Capitolo quarto

1805 Parole
Capitolo quarto La bellezza da sola basta a persuadere gli occhi degli uomini, senza bisogno d’oratori. (William Shakespeare) Gennaio 2016 Giorgio rientrò al Cornajàss per pranzo senza che se ne fosse reso conto. Pensieri e ricordi l’avevano anestetizzato dalla noia del viaggio lungo la rettilinea A21. Quando parcheggiò il Rover sotto la tettoia della cascina, la nebbia s’era dissipata lasciando un cielo senza colore e senza consistenza, diffuso assieme alla luce pallida ma vivida di un sole anomalo. Faceva perfino caldo, un tepore fuori stagione, malsano come una febbre. I bricchi brulli sembravano i dorsi scuri di gatti randagi abbandonati nelle campagne e il profilo delle Alpi mostrava monti nudi e quasi senza neve. Si sfilò il montgomery, la sciarpa e slacciò la cravatta con modesto sollievo; l’immagine di Vittoria gli aveva fatto cadere un sassolino dal cuore allo stomaco e in un angolo delle sue elucubrazioni, lei non lo aveva più lasciato stare. Era il suo potere. Ancora adesso, dopo vent’anni passati attraverso un caleidoscopio di attività, si ritrovava incredulo alla memoria di quel che aveva vissuto con lei. Altre donne avevano attraversato la sua vita e le aveva amate tutte, ognuna in modo diverso perché era impossibile amare tutti alla stessa maniera; l’Amore era mutevole e multiforme come ogni essere umano e ad esso si adattava, ma il senso di onore che gli gonfiava il petto pensando a Lei, quello era unico e irripetibile. Sospirò. Era entrato in casa con l’idea di cucinarsi qualcosa. In realtà, aveva spezzato con uno stopposo panino all’autogrill e non sentiva fame, ma voleva togliersi quel retrogusto di piastra che lo spuntino gli aveva lasciato come monito per la prossima volta. Decise per due uova in padella che fece andare al burro, estrasse dal frigorifero l’ultima scheggia di tartufo bianco che un cliente di Alba gli aveva donato come parte del saldo di un’indagine e la grattò sulle uova con religiosa attenzione; il leggero aroma agliato gli accarezzò le narici con voluttà tanto che finì col divorare il piatto, accompagnandolo con una baguette e, in mancanza di Barolo, con una Barbera superiore dell’azienda di famiglia. Quando la loro storia si era consumata fino a dissolversi, nella fase del rancore, il tizzone che era arso con maggiore intensità era stata la sua sconfinata ambizione. Vittoria sembrava pretendere il massimo possibile dalla vita, per conseguenza di una sorta di diritto divino, la cui bellezza doveva esserne il sigillo di garanzia e, per quanto ciò Giorgio lo ritenesse aberrante e narcisistico, era arrivato a comprenderlo. A quel punto, anche l’etica, anche la morale diventavano concetti relativi. Fino, forse, a sconfinare nel crimine. Giorgio finì di pranzare e, mentre lavava piatto e posate, la mente non cessava di lavorare. Si asciugò le mani col canovaccio e si spostò in studio, si versò due dita di cognac e sedette davanti al computer. Digitò nome e cognome di lei e iniziò a scorrere la miriade di contatti e riferimenti che il motore di ricerca aveva snocciolato. Era presente su tutti i principali social network e selezionando “immagini” gli si aprì una galleria vasta e patinata. Vittoria il giorno della laurea in impeccabile tailleur gessato, Vittoria in abito lungo da sera sullo sfondo sfarzoso di un balcone con tende immacolate e dietro il lago Maggiore, Vittoria con la sua spontanea espressione di regale alterigia, in costume da nobile donzella durante la sfilata del Palio di Asti, Vittoria immortalata negli scatti professionali di un book per un’agenzia di modelle. Si era laureata in fretta, Vittoria; per lei lo studio era un mezzo scomodo e impegnativo, ma necessario. Economia e Commercio a Torino, centodieci e lode con diritto di pubblicazione della tesi e un anno supplementare all’università di Cambridge. Il primo impatto era quello di uno splendido squalo dagli occhi verdi. L’aveva conosciuta quando aveva appena terminato il periodo inglese, più o meno in concomitanza con la fine del suo anno sabbatico in giro per l’Europa, e si era sempre chiesto che cosa l’avesse fatta tornare ad Asti; una