Capitolo 4 Primi rovesci
I giorni che seguirono a questa memorabile vittoria furono più calmi. Il grande Lebrac e i suoi uomini, rinvigoriti dal successo, continuavano ad affermare la propria superiorità e, muniti di lance di nocciolo appuntite col coltello e levigate col vetro, armati di sciabole di legno con l’elsa di fil di ferro ricoperta di spago, scatenavano cariche tremende che facevano rabbrividire i Velrans e li costringevano a ritirarsi ai margini della foresta tra gragnole di sassi.
Migue la Luna rimaneva prudentemente in ultima fila, e comunque non ci furono né prigionieri né feriti.
Forse le cose sarebbero continuate così a lungo se, per sventura di Longeverne, le lezioni del sabato mattino non fossero state così disastrose. Il grande Lebrac, che aveva finito per cacciarsi in testa tutti i multipli e i sottomultipli del metro, e che si fidava delle affermazioni di papà Simon, secondo le quali quando uno li sapeva per un tipo di misura li sapeva per tutte, non volle rassegnarsi al fatto che non esistessero né i chilolitri né i mirialitri.
E fece una tale confusione tra ettolitro e doppio ettolitro, tra moggio e boccale, tra le sue conoscenze libresche e le sue esperienze personali, che finì per vedersi affibbiare, senza rimedio e senza speranza di riscatto, un’ora di consegna dalle quattro alle cinque tanto per cominciare, e più tardi, se necessario, anche di più, sin quando non avesse soddisfatto tutte le esigenze pedagogiche del maestro.
Che figlio di un cane, però, quel papà Simon, quando ci si metteva!
Il guaio era che Tintin si trovava esattamente nella stessa situazione, come del resto Grangibus e Boulot.
Soltanto Camus, che era riuscito a cavarsela, e La Crique, che sapeva sempre tutto, rimanevano così quella sera a guidare l’esercito di Longeverne, già indebolito dall’assenza di Gambette, che non era venuto a scuola perché aveva da lavorare in campagna, e di qualche altro costretto a tornare a casa a lustrarsi per l’indomani.
«Forse stasera sarebbe meglio non andare,» propose pensosamente Lebrac.
«Non andare!» saltò su Camus. Ne aveva delle buone quel generale! Ma per chi lo prendevano, lui Camus?
Ci avrebbero fatto una bella figura da stupido!
Lebrac, scosso, s’arrese a queste ragioni e confermò che, una volta liberati (e intanto ce l’avrebbero messa tutta), lui, Tintin, Boulot e Grangibus avrebbero raggiunto insieme il loro posto di combattimento.
Ma era preoccupato. Era davvero seccante che lui, il capo, non potesse dirigere le operazioni in un giorno così difficile.
Camus lo rassicurò e, dopo un breve scambio di saluti, filò, circondato dai suoi guerrieri, verso il campo di battaglia.
Tuttavia questa nuova responsabilità lo rendeva pensieroso e preoccupato, al punto che, forse distratto da brutti presentimenti, dimenticò addirittura di ordinare ai suoi uomini di starsene nascosti nella marcia di avvicinamento al Gran Bosco.
I Velrans, intanto, erano già arrivati e, sbalorditi nel non vedersi di fronte nessuno, avevano affidato a un loro uomo, Touegueule, il compito di arrampicarsi su un albero per rendersi conto della situazione.
Da quel faggio egli vide il piccolo drappello avanzare imprudentemente lungo il sentiero, e una gioia traboccante e silenziosa inondò tutta la sua persona facendolo dimenare come un ghiozzo preso all’amo.
Dopo di che si affrettò a informare i compagni dell’inferiorità numerica del nemico e dell’assenza del grande Lebrac.
E l’Azteco dei Gués, il quale non vedeva l’ora di vendicare Migue la Luna, escogitò immediatamente un piano d’attacco che comunicò ai suoi uomini.
Avrebbero cominciato col far finta di niente, battendosi cioè come al solito: sarebbero avanzati, poi indietreggiati, e poi avanzati di nuovo fino a metà strada e infine, dopo aver finto di ripiegare, sarebbero partiti tutti insieme, avrebbero attaccato in massa, avrebbero assaltato in forze il campo nemico, avrebbero pestato tutti quelli che vi fossero rimasti, e preso prigionieri tutti quelli che sarebbero riusciti ad acchiappare, per portarli poi al margine della foresta dove avrebbero subito la sorte dei vinti.
