4. Catastrofiche ipotesi

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4. Catastrofiche ipotesi Mentre si dirigeva alla residenza privata dell’emiro, a bordo della Toyota Concept-i420, Guido ripensò alle parole di Joe. Come gli era venuto in mente di tirare fuori la storia dell’estratto di nascita? E poi, accennare alla madre di Isa davanti alla cameriera col rischio che lo sentisse. Da quale utero fosse uscita Isa non aveva importanza, era figlia sua. Joe però aveva toccato un tasto dolente: l’estratto riportava il nome della donna che l’aveva partorita. “Troverai una soluzione. Troverai una soluzione” si ripeté. In quel momento si pentì di aver rivelato alla figlia dov’era nata e di averle permesso di imparare l’italiano. Si augurava che non si recasse mai in quel paese neanche per caso. Jassim Bin Hamad Al Maktoum aveva chiesto di vedere Guido ‘in privato per un colloquio personale’, così lo aveva definito. La cosa lo preoccupava parecchio. Pochi giorni prima aveva confidato al sovrano, che uno di quelli che lui riteneva partner d’affari di estrema fiducia, lo aveva contattato per proporgli di passare dalla sua parte. Guido, ovviamente, aveva rifiutato. Non avrebbe mai tradito la fiducia di Al Maktoum dopo ciò che aveva fatto per lui. «Pare non sia l’unico ad apprezzare le sue doti» aveva commentato l’emiro con leggerezza. Ma non era tipo da trattare niente con leggerezza. Infatti, al successivo meeting aveva liquidato in malo modo il partner traditore. Guido temeva che Al Maktoum non avesse creduto che la sua onestà fosse disinteressata e intendesse licenziarlo. “Perché vedermi a quattr’occhi a casa sua, altrimenti?” pensò mentre varcava il cancello della residenza reale. Più della prospettiva di restare senza lavoro, lo atterriva la possibilità che l’emiro lo espellesse dal paese. “Se io, Joe e Isa fossimo costretti a rientrare in Italia sarebbe un bel problema.” Giunto davanti all’ingresso, un servitore prese in consegna la sua auto, un altro lo scortò nell’atrio. Qui, un addetto alla sicurezza lo perquisì e poi avvisò il segretario personale del sovrano che l’ospite atteso era arrivato. «L’emiro la riceverà nello studio turchese» lo informò facendogli strada. Oltrepassarono il salone principale, un tripudio di stucchi dorati, colonne di marmo e pregiatissimi tappeti. Imboccarono un portico con arcate, che affacciava su un parco da far impallidire quello di Versailles. Guido aveva avuto già modo di ammirarlo, ma ogni volta ne restava incantato. Lo studio turchese si trovava nell’ala est, una zona del palazzo che non aveva ancora visitato. Lungo il percorso ne approfittò per godere di ogni dettaglio architettonico e d’arredo. Giunsero davanti a una porta maestosa, decorata da intarsi di ebano. Il segretario bussò e poi la aprì. L’emiro sedeva alla scrivania. All’ingresso di Guido, si alzò, si sfiorò torace, labbra e fronte e disse: «As-salaam 'alaykum». «Wa 'alaykum as-salaam» ricambiò Guido con un inchino. Prese posto sulla poltrona che gli era stata indicata e si guardò attorno. Le pareti erano coperte da complessi mosaici di lapislazzuli, turchesi e goldstone, il pavimento rivestito da lastre di sodalite blu. «Mister Dirado, lei conosce mio nipote Rashid bin Hamad bin Jassim Al Maktoum?» esordì il sovrano. Il ruolo di consulente finanziario-strategico personale del sovrano imponeva a Guido di conoscere ogni membro della famiglia reale. Con tante mogli, figli, nuore, cognati e nipoti non era facile, e quei nomi in arabo si somigliavano tutti. Si sforzò comunque di fornire all’emiro una risposta precisa e completa: «Se non ricordo male, è il figlio del principe ereditario Hamad bin Jassim bin Hamad Al Maktoum e di Aisha bint Nasser ben Thani». Lo sceicco annuì compiaciuto. «Tuttavia, non credo di aver mai incontrato suo nipote di persona» aggiunse Guido. «A questo rimedieremo la settimana prossima. Rashid festeggerà il compleanno e vorrei invitare anche lei, sua figlia e mister Luciani, ovviamente.» Guido fu sorpreso dalla richiesta. «Al party interverranno molti miei amici e soci in affari, un’occasione in più per mettere a punto nuove alleanze col suo aiuto. E sua figlia credo gradirà trascorrere una serata diversa, in compagnia di suoi coetanei.» Guido ne dubitava molto, ma sapeva che il gradirà dell’emiro era un ordine travestito da cortesia. Che le fosse piaciuto o meno, Isa avrebbe dovuto partecipare a quella festa. «Certo emiro, verremo sicuramente.» Da un prezioso cofanetto appoggiato sulla scrivania, Al Maktoum tirò fuori una busta di pergamena con lo stemma reale stampigliato in oro, e gliela porse. «Questo è l’invito.» Guido si congedò sollevato e preoccupato allo stesso tempo. Le sue catastrofiche ipotesi di licenziamento o espulsione erano scongiurate, lo preoccupava tuttavia la possibilità che la figlia rifiutasse di partecipare all’evento. La conosceva troppo bene e sapeva che la sua reazione sarebbe stata quella. “Deve venire per forza e Joe deve aiutarmi a convincerla” si disse. Appena l’ospite se ne fu andato, l’emiro telefonò al nipote. «Volevo confermarti che la figlia di mister Dirado parteciperà al tuo compleanno. Ricordi cosa voglio che tu faccia, vero?» «Sì, nonno» rispose lui senza entusiasmo. Un’altra logorroica