavano così sospesi in aria e inspiegabilmente stabili nel sorreggere la cupola in vetro che sovrastava il cortile quadrangolare, e in più la splendida Torre dell’Orologio, vero fiore all’occhiello della nuova università. La struttura esterna imitava molto quella della Clock Tower della St. Pancras a Londra, e in effetti si diceva che l’architetto della Federiciana fosse un convinto, e un po’ ambizioso, neo-vittoriano. Se aveva voluto stupire il suo pubblico di studenti alle prime armi (e non solo, ovviamente), c’era riuscito. In un paio d’anni la Torre aveva superato di ben due piani le altre quattro, ben più larghe e tozze rispetto alla centrale, snella e squisitamente “gotica”. Ecco perché Ben la prediligeva tra tutte, e perché da un anno l’aveva eletta a suo rifugio personale per il ripasso degli appunti, l’invenzione delle sue strambe teorie, e la costante fuga dagli altri studenti, che preferivano arrostire al fuoco dei viali poco ombreggiati del cortile. Era quasi arrivato al settimo piano, quello in cui avrebbe dovuto tenersi il primo corso della giornata, quando il grande orologio della torre cominciò a diffondere i maestosi rintocchi di mezzogiorno. La lezione doveva essere iniziata da un pezzo; peccato che, all’arrivo di Ben, in aula non ci fosse nessuno. Era ovvio che tutti gli studenti, anche professore ed assistenti, erano troppo eccitati per la confusione all’ingresso. Era lui, l’unico a volersene restare in pace tra i banchi, quella mattina? L’addetto al piano lo scrutò col suo solito sguardo diffidente: sembrava non essersi mai abituato veramente all’aria da ranocchio del “ragazzo in nero”. Ma a Ben non stava particolarmente antipatico; forse perché quanto ad aspetto fisico, non era poi tanto peggio di lui. In una delle sue brevi visite al Polo, Virginia lo aveva definito una specie di “merluzzo con gli occhiali”, e quella volta Ben aveva proprio rischiato di scoppiare a riderle sul naso. - Niente lezioni? - si lasciò sfuggire il ragazzo-ranocchio senza voltarsi del tutto nella direzione della piccola guardiola. - Non c’è nessuno. - ripeté il merluzzo, impressionato dal solo fatto che fosse stato interpellato da quello studente, per la prima volta in tre anni. - Bene. Fine della conversazione. Con un sospiro di sollievo Ben tornò agli ascensori e si lasciò scivolare nel vano dotato d’aria condizionata. Stava per premere il pulsante del piano terra, poi cedette alla tentazione. Quale momento migliore? Nono piano. Gli ultimi due piani di ogni torre erano occupati da uffici amministrativi, segreterie, sale con archivi che per la maggior parte non venivano consultati da anni. Non c’era mai troppo traffico da quelle parti, e tanto meno quel giorno, dove solo un paio di addetti sembravano appisolati accanto alla macchinetta del caffè. Ben imboccò senza essere neanche notato il corridoio che portava alla torre; ovviamente era in tono con la cupola che lo univa agli altri due ai lati: completamente in vetro, di sera illuminato da due fili al neon che lo percorrevano in tutta la sua lunghezza ai lati del soffitto. Ogni anno questi scivoli d’aria (come qualcuno li aveva chiamati anni prima) destavano l’entusiasmo delle nuove matricole; una volta Virginia aveva sentito dire che qualche studente si era iscritto alla Federiciana solo per poter correre liberamente su e giù per la superficie di vetro. Come dargli torto? In effetti sembrava di camminare sospesi nel vuoto, come strani supereroi liberi di fluttuare in aria con noncuranza cinematografica. Ma a Napoli era facile stancarsi di un giochetto così banale; le nuove attrazioni erano sempre dietro l’angolo, e presto i più finivano per annoiarsi anche dei corridoi sopraelevati. Ci venivano solo gli studenti più secchioni per consultare la vasta Biblioteca dell’Orologio, localizzata proprio in due dei quattro piani della torre. Era l’unica che contenesse ancora volumi cartacei, una rarità, considerati i supporti informatici che ormai