D’accordo, allora? Appena lui avrebbe emesso il grido di guerra: «Al fuoco i Longeverne!» tutti si sarebbero lanciati alle sue spalle col bastone in pugno.
Touegueule era appena disceso dal faggio, quando la voce penetrante di Camus lanciò, dal centro del Gran Bosco, la consueta sfida: «Al muro i Velrans!» dando così inizio alla battaglia.
Come generale, egli avrebbe dovuto rimanere a terra a dirigere i suoi soldati, ma l’abitudine, la maledetta abitudine di salire sull’albero, mise a tacere tutti i suoi scrupoli di comandante in capo, e si arrampicò sulla quercia per scaraventare dall’alto i suoi proiettili tra le file nemiche.
Installato davanti a un ramo forcuto, scelto con molta cura, e comodamente seduto, prendeva la mira tendendo l’elastico, col cuoio proprio al centro della biforcazione e le due strisce di gomma esattamente alla stessa altezza, dopo di che lasciava partire il proiettile che correva sibilando verso i Velrans smuovendo qualche foglia o urtando contro un tronco che faceva toc.
Camus era convinto che le cose sarebbero andate come i giorni precedenti, e non immaginava certo che gli altri avrebbero tentato un attacco, anzi addirittura una carica, dopo che, dall’inizio delle ostilità, ogni scontro si era concluso con la loro disfatta o con la loro fuga.
Per una mezz’oretta andò tutto bene, e già lui era tutto soddisfatto per la sensazione del dovere compiuto e solo si preoccupava di sfruttare bene i suoi sassi, quando, al grido di guerra dell’Azteco, vide l’orda dei Velrans aggredire il suo esercito con una tale rapidità, un tale entusiasmo, un tale impeto e una tale certezza di vincere, che se ne rimase tutto sbalordito sul ramo senza poter proferire parola.
I suoi guerrieri, sentendo quel formidabile assalto, vedendo quel brandire di lance e di randelli, si spaventarono, si scoraggiarono e, sapendosi troppo poco numerosi, s’affrettarono dapprima a ripiegare con un certo ordine e poi a fuggire gambe in spalla, battendosi i tacchi sulle natiche, verso la cava di Laugu, senza nemmeno avere il coraggio di voltarsi e convinti che l’intero esercito nemico stesse per venir loro addosso.
Malgrado la sua superiorità numerica, la colonna dei Velrans, giunta al Gran Bosco, frenò un poco lo slancio nel timore di qualche isolato e disperato proiettile, ma, visto che non succedeva nulla, penetrò audacemente nel folto e incominciò a perlustrare il terreno.
Ma purtroppo non si vedeva niente e non si trovava nessuno, e l’Azteco stava già per arrabbiarsi quando d’improvviso scorse Camus rannicchiato sul suo albero come uno scoiattolo spaventato.
Allora emise un sonoro ah! di trionfo e, congratulandosi con se stesso perché l’attacco non era stato del tutto inutile, gli ingiunse di scendere immediatamente.
Camus, che sapeva quale destino lo attendeva qualora avesse abbandonato il suo rifugio, e che aveva ancora in tasca qualche sasso, rispose a questa ingiuriosa intimazione con la parola di Cambronne. E già si stava frugando nelle tasche dei pantaloni, quando l’Azteco, senza ripetere quello scortese invito, ordinò ai suoi uomini di ‘buttargli giù quell’uccello’ a sassate.
Così, prima ancora che potesse tendere la fionda, una spaventosa gragnola di colpi s’abbatté su Camus, che incrociò le braccia accostando le mani agli occhi per meglio proteggerli.
Fortunatamente molti Velrans, per la troppa fretta di lanciare i loro proiettili, mancarono il bersaglio, ma alcuni, troppi, lo centrarono: e pan sulla schiena! pan sul muso! pan sulla pancia! pan sui fianchi! pan sulle gambe! Piglia su anche questo!
