CAPITOLO II LA FINE DELL’ISOLA DEGLI ULIVI

2962 Parole
CAPITOLO II LA FINE DELL’ISOLA DEGLI ULIVIIl grande drago dai colori mutevoli che si dimena intorno al mondo come un camaleonte, era di un verde pallido là dove bagnava Pebbleswick, ma di un bleu vivo là dove si rompeva contro le isole Jone. Una delle innumerevoli isolette, quasi poco più di una roccia, piana e bianca, nella distesa azzurra, era celebrata come l’isola degli ulivi; non perchè fosse ricca di tale vegetazione, ma perchè, per un capriccio del suolo o del clima, vi crescevano due o tre ulivi di un’altezza senza pari. Anche nel calore pieno del sud, infatti, non è cosa solita per un albero di ulivo diventare più alto di un pero comune: ma i tre ulivi che colà si ergevano, avrebbero potuto essere scambiati, eccetto che per la forma, per pini o larici del nord, di una misura moderata. L’isola era anche connessa con qualche antica leggenda greca intorno a Pallade, patronessa dell’ulivo; perchè tutto quel mare parlava delle prime favole dell’Ellade e dalla piattaforma di marmo, sotto l’ulivo, si poteva vedere il grigio profilo di Itaca. Sull’isola e sotto gli alberi, c’era una tavola all’aperto, coperta di carte e di calamai. Quattro uomini vi sedevano intorno: due in uniforme e due in abiti borghesi neri. Aiutanti di campo, scudieri, e simili personaggi, se ne stavano ritti in gruppo sullo sfondo, e dietro di essi si vedeva una fila di due o tre corazzate che emergevano dal mare. Perchè si stava per dare la pace all’Europa! Era da poco finita la lunga agonia di uno dei molti e vani sforzi diretti a spezzare la potenza della Turchia e a salvare le piccole tribù cristiane. C’erano state molte altre riunioni del genere nell’ultima fase della guerra, quando, una dopo l’altra, le minori nazioni avevano abbandonato la lotta o le grandi erano intervenute per far loro coercizione. Ma le parti in causa si erano oramai ridotte a queste quattro; perchè le Potenze dell’Europa, essendo d’accordo sulla necessità di una pace su una base turca, erano contente di lasciare questi ultimi negoziati all’Inghilterra e alla Germania, che avevano i mezzi per far rispettare le condizioni che si sarebbero pattuite. Cera, naturalmente, un rappresentante del Sultano, e c’era pure un rappresentante del solo nemico del Sultano, che non fosse ancora venuto a patti. Una piccolissima potenza, infatti, aveva, da sola, combattuto per mesi e mesi con tale tenacia e con tali successi (sia pure temporanei) da suscitare la più alta meraviglia. Un Principe oscuro e a mala pena riconosciuto, che si faceva chiamare il «Re d’Itaca», aveva compiuto nel mediterraneo orientale gesta di tanto valore da non essere indegne dell’audace confronto che richiamava il nome della sua isola. I poeti non potevano fare a meno di domandarsi se non si trattava di Ulisse redivivo; e i patrioti greci, ancorchè fossero stati essi stessi costretti a deporre le armi, non potevano fare a meno di sentire una grande curiosità di conoscere la stirpe greca o il nome greco che vantava la nuova eroica casa reale. Fu perciò con non poco spasso che il mondo finalmente scoperse che il discendente di Ulisse era un impudente avventuriero irlandese di nome Patrick Dalroy, il quale era stato un tempo nella marina da guerra inglese, e aveva avuto dei guai a cagione delle sue simpatie feniane e aveva dato le dimissioni. Da allora era passato attraverso molte avventure, sotto molte uniformi, e aveva messo se stesso, e altri, in più di una critica situazione per una straordinaria mistura di cinismo e di donchisciottismo. Nel suo fantastico piccolo regno era stato, naturalmente, generale, ammiraglio, ministro degli esteri e ambasciatore di... se stesso; ma si era sempre preoccupato