Colazione-5

1012 Parole
“Si buscherà qualche bella contrattura al suo bel cappellaccio, ma perlomeno ricorderà la lezione”, minimizzò il parmigiano, inchinandosi ancora una volta alla bellissima visitatrice. Ginevra lo omaggiò di una delle sue irresistibili smorfie da coquette, e si rassettò per scendere a parlar dell’incidente, come chi assolutamente per caso si fosse ritrovata testimone di quella sfortunata caduta. Come aveva previsto il suo aggressore, Snorbo se la cavò con una seria ammaccatura all’alluminio della copertura, e il sospetto sempre più fondato che ormai la sua magra polpa cremosa fosse a un passo dall’irrancidimento. Il suo incidente, una volta chiaritasi l’identità dell’aggressore, diede il via a una catena di vendette e ripercussioni tra i cibi ultra-calorici e quelli dietetici, per la conquista dei seggi elettorali situati ad ogni ripiano di Firgi. Il presidente del partito dei Light, lo yogurt anziano Benincasa, iniziò il suo tour proprio dalla regione della frutta e verdura, per tradizione più sensibile alla lotta contro le prepotenze dei grassi ai piani superiori. “Magro è bello! È il grasso, il sapore che attira i Dudenti! E noi vogliamo una vita senza cerberi, senza più rapimenti all’ora di pranzo!” E giù tutti ad applaudire, e su ad alzarsi in ovazione del candidato: zucchine, ravanelli, verze, cavolfiori, carote, aranci e mirtilli. I wurstel e i formaggini di Pantaleo ebbero parecchio da fare per riportare la situazione alla normalità, e spengere quell’eccitazione incontrollata che avrebbe rischiato di uscire dai limiti d’apprezzamento dei Light e coinvolgere anche i più neutrali alimenti sott’olio, le salse e gli yogurt alla frutta. Il pretesto per una più seria repressione a tappeto contro il partito di Benincasa, la offrì l’aggressione (secondo successive fonti assolutamente immotivata) al barattolo dello strutto, don Taffio. Il pacifico, grassoccio recipiente se ne tornava a casa da una serata in compagnia di burro e margarina, quando venne bloccato da una banda di formaggi light a breve scadenza: fu strattonato, schiaffeggiato senza riportar troppo danno da quelle manine mollicce, e infine fatto rotolare fino al bordo del precipizio. “Si può sapere che vi ho fatto? Io non c’entro nulla, non voto nemmeno!”, s’arrischiò a pregare don Taffio i suoi assalitori, mentre quelli lo stordivano coi loro cori a ripetizione. “Palla di lardo, palla di lardo, più sento il puzzo e meno m’azzardo!” Alla fine, volente o no, il lardo vomitò la sua polpa viscida e biancastra sul ripiano liscio dei formaggi, e ne fece precipitare più d’uno al piano di sotto. Pantaleo e i suoi accorsero giusto in tempo per completare la carneficina, e suscitare altri focolai di rivolta nella regione degli yogurt. “Forse è troppo presto. Non risolveremo mai nulla se continuiamo a metterci gli uni contro gli altri. Avrei dovuto prestare ascolto a te, e non fomentare altro odio contro i Dudenti. Guarda a che ci ha portato…” diceva Brando al suo nuovo amico, il burro, al riparo di un vecchio recipiente di grattugiato. Pomponio da Caraglia lo guardava di sottecchi, e da qualche minuto neppure si prendeva il disturbo di rispondergli. “L’avranno già bevuta, no? Almeno non sarà costretta ad assistere a questa vergogna. Chi avrebbe immaginato che la guerra civile avesse mietuto nell’ultima ora più vittime di quelle fatte dai Dudenti a colazione? Di’ un po’, hai sentito di Snorbo, il Light sfuggito all’attacco del parmigiano?” Brando aspettò in vano una risposta, poi riprese con la buccia che si godeva l’umido della formaggiera: “Alla seconda botta la crema gli è sgusciata tutta dal cappello, e l’hanno lasciato morire così, dissanguato sul campo di battaglia. Il poverino non aveva neppure avuto il tempo di sfidare formalmente Pantaleo a duello.” Sempre silenzio dall’altra parte, neppure un sospiro. “Insomma, si può sapere che ti prende? Ci abbiamo provato, siamo andati a porgere le nostre condoglianze alla povera Isotta, ci siamo tenuti apposta fuori da questa guerra interna per essere più pronti alla reazione contro i cerberi di fuori… e tu te ne stai qui ad aspettare il coltello?” Aspettare il coltello era un’espressione alquanto minacciosa nel gergo delle creme al formaggio, e poteva risultare offensiva quando applicata a un tipo d’alimento particolarmente ozioso o indolente. Alla fine Pomponio si riscosse, e fece qualche sforzo per mettersi in piedi, traballante: “Hai ragione tu. È una vergogna. E io son stato più vigliacco di tutti gli altri, perché non l’ho impedito.” “Che dici?” “A tavola. L’ho vista finire così, sotto i miei occhi, mentre quelli mi schiaffeggiavano con la lama e mi spalmavano sui toast.” “Ma ne abbiamo già parlato, Pomponio. Non è colpa tua. Come potevi…?”, tentò Brando, ma quando lo vide allontanarsi per conto suo, senza salutarlo né fargli un cenno d’intesa, capì che sarebbe stato inutile. Scartocciato sulla nuca, le ampie e molli spalle intaccate in più punti dalla voracità dei Dudenti, Pomponio da Caraglia se ne salì quatto quatto fino alla Sala Zero e al termostato che faceva bella mostra di sé, alle spalle del contenitore a raffreddamento extra, per affettati e salse a rapido deterioramento. “Ehi, sacco di grasso! Viscidume in stagnola!”, l’apostrofarono un paio di barrette dietetiche lì di passaggio, mascherate da snack al burro d’arachidi per evitare le ritorsioni dei wurstel. Pomponio, solo in quel sentiero in salita, non si curò di loro. Proseguì senza fermarsi sin verso il termostato, e approfittando di un momento d’assenza del tecnico addetto alla temperatura, alzò i gradi delle luci al led fino a un valore impossibile da sostenere per qualsiasi pasta di latte. Si avvicinò all’accecante fonte luminosa e lì attese che la morte lo liberasse da quell’insostenibile marchio d’infamia. “Ahi, ahi, ahi”, si lamentava intanto Leone, la marmellata, di ritorno dal tavolo della colazione. “Almeno i tre quarti delle mie cervella di gelatina sono sparite. Ah, andarsene così un po’ alla volta, e vedere svanire il mondo cucchiaiata dopo cucchiaiata!” Abbandonò il suo impeto melodrammatico non appena si accorse del burro mezzo sciolto, lì di fianco al led insozzato di grasso. “Oh dio! E pensare che ci sono disgraziati che una sorte simile vanno a cercarsela! Aiuto! Aiuto, al suicidio!” Accorsero Romulo, Pipino, Astulfo il basilico e più tardi Borci e Pantaleo. Riabbassato il termostato appena in tempo perché non si verificassero effetti collaterali nel resto dei refrigerati, fu subito chiaro che per il povero panetto di burro non c’era più nulla da fare. Un’ultima delirante confessione fu raccolta, ma mai divulgata per decoro morale della vittima, dal solerte Pipino: “Ahi ahi, compare, se fa male! A saperlo prima non mi sarei mai disciolto il cuore… e tutto per l’amore non ricambiato di un’ampollina di latte!”
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