CAPITOLO 4
IL PUNTO DI VISTA DI CLARA
Il fresco della sera era succeduto al caldo pesante del supermercato. La mia borsa di tela, piena della spesa senza ispirazione, mi batteva contro l'anca. Scrutavo la strada, cercando disperatamente la luce arancione di un taxi libero. Niente. Le auto sfrecciavano, fari abbaglianti nella notte nascente, indifferenti alla mia solitudine. L'impazienza mi rodeva. Quel giorno, quella settimana, quella vita in sospeso… Avevo bisogno di tornare a casa, di rintanarmi tra le mie quattro mura.
«Pazienza, cammino un po', fino a un viale più trafficato», mi dissi, stringendo il cappotto un po' più forte.
Ogni passo risuonava sul marciapiede, troppo forte nel silenzio relativo. Avevo preso una scorciatoia, una strada più tranquilla, fiancheggiata da laboratori artigianali per lo più chiusi. L'atmosfera era diversa: meno gente, angoli d'ombra più profondi. Un brivido mi percorse la schiena, ma lo attribuii al fresco. Ero Clara. Forte. Invulnerabile. Le paure da bambina non facevano per me.
Ero persa nei miei pensieri, a rimuginare ancora una volta il tradimento di Alessandro, quando la sagoma spuntò da un incavo. Un uomo, alto, il cappuccio della felpa tirato su a nascondergli il volto. Si piantò davanti a me, bloccandomi il passaggio. Il tempo si congelò.
«La borsa. E il telefono. Svelto», ringhiò, la voce rauca, tesa.
Il mio cuore fece un balzo violento nel petto, un pugno sordo che mi tagliò il respiro. Il panico, puro e primitivo, mi inondò le vene. Ma un'altra emozione, più feroce, prese il sopravvento: la rabbia. Non lui. Non la mia borsa, con il portafoglio, le chiavi, quel che restava della mia dignità. Non il mio telefono, unico legame con il mondo, con i potenziali recruiter. Era troppo. Fin troppo.
«No», sputai, la voce strozzata dall'adrenalina.
Le mie dita si strinsero come artigli all'ansa della borsa. Lui tirò. Una forza brutale, bestiale, che quasi mi fece perdere l'equilibrio. Mi irrigidii, i piedi piantati nell'asfalto, i muscoli del braccio e della spalla che gridavano sotto la tensione.
«MOLLA!» urlò, tirando più forte.
Immagini sfrecciarono a tutta velocità nella mia testa. La sottomissione nell'ufficio di Alessandro. La busta bianca. L'umiliazione. No. Mai più. Non avrei mollato più nulla. Non avrei ceduto più.
«No!» ripetei, quasi urlando, lottando per ogni centimetro di stoffa, le unghie che si conficcavano nella tela.
Il terrore si mescolava a una rabbia incandescente. Sentivo le mie dita scivolare, il mio braccio torcersi. Stavo per perdere. La realtà mi colpì come un'onda gelata. Stavo per ritrovarmi a terra, derubata, forse violentata, in quella strada deserta.
All'improvviso, lo stridio di gomme che sfrecciavano sull'asfalto. Dei fari potenti illuminarono la scena di una luce bianca e cruda, trasformandoci in attori di un dramma sordido. Uno sportello si aprì e si richiuse con un tonfo secco. Un'ombra massiccia si precipitò verso di noi.
«LASCIALA STARE!»
La voce era un ringhio, autoritario, che fece sobbalzare il mio aggressore. L'uomo col cappuccio lasciò uscire una sfilza di imprecazioni, ma allentò un attimo la presa. Fu sufficiente.
Una mischia confusa. Colpi sordi, grugniti. Ero paralizzata, il fiato corto, stringendo sempre la borsa contro di me come un amuleto. L'uomo col cappuccio borbottò qualcosa prima di darsela a gambe, sparendo nell'oscurità più velocemente di quanto fosse apparso.
Rimasi lì, tremante da capo a piedi, le gambe di cotone. La paura e l'adrenalina facevano un miscuglio nauseante nelle mie vene. Lo sconosciuto, il mio salvatore, si rimise in piedi. Teneva in mano… il mio portachiavi, che doveva essere caduto durante la lotta. Si voltò e si avvicinò.
«Ecco a lei, signora. Il suo…»
Alzai gli occhi, il cuore che batteva ancora all'impazzata, pronta a riversare un fiume di gratitudine.
E il mondo si fermò.
Il tempo sembrò sospendersi, poi crollare tutto in una volta. Sotto le luci crude dei lampioni, i tratti del suo volto erano netti, cesellati. La mascella squadrata, gli occhi di un ghiaccio che mi trafiggevano. Era un volto che conoscevo meglio del mio. Un volto che infestava le mie notti, i miei incubi e, dovevo ammetterlo a malincuore, le mie fantasie più sfrenate.
Alessandro.
Mi fissava, anche lui, le pupille leggermente dilatate dalla sorpresa. Sembrava altrettanto scioccato quanto me. Nella sua mano, il mio portachiavi – un piccolo pon-pon di seta comprato con Chloé – sembrava ridicolo, incongruo.
La gratitudine che cominciava a spuntare svanì istantaneamente, sostituita da un freddo glaciale, una sensazione di violazione ancora più profonda. Imbattermi in lui. Qui. Ora. Nella mia vulnerabilità più assoluta. Lui, che mi aveva già vista in ginocchio, ansimante, supplichevole. E ora mi vedeva terrorizzata, sudata, tremante come una foglia. Aveva vinto ancora. Era ancora il salvatore, il forte, colui che controllava ogni situazione.
«Clara?» pronunciò infine, il suo tono abitualmente così controllato tinto di un'incredulità palpabile.
Gli strappai il portachiavi dalle mani, il contatto delle sue dita contro le mie che provocava una scarica elettrica di odio puro.
«Sto bene», risposi con una voce che volevo fredda e distaccata, ma che non era che un filo rauco, tremante.
Mi sentii sporca. Umiliata. Salvata dall'uomo che detestavo di più al mondo. Il destino aveva un senso dell'umorismo particolarmente crudele.
Lui rimase lì piantato, a scrutarmi, il suo sguardo analitico che percorreva il mio volto sconvolto, i miei capelli in disordine, il mio cappotto tirato. Vedevo le domande girargli nella mente, ma non le fece. Lui era sempre riuscito a mantenere il controllo.
Io, invece, non ne potevo più. Sentivo le lacrime di frustrazione e shock bruciarmi le palpebre. Non potevo restare un secondo di più sotto il suo sguardo.
Senza un'altra parola, senza un grazie, strinsi la borsa al petto e girai i tacchi. Mi misi a camminare, a passo svelto, a scatti, allontanandomi da lui, da quella strada, da quella notte da incubo.
Ogni passo mi allontanava dal pericolo, ma mi avvicinava a un'altra verità, altrettanto insopportabile: Alessandro Duvall mi aveva appena salvata, e quel debito, non sapevo come avrei potuto sopportarlo.