di interpretare i desideri del suo popolo nelle cose essenziali della pace e della guerra. Era stato, appunto, per volontà del suo popolo che era venuto finalmente a deporre la sua spada. Oltrechè per la sua abilità professionale, egli, soprattutto, era famoso per una enorme forza muscolare e per la sua statura. È costume oggidì, nei giornali, affermare che la semplice forza muscolare e barbarica nulla conta nelle azioni militari moderne. Ma questa può essere un’opinione esagerata come la sua opposta. In guerre come queste dell’Oriente, nelle quali tutte le popolazioni sono leggermente armate e gli assalti personali sono comuni, un capo capace di difendersi ha un effettivo vantaggio, e non è poi vero, nemmeno generalmente parlando, che la forza non sia utile. Questo fu ammesso da Lord Ivywood, il ministro inglese, il quale faceva osservare a Re Patrick l’indiscutibile superiorità del modello leggero di cannone da campagna turco; e il Re di Itaca, dicendo che di ciò era più che convinto, osservò che lo avrebbe preso con sè e sarebbe partito portandoselo via sotto il braccio. Questo pure era concesso dal più grande dei guerrieri turchi, egualmente famoso per il suo coraggio in guerra come per la sua crudeltà in pace, ma che portava sulla fronte uno sfregio, fattogli dalla spada di Patrick dopo tre ore di combattimento mortale, e ricevuto, sia detto per la verità, senza ira o vergogna, perchè il Turco è sempre grande in queste cose. Nè la cosa era messa in dubbio dal signor Hart, un amico finanziario del ministro tedesco, che Patrick Dalroy – dopo avergli chiesto per quale delle sue finestre desiderasse essere gettato in casa – aveva gettato per la finestra della camera da letto, al primo piano, e lo aveva fatto con una esattezza così ben calcolata, che egli si era trovato sul letto già in posizione per essere visitato dal medico. Ma, quando s’è ben detto tutto, un gentiluomo irlandese dai muscoli d’acciaio, sopra un’isola, non può guerreggiare in eterno contro l’intera Europa; ond’è che egli venne con rassegnazione, ma senza perdere il suo buon umore, a offrire i patti, dettatigli dalla sua patria adottiva. Egli non avrebbe nemmeno potuto pigliare a pugni tutti i diplomatici (per il che avrebbe posseduto e la forza fisica e la inclinazione) perchè, colla parte più sana del suo cervello, capiva benissimo che essi, come lui, non facevano che obbedire a degli ordini. Perciò egli sedette pesantemente alla piccola tavola con un’aria assonnata, nella uniforme bianco-verde della marina di Itaca (da lui inventata), grosso come un toro, mostruosamente giovane per le sue dimensioni, con un collo da toro e due occhi azzurri di toro e dei capelli rossi che stavano così irti da sembrare che la sua testa avesse preso fuoco, come disse qualcuno. Il personaggio dominante sopra tutti gli altri presenti alla riunione, era Oman Pascià colla sua forte faccia emaciata dall’ascetismo della guerra, con capelli e baffi che sembravano più bruciati dal fulmine che imbiancati dall’età, con un fez rosso in capo e, fra il fez e i baffi, uno sfregio al quale il Re di Itaca evitava di guardare. I suoi occhi avevano una strana mancanza di espressione. Lord Ivywood, il ministro inglese, era probabilmente il più bell’uomo d’Inghilterra, salvo che, tanto i suoi capelli come la carnagione, mancavano quasi affatto di colore. Contro quell’azzurro mare marmoreo, egli avrebbe quasi potuto sembrare una di quelle vecchie statue marmoree che sono impeccabili nelle linee, ma mostrano solo ombre di grigio e di bianco. Se i suoi capelli apparivano color argenteo opaco o bruno-chiaro, era solo per la luce; e la sua splendida maschera non mutava mai di colore o di espressione. Era uno degli ultimi vecchi oratori