Anch’io ero rimasto sorpreso dalla bellezza di alcuni luoghi che non erano nemmeno segnati sulla mappa, o dal fascino di alcune contrade che per le loro piccole dimensioni erano difficili da trovare, ma tutto diventava piccolo, quasi insignificante, vicino a quello che stavo per trovare.
Almeno è così che lo vivevo, con grande emozione e incertezza, come un bambino a cui viene dato un regalo incartato, che lo riempie di inquietudine e allegria allo stesso tempo, è ansioso di sapere cosa ci sarà dentro a quel sorprendente e accattivante pacchetto splendidamente adornato con un grande fiocco rosso.
Dalla mia vasta esperienza e da quanto ho dedotto da altri viaggiatori che ho conosciuto in luoghi così strani e reconditi, so cosa avevano provato e vissuto gli altri quando sono arrivati lì, e l’unica cosa che mi aspettavo, era di poter fare un esperienza almeno simile a quello che mi avevano detto, qualcosa che cambiasse sostanzialmente il mio modo di vedere e capire ciò che mi circonda, come un battesimo che mi introduce in una nuova vita, con il quale mi risveglio in una nuova realtà, trasportandomi a un livello superiore di conoscenza di me stesso e degli altri, forse avevo aspettato abbastanza, ma se l’avevano potuto sperimentare gli altri, perché non avrei potuto farlo io?
Ogni altra sensazione di sorpresa, ammirazione e perfino sconcerto, sarebbe per me una delusione poiché l’ho già vissuta, oltre all’effetto momentaneo dell’esser presente davanti a ciò che mi ha meravigliato, niente è cambiato in me. Ho continuato ad essere lo stesso che ero prima di quella visione, con i miei difetti e virtù, senza andare oltre quello che conosco e sento, al contrario di quello che mi aspetto in questa città.
Forse è troppo confidare in una costruzione così antica, è probabile che mi debba accontentare di trascorrere un bel soggiorno e senza problemi, come mi è capitato in alcune occasioni ma, devo dirlo, non è stato per colpa mia, semplicemente mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Anche se questo, ovviamente, non ha mai convinto la polizia o le autorità giudiziarie, quindi in più di un’occasione mi sono ritrovato a visitare le pareti freddi e umide delle carceri, dove scarseggiava la buona compagnia di cella, essendo ubriachi, vandali o recidivi, o tutti e tre contemporaneamente.
E’ stata una dura lezione di umiltà quella che ho dovuto subire quando sono stato ingiustamente trattato, preso e trattenuto contro la mia volontà per giorni, fino a che si è svolto il processo e sono stato rilasciato, ma nel frattempo sono stato sottomesso a condizioni tanto precarie che non lo avrei augurato nemmeno al mio peggior nemico.
Ma per quanto strano possa sembrare, è stato in questi tristi esilii, precisamente nella quiete della notte interrotta solo dal passaggio del carceriere per controllare che tutto fosse in ordine o dal commento scurrile di qualche altro prigioniero che si lamentava del suo confinamento. Nell’oscurità del mio piccolo abitacolo provvisorio, illuminato solo dal riflesso della luna piena, che entrava come un’ospite inatteso tra le sbarre di una minuscola finestra in cima alla cella, è allora che ho capito che il nostro passaggio attraverso la vita deve essere più di una semplice successione disorganizzata, e a volte arbitraria, di momenti di gioia e tristezza.
Come penso sia successo a tutti, ho preso molti pali nel corso degli anni, ma me la sono anche goduta, mi sono divertito e ho condiviso la mia gioia con amici e familiari, e suppongo ci saranno ancora molti momenti buoni e cattivi da vivere.
Ma qualcosa dentro di me si è rotto la prima notte che ho dovuto passare, rannicchiato in un angolo di quella stanza umida, nel quale ho dovuto affrontare una solitudine forzata, senza nessuno a fianco a me a sostenermi e nemmeno ad ascoltarmi, terrorizzato all’idea di non riuscire a svegliarmi il giorno successivo di quella terribile esperienza, che superava qualsiasi incubo che avessi avuto in precedenza.