«Finirai per scendere!» diceva l’Azteco.
E infatti il povero Camus, che non aveva mani abbastanza per proteggersi e sfregarsi, stava finalmente per arrendersi senza condizioni, quando il grido di guerra e il terribile ruggito del suo capo che riconduceva le truppe di Longeverne alla battaglia, lo liberò come per incanto da quella situazione spaventosa.
Allora lentamente scostò prima un braccio, poi l’altro, si palpò, guardò, e... vide!
Orrore! Orrore! L’esercito di Longeverne era arrivato al Gran Bosco urlante e ansimante con Tintin e Grangibus alla testa, mentre al margine della foresta i Velrans, tutti insieme, portavano via, trascinavano via il prigioniero Lebrac.
«Lebrac! Lebrac! ah, accidentaccio, Lebrac!» strillò Camus. «Come è potuto succedere? Ah, boia di un porco cane con la coda tagliata!»
La disperata imprecazione di Camus si ripercosse tra le file dei Longeverne che muovevano alla riscossa.
«Lebrac!» fece Tintin come in un’eco. «Non è lì?» E spiegò: «Quando siamo arrivati ai piedi della Saute, abbiamo visto i nostri che correvano via come lepri, e allora gli siamo corsi incontro e gli abbiamo detto: “Alto là! Dove andate? E dov’è Camus?” “Camus, - ci ha detto non so più chi, - è sulla quercia!” “E La Crique?” “E La Crique? Boh!” “E li lasciate così, perdiana! Prigionieri dei Velrans; cosa siete, degli smidollati? Avanti, su, avanti!” E allora lui si è lanciato, e noi dietro urlando, ma era avanti di almeno venti passi, e tra tutti lo avranno acciuffato sicuramente.»
«Certo che l’hanno brancato! ah!» sbuffò Camus indignato scendendo dalla quercia a tutta velocità. «Non è il momento di star qui a grattarsi la pera... Bisogna liberarlo!»
«Sono il doppio di noi,» fece osservare uno dei fuggiaschi. «C’è rischio che ne branchino degli altri, e sarebbe un bel guadagno! E allora, siccome siamo in pochi, non ci rimane che aspettare: in fondo mica vorranno mangiarselo!»
«No,» ammise Camus, «ma i suoi bottoni? E dire che ha fatto tutto questo per liberare me. Ah, scarogna delle scarogne! Aveva ragione a dirci di non venire stasera. Bisogna sempre dar retta al capo!»
«Ma dov’è La Crique? Non c’è nessuno che ha visto La Crique? Avran mica acchiappato anche lui?»
«No,» ribatté Camus, «non credo, non l’ho visto portar via, deve essersela squagliata da quei cespugli.»
E mentre i Longeverne continuavano a gemere e Camus, nell’umiliazione della disfatta, riconosceva i vantaggi e la necessità di una disciplina severa, un richiamo di pernice li fece sobbalzare.
«È La Crique!» disse Grangibus.
Ed era effettivamente lui che, al momento dell’assalto, si era insinuato come una volpe tra i cespugli sfuggendo così ai Velrans. Veniva dalla parte più elevata del terreno comunale, ed evidentemente doveva aver visto qualcosa, perché disse: «Ah, amici, cosa non gliene fanno a Lebrac! Non ho visto proprio bene, ma porca l’oca se picchiavano duro!»
E procedette a requisire tutte le corde e le spille della banda per rimettere in sesto gli abiti del generale, che se no non se la sarebbe certo cavata.
Intanto, al margine della foresta, si stava effettivamente svolgendo una scena terribile.
Circondato, avviluppato, trascinato via dal turbine dei suoi avversari, al punto da non capirci più nulla, il grande Lebrac si era in seguito ripreso, era tornato in sé e, quando avevano voluto trattarlo da vinto e venirgli vicino armati di bastone, glielo aveva fatto vedere a quei babeloni che cos’è un Longeverne.