parlamentari e, tuttavia, era un uomo relativamente giovane. Qualunque cosa dovesse dire, egli sapeva dirla con bella fioritura di linguaggio; eppure, anche quando le sue labbra vibravano di vita, la sua faccia rimaneva sempre morta. Aveva tutte le piccole vecchie abitudini dei Parlamentari del passato: per dirne una, si alzava in piedi come in un Senato, quando parlava agli altri tre in quella solitudine del mare! Per tutto ciò egli dava l’impressione di una personalità, in contrasto col signore che gli sedeva vicino, che non parlava mai, ma la cui faccia parlava per lui. Era costui il Dottor Gluck, il ministro tedesco, le cui fattezze non avevano nulla di tedesco, nè lo sguardo tedesco, nè l’aria sonnolenta tedesca. La sua faccia era vivida come una fotografia a colori marcati ed era mobile come un cinematografo, ma le sue labbra scarlatte non si aprivano mai per parlare. Gli occhi, fatti a mandorla, pareva brillassero di tutte le luci fuggevoli dell’opale, e i baffetti neri arricciati pareva qualche volta si riarricciassero da sè, come farebbe un nero serpentello vivo; ma non un suono usciva dalla sua bocca. Egli mise una carta davanti a Lord Ivywood. Lord Ivywood si infilò un paio di occhiali per leggerla e con gli occhiali parve di dieci anni più vecchio. Era semplicemente l’ordine del giorno contenente le ultime cose che dovevano essere definite in quest’ultima conferenza. Il primo punto diceva: – L’ambasciatore di Itaca chiede che le ragazze prese negli harem dopo la cattura di Pylos, siano restituite alle loro famiglie. Questo non si può concedere. Lord Ivywood sorse in piedi. La sola bellezza della sua voce fece una grande impressione a chi non l’aveva mai udita. — Eccellenze e signori – egli disse – un uomo di Stato, la cui politica io certo non approvo, ma alla posizione del quale nella storia, io non potrei ragionevolmente aspirare, vi ha reso familiare una frase intorno a «una pace con onore»{7}. Ma quando noi dobbiamo celebrare una pace fra soldati storici come Oman Pascià e S. M. il Re di Itaca, io penso che possiamo ben parlare di «una pace con gloria». Egli sostò un istante, durante il quale perfino il silenzio del mare e della roccia sembrò pieno di un applauso generale, avendo con tanta perfezione dette queste parole! — Io credo che un solo pensiero domini le nostre menti, quali possono essere state le nostre molte differenze in questi lunghi e difficili mesi di trattative. Io credo che uno solo ora sia il nostro pensiero. Che la pace, cioè, sia integrale come la guerra, che la pace possa essere ardita come la guerra. A questo punto fece un’altra pausa e sentì come un fantastico applauso che veniva non dalle mani, ma dalla testa dei presenti. E continuò: — Se noi dobbiamo smettere di combattere colle armi, sarà bene che smettiamo anche di contendere colle parole. Un’amnistia sembrerebbe la cosa più adatta, quando una pace così sublime sta per suggellare una così sublime lotta. E se c’è una cosa che un vecchio diplomatico vi possa consigliare, io vorrei darvi questo consiglio: che legami amichevoli o domestici che sono stati fatti durante questo periodo turbolento non siano nuovamente disturbati. Poichè sono abbastanza attaccato alle vecchie idee. Nè io sarò così antiliberale da non estendere agli antichi costumi dell’Islam quanto vorrei estendere agli antichi costumi della Cristianità. Per una proposta che ci è stata presentata noi dovremmo ora recriminare sul fatto se certe donne hanno lasciato le loro case volontariamente o meno. Ora, per parte mia, non so concepire una controversia più pericolosa a iniziarsi e più impossibile a concludersi. Io oso dire che esprimo il pensiero di voi tutti quando affermo che, quali siano stati i torti commessi