cittadina provinciale, dall’anima ancora paesana che, per un carattere come quello di Vittoria, doveva andare stretta come un paio di scarpe di due misure in meno. Soprattutto, si ritrovava ancora a domandarsi che cosa li avesse avvicinati fino a vivere quella stagione d’idillio che gli aveva inciso il cuore così a fondo. Sbirciò il sito della MidaGest, nella sezione dedicata ai quadri, e vide che il patinato dossier che gli era stato consegnato dal Cazzaniga non era altro che la stampa rimaneggiata della pagina internet. Buffone, pensò. Con un ranking piuttosto alto, subito dopo il sito della MidaGest c’era il sito personale di Vittoria, VittoriaSquassino.eu da dove poté leggere il complesso percorso professionale. L’esordio nel mondo del lavoro come assistente a un project manager del Credito Astigiano, ruolo in fondo scontato, dal momento che il padre era rettore di una delle filiali cittadine. Un anno dopo abbandonava l’impiego, faceva le valigie e si trasferiva a Milano, stavolta a fare lei la project manager per un istituto bancario tutto meneghino, poi un periodo per la Mediolanum, dopo in La Bank e infine MidaGest. Tutto molto lineare e coerente. Si stirò sulla poltrona con un grugnito. Gli occhi bruciavano e provava un fastidioso senso di rigidità diffuso lungo tutta la schiena; aveva bisogno di movimento. Spense il computer e decise di scendere ad Asti a fare domande in giro, alla vecchia maniera, ma non prima di una telefonata apripista. C’era il blocco del traffico, in città. La stagione anomala, calda e secca aveva fatto schizzare il livello delle PM10 a “certezza tumori” e infatti, entrando in Asti, attraverso i raggi d’un sole pomeridiano offensivo, Giorgio quasi intuiva il vorticare delle particelle sospese nell’aria. Il suo vetusto Defender era perfino fuori dalle immatricolazioni Euro, perciò lo parcheggiò subito all’imbocco di corso Savona, nello spiazzo di un distributore, ed estrasse la bicicletta dal bagagliaio. Pedalò con buon ritmo fino a piazza della Libertà, sorvegliata dal monumento agli Alpini e si arrestò di fronte alla facciata eburnea della sede centrale del Credito. Guardò l’ora sul cellulare: le sedici e ventuno. Alle sedici e trenta aveva appuntamento con un funzionario dell’istituto bancario, un amico che aveva frequentato con una certa assiduità proprio negli anni della sua storia con Vittoria. Quell’amicizia era anche un contatto prezioso per il suo lavoro perché Asti funzionava ancora a pieno regime grazie soprattutto al giro delle conoscenze; le conoscenze abbattevano la diffidenza. Puntuale come un orologio nucleare, Flavio Boero uscì dalla porta secondaria. Abito grigio di buona fattura, cranio rasato, occhiali da miope e una ventiquattrore di pelle stretta nella mano sinistra suggerivano un ingannevole atteggiamento dimesso. Giorgio gli andò incontro e, quando Flavio lo riconobbe, fece altrettanto, si strinsero la mano e proseguirono diretti ai portici di piazza Alfieri. Quando giudicò di essersi allontanato a sufficienza sia dalla banca che dagli occhi indiscreti di colleghi poco affidabili, il bancario prese a parlare con più libertà: «Sarà almeno un anno che non ci si vede…». «Abbonda, abbonda…». Passeggiavano lungo corso Dante e si fermarono davanti a un bar dalle vetrine ampie e tavoli e sedie smaltati di bianco. «Caffè?», propose Giorgio. «Solo se offro io». Il locale era deserto, l’arredamento aveva un sapore retrò piacevole che mise a proprio agio entrambi. Giorgio ripiegò la bicicletta e la parcheggiò in un angolo vicino al portaombrelli. Posarono le borse ai loro piedi, Flavio si aggiustò gli occhiali e incrociò le mani sul ginocchio. «Mi hai accennato a una questione delicata…». «Vittoria Squassino». La buttò lì Giorgio, che sapeva quanto Flavio detestasse i lunghi preamboli. Era un cervello fino, l’amico, un analista freddo e cordiale col quale aveva condiviso molte serate di scacchi. «Chi non la ricorda?». Flavio sorrise senza piacere, diffidava della bellezza come degli stupefacenti. «Pelle marmorea, occhi verdi, altera… Al Credito aveva provocato un vero terremoto quando era arrivata». «Lavoravi da molto, quando l’avevano