giornata in prigione era giunta al termine. Quando la luce della cella si spense, Gabriele accese la minitorcia da libro e riprese a leggere da dove aveva interrotto prima di cena. Circa un’ora dopo, i passi della ronda notturna echeggiarono nel corridoio. Viveva là dentro da talmente tanto tempo da essere in grado di riconoscere a chi appartenevano dalla cadenza e dal suono prodotto dalle suole sul pavimento. Si trattava di Efisio Pinna, un giovanissimo secondino appena giunto in Val D’Aosta dalla Sardegna. Le sue origini si percepivano appena dalla cadenza, perché il suo italiano era perfetto. Le altre guardie, molte del posto, qualcuna del sud o di Roma, spesso comunicavano fra loro nei rispettivi dialetti, e Gabriele stentava a capirle. Il secondino Pinna si distingueva dai colleghi anche per gentilezza e educazione. Non strillava come gli altri, non offendeva, talvolta si intratteneva perfino a chiacchiere con lui. Il suo sogno era laurearsi in lettere e insegnare, gli aveva raccontato una notte. Prima di entrare nella polizia penitenziaria, si era diplomato al liceo classico col massimo dei voti, ma le ristrettezze familiari lo avevano costretto a cercare un posto fisso. Con la sua predisposizione allo studio, prepararsi al concorso per la polizia penitenziaria era stato facile, lasciare il mare per le Alpi un po’ meno. Ancor meno lo era stato rinunciare ai suoi sogni di insegnante. «Ciao Gabriele, ancora sveglio?» chiese avvicinandosi alle sbarre della cella. Lui chiuse il libro e lo appoggiò sul tavolinetto. «Ti aspettavo, ho riconosciuto il passo» disse sollevandosi a sedere. «Sono le undici passate. Sai che dovrei dirti di spegnere la torcia e dormire.» «Lo so, ma il tempo qua dentro non passa mai. Leggere è l’unica cosa che mi aiuta.» Efisio riconobbe la copertina del libro. «Papillon, bel romanzo» commentò. «Lo conosco a memoria. Tutti i libri della biblioteca del carcere li ho letti numerose volte, ma questo è il mio preferito perché il protagonista è innocente come me e, alla fine, riesce a riconquistare la libertà.» Incuriosito, Efisio chiese a Gabriele di raccontargli perché era stato arrestato. «Sono vittima di un errore giudiziario» disse lui e gli ripropose le menzogne che aveva detto in tribunale: i suoi genitori si trovavano casualmente in visita all’osservatorio astronomico di Prarayer, quando c’era stato un attentato. «L’accusa ha sostenuto che li ho uccisi io per ereditare, ma non ne avevo motivo, ero milionario: possedevo un appartamento in centro a Milano, guidavo una Lamborghini, indossavo solo abiti firmati, Rolex d’oro, scarpe limited edition; avevo un jet privato, un Bombardier Challenger 605 da diciotto milioni di euro, lo stesso del famoso pilota di Formula Uno Lewis Hamilton. Hai presente?» «Mai sentito» disse Efisio. «Probabilmente sei troppo giovane. Correva una ventina di anni fa.» Gabriele proseguì a illustrare quale era il suo tenore di vita di allora. «Avevo delle proprietà a Formentera e capitali investiti negli Stati Uniti, alle Cayman, alle Bermuda e a Panama. Insomma, ero pieno di soldi e di fica» aggiunse ridacchiando. «Tutto questo grazie ai miei genitori, e senza aver mai avuto bisogno di lavorare un giorno nella mia vita. Secondo te, che motivo avevo di ucciderli?» «Nessuno. Io, al posto tuo, gli avrei fatto un monumento.» «Infatti, li adoravo. A compiere la strage è stato un pazzo criminale albanese di nome Idri Kadiu che non avevo mai visto né conosciuto. Ma quello, al processo, ha raccontato che il mandante ero io, e gli hanno creduto nonostante all’apertura del testamento fosse risultato che non avevo ereditato niente. Quindi, mancava anche il movente. Ti rendi conto?» «Pazzesco» esclamò Efisio. «Il fatto è, che i miei genitori erano personalità di spicco amate e rispettate da tutti. Devolvevano un mucchio di soldi in beneficienza ogni anno, sai? Parliamo di milioni e milioni. L’opinione pubblica non accettava che fossero morti per caso per mano di un folle, volevano un capro espiatorio esemplare e hanno scelto me.» Gabriele osservò attentamente Efisio per capire se quella panzana, che aveva raccontato anche in tribunale, su di lui funzionasse o meno. «Mammamia!» mormorò il secondino. «Non oso immaginare cosa significhi stare qua dentro da uomo innocente. Hai fatto domanda di revisione del processo?» «Sì, ma è stata rigettata.» Una voce proveniente dal walkie-talkie interruppe la conversazione. «Aho, Sardegna, hai finito er giro? Me serve er cambio, devo anna’ ar cesso» disse un collega burino che si trovava in guardiola. «Ricevuto. Cinque minuti e sono da te» rispose Efisio. «Falli diventa’ due o mi cago nelle mutande.» «Okay.» La guardia chiuse la comunicazione. «Mi spiace Gabriele, devo andare. Continueremo a parlare domani sera.» «Sempre questo turno ti danno?» «Sono l’ultimo arrivato, e fare le notti non piace a nessuno. A casa credo di avere Il Conte di Montecristo.» «Chi?» chiese Gabriele. Efisio rise. «Un altro romanzo su un’avventurosa fuga dalla prigione. Se lo trovo, te lo porto. Ti divertirà più di Papillon. Oltre a scappare, il conte si riprende i suoi soldi e si vendica di chi l’ha imprigionato ingiustamente.» «Bello. Portamelo.»
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