da una parte e dall’altra, le case, i matrimoni, le sistemazioni familiari di questo grande Impero Ottomano debbono rimanere come sono oggidì. Nessuno si mosse, eccetto Patrick Dalroy che portò per un momento la mano all’elsa della spada e fissò tutti i presenti con occhi fierissimi. Ma subito dopo lasciò ricadere la mano e diede improvvisamente in una grande risata. Lord Ivywood non vi fece caso, ma riprese in mano l’ordine del giorno e inforcò un’altra volta gli occhiali, che lo facevano apparire più vecchio. Lesse – a bassa voce, naturalmente – il secondo punto. Il ministro tedesco, con una faccia tutt’altro che tedesca, aveva scritto questa nota per lui: – Tanto Coote come i Bernstein insistono che per il marmo ci devono essere i Cinesi. Non ci si può fidare, presentemente, dei Greci nelle cave. — Ma, mentre – continuò Lord Ivywood – noi desideriamo che queste istituzioni fondamentali, come la famiglia Maomettana, rimangano quali sono anche in questo momento, non siamo certo propensi a un ristagno sociale. Nè pretendiamo che la grande tradizione dell’Islam sia capace da sola a far fronte alle necessità dell’oriente. E vorrei chiedere seriamente alle Eccellenze Vostre perchè mai noi dovremmo esser così vani da supporre che il solo rimedio per l’Oriente sia necessariamente l’Occidente. Se occorrono nuove idee, se è necessario nuovo sangue, non sarebbe forse più naturale fare appello alle vivissime e laboriosissime civiltà che formano la vostra riserva dell’Oriente? L’Asia in Europa, se il mio amico Oman Pascià mi permette questa osservazione critica, ha significato finora un’Asia in armi. Quand’è che vedremo l’Asia in Europa e nello stesso tempo un’Asia in pace? Queste, comunque, sono le ragioni che mi inducono a dare il mio assentimento a uno schema di colonizzazioni. Patrick Dalroy saltò in piedi, su dalla sedia afferrandosi a un ramo d’ulivo che aveva sopra la testa. Egli si mise in posizione, appoggiandosi con una mano al tronco dell’albero e semplicemente li fissò ben ben in viso. Ma tosto gli venne di riflettere alla inanità della semplice forza fisica. Egli avrebbe potuto scaraventarli tutti quanti in mare, ma con quale risultato? Altri uomini dalla parte del torto sarebbero stati accreditati alla campagna diplomatica e il solo uomo che era dalla parte della ragione, sarebbe stato discreditato in tutto e per tutto. Nella sua furia, scosse il ramo d’ulivo sopra la sua testa. Ma egli non disturbò affatto Lord Ivywood che aveva appena letto il terzo punto del programma («Oman Pascià insiste sulla distruzione dei vigneti») e si era nel frattempo impegnato in una perorazione che in seguito divenne famosa e si può trovare in molti testi scolastici di retorica. Egli era nel mezzo di essa prima che l’ira e la stupefazione permettessero a Dalroy di seguire le parole. — ...e non dobbiamo forse nulla – diceva il diplomatico – a quel gesto di alto rifiuto per cui, molti secoli fa, il Grande Mistico dell’Arabia allontanò la coppa di vino dalle sue labbra? Non dobbiamo nulla alla lunga vigilia di una razza eroica, alla lunga astinenza colla quale si è voluta condannare la bellezza del vino come velenosa? La nostra è un’età nella quale gli uomini sempre più si convincono che tutti i «credi» hanno in serbo l’uno per l’altro, e che ogni religione ha un segreto per il suo vicino. Se è vero – ed io invoco ancora l’indulgenza di Oman Pascià dicendo che, a parer mio, è vero – se è vero che noi dell’Occidente abbiamo dato qualche luce all’Islam facendogli apprezzare la pace e l’ordine civile, non possiamo dire che l’Islam, a sua volta, ci darà la pace in mille case e ci incoraggerà a sopprimere quella maledizione che tanto ha contribuito a guastare e a confondere la virtù