assunta?». «Pochi mesi. Facevo ancora la gavetta come cassiere. Ci eravamo laureati nello stesso periodo, ma lei ovviamente, col padre rettore, era entrata dall’ingresso principale». «Nel suo curriculum cita l’incarico come assistente di un project manager…». Flavio sorrise ancora, questa volta la curva delle labbra trasmetteva freddezza e quella punta di disprezzo sottolineata da una leggera impennata verso l’alto. «Il dottor Roberti, sì. Era quello che stava imbastendo un programma di acquisizioni per espandere la rete». «Dici che riesco a parlarci?». Arrivarono i caffè, con tanto di giandujotto e bicchierino d’acqua. Flavio attese che la barista si allontanasse e prese la tazzina con delicatezza, sorbì gustando la miscela e scrollò le spalle. «Sapessi dov’è…». «Trasferito?». Flavio si sporse. «Il dottor Roberti dopo un po’ di mesi era stato gentilmente invitato dalla direzione a rassegnare le sue immediate dimissioni». «Immediate, neh?». «Immediate». Posò la tazzina che tintinnò col cucchiaino intonso. Indicò il giandujotto. «Lo vuoi? Non posso mangiare cioccolato». Giorgio accettò. «Roberti aveva avuto un problemino di qualche miliardo di lire. Oggi come oggi se ne sarebbe andato con una buonuscita superiore al maltolto, ma allora c’era ancora una certa severità e Roberti non aveva i santi in paradiso di altri quadri al Credito». «E Vittoria?». «Vittoria era solo un’assistente. Questo s’era detto». «E fatto?». «Posso chiedere una cosa io, prima?». «Naturale». «Perché Vittoria?». «Devo investigare su di lei», disse Giorgio, come se avesse calato l’asso finale sul tavolo. Flavio inarcò le sopracciglia. «Con i vostri trascorsi? Immagino che i clienti non lo sappiano». «No. Mi serviva il lavoro». «Chi sono?». «MidaGest». Flavio abbassò lo sguardo sorridendo gelido, si tolse gli occhiali per nettarli con uno straccetto di camoscio. «Di tutto un mare hai scelto gli squali più feroci». «Sono loro che hanno scelto me». «Ovvio. Sei bravo, uno dei migliori sulla piazza». «Ero il più conveniente. Mi hanno chiesto perfino la cauzione minima per l’indagine». «Fai molta attenzione, Giorgio…», scandì. Si guardò attorno e abbassò la voce: «Secondo te, dopo che Vittoria è stata affiancata a Roberti, lui quanto ha resistito?». Giorgio produsse una smorfia amara. «Una settimana?». «C’erano voci di corridoio che suggerivano già la sera stessa, ma capisci anche che il tutto rientra nella naturale perfidia di ogni posto di lavoro». «Inevitabile… Come inevitabile, presumo, la tresca». Gli sembrava di parlare di arti amputati dopo aver perso un braccio. La relazione con Vittoria era andata maturando nello stesso periodo. Si agitò sulla sedia cercando un agio dissipatosi man mano che proseguiva la conversazione. Il passato ritornava nudo e crudo, privo della luce calda della nostalgia. Flavio si schiarì la voce. «È praticamente certo che c’era stato qualcosa tra di loro. Si vedeva bene, ma solo da parte di lui». «Lei è sempre stata brava a nascondere», mormorò Giorgio. «Neh?», fece l’amico. Calò un silenzio prossimo all’imbarazzo che Giorgio spezzò con la franchezza: «Sarà dura lavorare a questo caso. Ho tutto contro, per questo ho bisogno di informazioni certe e obiettive. Sei l’unico a cui ho pensato». Flavio annuì. «La fiducia è sempre reciproca. Mettiamola così. La partita al Credito ha portato uno scacco al re. Un re con poca protezione, mentre la regina si è sfilata con eleganza…». «Un matto del barbiere», ricordò Giorgio. «Roberti era il re in F7». «Proprio così. Mentre la donna ha totale libertà di movimento…». «Lei ancor di più». Rivide la limpidezza degli occhi di Vittoria. Si lasciarono su corso Dante mentre il giorno languiva e le luci riscaldavano la città. Il cielo s’illuminava nel tramonto violento e le ombre cupe colavano giù per le vie. Giorgio dispiegò la bici e prese a pedalare in mezzo al traffico risvegliato dalla fine dell’orario di blocco, insinuandosi fra le auto in coda. Quando raggiunse il Defender era buio completo e un’idea di gelo s’insinuava fra i campi circostanti, la stessa idea che attraversava le sue memorie.
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