avevano sostituito ogni cosa alla Federiciana. Il professor Semyonov, che insegnava letteratura russa da decenni al suo dipartimento e di cui nessuno conosceva la vera età, sbucò dalla porta della biblioteca proprio allora, sorprendendo Ben che si apprestava a salire le rampe di scale ai piani superiori. - Gastaldi? Di nuovo in cima? - Non ci sono corsi, oggi. Gli altri preferiscono la rivoluzione. E sorrise; il suo vecchio professore di russo era l’unico a vederlo sorridere di tanto in tanto. Ed era anche uno dei pochissimi a non evitarlo per partito preso ogni volta che per caso se lo trovasse di fronte. - La rivoluzione... forse mi conviene scendere a dare un’occhiata. Una volta tanto che qui capita qualcosa... - Allora buona fortuna! Ben osservò per qualche istante il vecchio professore con bastoncino da passeggio e cartella sottobraccio, mentre usciva in corridoio. Non aveva mai saputo spiegarsene il motivo, ma la sua barba bianca gli ispirava sicurezza e un senso di fiducia che non riusciva a trovare negli esemplari più giovani di “maschio umano”, studenti o professori che fossero. Percorse in un soffio le sei rampe che lo separavano dall’orologio (una delle caratteristiche “gotiche” della torre era quello di non avere ascensori, ma solo strette scalinate con feritoie ricche di vetri istoriati), e si preparò allo spettacolo della finta colombaia. I piccioni, infatti, erano spariti da tempo, ma restavano le grandi sale vuote agli angoli che un tempo li ospitavano, con aperture ad ogiva sui lati esterni che davano direttamente sulla cupola di vetro quattro piani più sotto. E naturalmente, sul panorama mozzafiato tutt’intorno. A Ben non bastava l’impressione di volare che gli dava lo scivolo d’aria: lui amava il vuoto “reale”, i grandi spazi aperti, l’impressione di essere a un passo dal “grande salto” e di stringere forte la sottile balaustra che lo separava dall’ebbrezza del volo reale. Peccato che non potesse avere una di quelle stanze desolate e ingrigite tutta per sé... ci avrebbe volentieri passato una vita intera. “Beh, qualche ora al giorno potrebbe bastare”, si convinse infine, lanciando un’occhiata alle tracce d’escrementi da cui quel posto era ancora disseminato. Cercò di individuare la folla di studenti sottostanti da una delle aperture lato ovest, ma era praticamente impossibile andare con lo sguardo oltre il perimetro interno del campus. Poi si concesse una lunga occhiata al panorama; riusciva a scorgere il maestoso Palazzo del Municipio, ormai quasi del tutto sommerso dai suoi giardini pensili; i grattacieli del Quartiere Spagnolo, uno dei più sovrappopolati della città, e poi dagli altri angoli la City annessa alla grande Stazione Centrale, un’intricata giungla di grattacieli e guglie di vetro, da cui spiccava il gigantesco Osservatorio Militare Americano, recentissima meraviglia della colonizzazione silenziosa che negli ultimi anni stava investendo Napoli, ad opera dei dipartimenti militari della Nato. Di notte capitava di vedere i raggi della torre sondare il cielo in cerca di chissà che cosa, con lampi misteriosi ad intermittenza, come un misterioso codice Morse fatto di luci, percepibile a chilometri di distanza. A Sud, infine, l’enorme diga che costeggiava tutta la Via del Mare dall’epoca delle grandi inondazioni, che avevano rischiato di cancellare per sempre la città dalle mappe geografiche. Da quelle parti, il Tirreno era un gigante d’acqua amato e temuto, al punto da dovergli mettere al collo la mostruosa briglia di cemento che una settantina d’anni prima era riuscita a deturpare per sempre l’incantevole, e ormai leggendario, paesaggio costiero. Un gigante dalle potenzialità distruttive immani, al pari del suo collega di terra e fuoco, il Vesuvio. Ben inspirò a fondo e si lasciò cullare dalla brezza dolce e fresca che giungeva dal mare; quel giorno la luminosità del cielo era tale che l’aria e l’acqua, e finanche il vulcano sullo sfondo, si confondevano in un’unica