della cristianità d’Occidente? Già nel mio paese non si verificano più quelle orge che fecero orribili le notti delle più nobili famiglie. Già la legislazione va liberando il popolino, con misure draconiane, dalla schiavitù del liquore che tutto distrugge. Non v’è dubbio che il Profeta della Mecca vada raccogliendo i frutti della sua predicazione; il cedere i vigneti in questione al più grande dei suoi campioni è l’atto più indicato per una giornata come questa; per una felice giornata che può ancora liberare l’Est dalla maledizione del vino. Il valoroso principe che finalmente viene oggi a noi coll’offerta di un ramo d’ulivo, anche più glorioso della sua spada, può, noi ben lo comprendiamo, considerare la cessione con un senso di sentimentale tristezza; ma io sono sicuro che verrà un giorno in cui egli per primo se ne rallegrerà. E vorrei richiamare alla vostra memoria che non il vino soltanto è stato il segno della gloria del Sud. C’è un altro albero sacro non macchiato da ricordi violenti, innocente del sangue di Penteo o di Orfeo dalla lira spezzata. Noi dimostreremo fra breve, da questo posto, come tutte le cose passano e periscono: Far called, our navies melt away, On dune and headland sinks the fire, And all our pomp of yesterday Is one with Nineveh and Tyre{8}. Ma fino a quando il sole potrà illuminare e la terra dare frutti, uomini e donne più felici di noi guarderanno a questa isoletta solitaria che dirà da se stessa la sua storia: perchè essi vedranno questi tre sacri ulivi ergersi in eterna benedizione sull’umile posto da cui venne la pace del mondo! Gli altri due guardavano a Patrick Dalroy, la cui mano teneva stretto l’albero, mentre il suo ampio petto si gonfiava per lo sforzo titanico che faceva. Un piccolo sasso si mosse ai piedi dell’albero, come se fosse una cavalletta che saltasse; quindi le radici attorcigliate dell’ulivo uscirono lentamente dalla terra come le membra di un drago che si svegliasse dal sonno. — Io offro un ramo d’ulivo – disse il Re di Itaca barcollando e sporgendo l’albero sradicato la cui vasta ombra, più vasta dell’albero, si proiettò sopra l’intero concilio. – Un ramo d’ulivo – aggiunse affannato – più glorioso e più pesante della mia spada. Poi fece un altro sforzo e lo scaraventò nel mare di sotto. Il tedesco che non era tedesco, aveva sollevato il braccio paurosamente come per ripararsi quando l’ombra era passata sopra di lui. Ora si alzò e, vedendo che l’irlandese stava strappando il secondo albero, si allontanò dalla tavola. Il secondo albero venne su più facilmente, e prima di mandarlo a raggiungere il primo, Dalroy ristette un momento come se giocherellasse con una torre. Lord Ivywood mostrò più fermezza, ma poi si alzò con atto di tremenda protesta. Solo il pascià turco se ne rimaneva immobile, cogli occhi smarriti. Dalroy sradicò anche il terzo albero, lo buttò in mare e lasciò, così, l’isola nuda. — Ecco fatto – disse Dalroy quando il terzo ed ultimo ulivo piombò nell’acqua. – Ora me ne andrò. Oggi ho visto qualche cosa che è peggiore della guerra: il suo nome è Pace. Oman Pascià si alzò e gli tese la mano. — Voi avete ragione – disse egli in francese – e io spero che ci incontreremo ancora in quella che è la sola vita buona. Dove andate ora? — Me ne vado a «La Vecchia Nave». — Volete dire che intendete far ritorno alle corazzate del Re inglese? — No, – rispose l’altro. – Me ne vado a «La Vecchia Nave», che si trova dietro dei meli, presso Pebbleswick, dove l’Ule scorre fra gli alberi. Temo che colà non vi vedrò mai! Dopo un istante di esitazione, egli afferrò la mano del grande tiranno e si diresse alla sua barca senza degnare di uno sguardo i diplomatici.
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