Con la testa, con i piedi, con le mani, coi gomiti, con le ginocchia, con le reni, coi denti, picchiando, scalciando, schiaffeggiando, saltando, cozzando, boxando, mordendo, si dibatteva in modo formidabile buttando a terra uno e dilaniando un altro, accecando questo, schiaffeggiando quello e ammaccando un terzo, a forza di pan, di toc e di zon, era arrivato al punto che, pur lasciando in pegno mezza manica di giubba, si era finalmente liberato dalla muta nemica e già si stava slanciando in un impeto irresistibile verso Longeverne, quando un proditorio sgambetto di Migue la Luna lo fece cadere lungo disteso, con il naso su un sopralzo di terra, le braccia in avanti e la bocca aperta.
Non ebbe nemmeno il tempo di dire beh, né di pensare a mettersi almeno in ginocchio, che già dodici ragazzi si precipitavano nuovamente su di lui e dopo una serie di pif! di paf! di pum! e di zop! lo agguantavano per le quattro membra, mentre un altro lo perquisiva, gli confiscava il coltello e lo imbavagliava col suo stesso fazzoletto.
L’Azteco, che dirigeva la manovra, consegnò a Migue la Luna, salvatore della situazione, un bastone di noce e gli raccomandò, avvertimento superfluo, di non risparmiare i colpi ogni volta che il prigioniero avesse tentato di muoversi.
E così Lebrac, che non era uomo da darsi per vinto, fini ben presto con le natiche blu a forza di nerbate e dovette rassegnarsi a star tranquillo.
«Piglia su, porcone!» diceva Migue la Luna. «Ah, ah! Volevi tagliarmi ‘i diti’ dei piedi, eh? E se adesso li tagliassimo a te, cosa diresti?»
Non glieli tagliarono, ma non ci fu un bottone, un’asola, un gancio o una stringa che sfuggì alla loro sete di vendetta, per cui Lebrac, vinto, spogliato e sculacciato, venne rimesso in Libertà nelle stesse pietose condizioni di Migue la Luna cinque giorni prima.
Il Longeverne però non piagnucolava come il Velrans; aveva l’animo del capo, lui, e schiumando interiormente dalla rabbia, sembrava non sentire il dolore fisico. Anzi, appena gli tolsero il bavaglio, non esitò a sputare in faccia ai suoi carnefici virulente invettive che sintetizzavano il suo indomabile disprezzo e il suo inestinguibile odio.
Ma purtroppo era stato un po’ precipitoso, e l’orda vittoriosa, sapendolo alla sua mercé, glielo fece chiaramente capire rovesciandogli addosso un altro fracco di legnate e tempestandolo di calci.
Allora Lebrac, sconfitto, gonfio di collera e di disperazione, ebbro di odio e di ansia di vendetta, si allontanò col viso sconvolto; ma fatti pochi passi si lasciò cadere dietro un cespuglio come per piangervi a proprio agio o per cercarvi qualche spina che gli permettesse di tener su i pantaloni intorno ai fianchi.
Una collera forsennata lo dominava: pestò i piedi, strinse i pugni, digrignò i denti, morse la terra e poi, come se questo acre bacio gli avesse offerto un’ispirazione improvvisa, si fermò di scatto.
Il rame del tramonto calava tra i rami semispogli della foresta, allargando l’orizzonte, ampliando le linee e nobilitando il paesaggio ravvivato da un potente alito di vento. In lontananza i cani da guardia abbaiavano legati alle loro catene; un corvo richiamava i suoi compagni per il sonno, i Velrans tacevano e dei Longeverne non si sapeva più niente.
Lebrac, nascosto dietro il cespuglio, si scalzò (impresa non certo difficile), infilò le calze ridotte a cenci nelle scarpe private di stringhe, si tolse golf e pantaloni, li arrotolò insieme intorno alle scarpe, mise il tutto nella giacca di cui fece un pacchettino legato ai quattro angoli, e rimase con la sola camicia le cui falde ondeggiavano al vento.
Dopo di che, afferrando con una mano l’involto e tenendo con l’altra la camicia sollevata tra due dita, si rizzò bruscamente davanti all’intero esercito nemico e, trattando i suoi vincitori da schifosi e da vigliacchi, mostrò loro il didietro tendendo energicamente l’indice verso di esso; poi fuggì a gambe levate nelle prime ombre del crepuscolo, inseguito dalle maledizioni dei Velrans e da una gragnola di sassi che gli ronzavano alle orecchie.