semisfera azzurra e brillante in cui annegavano tutti gli edifici addossati alla costa. Bellissimo davvero. Ma soltanto per un turista che si limitasse a visitare la Campania Felix per qualche giorno. “Chi vorrebbe passare la vita soffocato sotto una cupola blu?”, si ritrovò a pensare il ragazzo sporgendosi dal parapetto. A Napoli ormai era troppo persino implorare qualche nuvola che spezzasse quella monotonia cromatica; e quel che era sconcertante è che i napoletani se ne facevano un vanto, erano secoli che sbandieravano in tutto il mondo il loro cielo, il loro mare, il loro sole... Benedetto si assicurò che non ci fosse nessuno con lui nella stanza, poi scavalcò la balaustra di ferro con una gamba, tirò dietro anche l’altra e si sedette a dondolare i piedi nel vuoto. Aveva accanto il ticchettio deciso e costante del grande orologio del lato Sud (che da solo occupava la facciata degli ultimi due piani), e capì la sensazione che dovevano avere i piccioni qualche decennio prima, quando decoravano quella meraviglia coi loro voli, verso il mare o i grattacieli del centro. Ormai era già troppo se alla Torre si fermava ancora qualche gabbiano. No... invece c’erano solo napoletani, americani, italiani. Uomini, uomini dappertutto. Ben si chiese se quello che stavano cercando tutti a Napoli era di essere arrostiti da quel sole sempre più rovente ogni anno che passava. Forse era il caldo che li stava facendo impazzire; altrimenti perché Statunitensi, Europei, Arabi, e tutto il resto del mondo puntava alla sua città da anni, sempre più soffocandola e sovrappopolandola? Ben amava l’aria aperta, la sottile vertigine che gli dava il vuoto, ma soprattutto amava il buio. Al buio non si vede, non si giudica, si fa più attenzione a quello che si sente, che c’è davvero. Al buio si ha paura, e si capiscono tante verità. Prima di porre fine a quell’idillio, il ragazzo volle riprovare un test d’equilibrio che aveva affrontato almeno un paio di volte (quando era stato più male): si alzò in piedi sulla balaustra reggendosi alla parete laterale, poi per un istante liberò entrambe le mani e le tese verso la linea indistinguibile tra cielo e mare, oltre Capri semisommersa. Soltanto lui e qualche gabbiano di passaggio udirono il grido liberatorio: “Sono il re del mondo! Sono il re della notte! Sono The Crow!” In quel momento l’orologio segnò la mezza: due rintocchi per i due quarti d’ora dopo mezzogiorno. Tanto bastò a fargli perdere l’equilibrio, e a lanciarlo all’esterno, giù verso il vuoto. “Ecco... Ci siamo”, fu tutto quello che pensò Ben nel paio di secondi che seguirono. Alla fine era successo, se l’era cercata. Sentì l’aria che gli sfrecciava sul viso. Quante centinaia di metri avrebbe potuto percorrere a quella velocità in un solo minuto? Quanto gli mancava per sfondare il vetro della cupola? Ma il vento continuava a spirargli addosso con una violenza che gli impediva il respiro. Forse sarebbe morto prima soffocato che sfracellato, ebbe il tempo di pensare... e il fatto era che pensava troppo per un uomo in caduta libera. Si ritrovò aggrappato alla ringhiera della balaustra, con ancora il ronzio dei rintocchi nelle orecchie, quando pensava di essersela lasciata già una decina di metri sopra di lui. Stava bene, salvo che continuava a ridacchiare e sentiva l’adrenalina pulsargli in ogni muscolo del corpo. Riuscì a rientrare e a mettersi dal “lato giusto” dell’ogiva. “Adesso prova a spiegarti questa, Ben”, si disse volgendo le spalle alla veduta, e restando immobile per diversi minuti ad assaporare quella sensazione indescrivibile. Non era sicuro di cosa fosse successo, ma “qualcosa” era successo di sicuro. Aveva volato... No... impossibile. Ma qualcosa... Imboccò le scale come una furia, fischiettando e ridacchiando al tempo stesso; se qualcuno l’avesse incrociato l’avrebbe creduto impazzito, e lui per tutta risposta sarebbe persino scoppiato a ridere.
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