Pensandoci bene la mia vita non è stata poi così diversa da quella del resto, forse un pò più impegnata e frenetica, comparabile a quella di un qualsiasi marinaio che sta visitando porti diversi, di piloti di aereoplani che ogni giorno si svegliano in un paese diverso, o di un militare che va ovunque il suo paese gli richieda, sia per portare la pace che per partecipare a missioni umanitarie, professioni che a lungo andare rendono difficile ricordare tutti i luoghi visitati, nè si potrebbe ricordare tutti i bei momenti condivisi, nè delle persone conosciute, che siano compagni, amici o altro.
Forse, se fossi nato in uno di quei grandi e inospitali deserti, che affiorano in quasi tutti i continenti come funghi che richiamano la debolezza dell’ecosistema nel quale viviamo, e la necessità di prendersi cura di un bene tanto prezioso come l’acqua, forse avrei fatto questo tipo di esperienza molto tempo prima.
Se fossi stato un indigeno del deserto del Sahara, o meglio un berbero, di quelli che attraversano le interminabili dune, sotto un sole cocente, a volte con l’unica compagnia dell’incessante vento torrido che ridisegna capricciosamente il paesaggio, seguendo sentieri che non esistono ma che hanno attraversato per generazioni, camminando sulle orme dei dromedari, cancellate all’istante dalla brezza silenziosa che mette a tacere la voce soffocata del tempo, orientandosi unicamente con quelle statiche e luminose stelle, e con le belle storie narrate da viandante a viandante, in cui si parla dei luoghi per rifornirsi d’acqua o dove rifugiarsi in caso di una tempesta di sabbia.
Stando così le cose, avrei l’opportunità di provare che non mi sentirei diverso dal resto, ma al contrario, sarei più unito al mondo che mi circonda, accettando la natura così com’è, senza chiedersi perché accadono certi eventi,e gli altri, per quello che sono e non per quello che posseggono, senza fare distinzioni tra paesi, razze e religioni.
Quando sei stato in giro per il mondo com l’ho fatto io, ti rendi conto che ciò che unisce l’umanità è la sua capacità di reinventarsi continuamente e che molte volte ci limitiamo a noi stessi con questi confini, a volte così assurdamente inventati, che dividono una popolazione o una valle in due, trasformando gli abitanti, che fino a quel momento erano stati una famiglia e vicini di casa, in nemici di cui diffidare.
O il linguaggio, non c’è peggior invenzione della lingua che separa e divide, che impedisce una comunicazione fluida, che confonde e ostacola il processo di comprensione? Quante volte ho visto soffrire gli altri per non riuscire a comunicare correttamente cercando di gesticolare per spiegarsi, trattenuti ingiustamente o subendo l’indifferenza e il disprezzo di chi non li capisce?
Quando vuoi dire qualcosa e gli altri non ti capiscono, turisti, visitatori, immigrati o esiliati devono confrontarsi con la nuova realtà, vedendosi costretti ad imparare una nuova lingua come mezzo di sopravvivenza, e non solo per poter trovare lavoro.
Per me non c’è peggior invenzione di questi dialetti emersi come castigo per l’arroganza umana, almeno così lo riportano i Libri Sacri, quando ricordano con vergogna l’evento della Torre di Babele, quella che doveva essere la più grande costruzione dell’umanità, che sarebbe arrivata con la sua cima alla volta celeste, e che rimase incompiuta come simbolo della dissoluzione di quel popolo che si credeva così superiore.
Qualunque sia l’origine delle varie lingue, nel corso della storia, invece di servire per comunicare in modo migliore, separano e dividono le comunità in ghetti, impedendo uno scambio fluido di idee ed esperienze, arrivando a confondere e ostacolare il processo di comprensione, a favore di un falso modernismo e ideale di differenziazione e indipendenza.
Sebbene in molte occasioni si sia cercato di superare tali differenze, cercando di far predominare una lingua sulle altre, così per molti anni l’inglese è stato la lingua dominante a livello commerciale, mentre il francese in termini di diplomazia e relazioni tra paesi. Fu addirittura creato un linguaggio che comprendesse una buona parte degli idiomi occidentali esistenti, con l’idea di sostituirli tutti, stabilendo così una lingua unica e universale, l’Esperanto.
Un bel sogno di unità sotto un’unica lingua che cercava di facilitare la comunicazione tra popoli, e quindi evitare controversie, faide e invidie, favorendo lo scambio e la comprensione, in breve, creando una società in cui tutti potessero capirsi indipendentemente dal luogo, dalla razza o dalla religione di provenienza.
Un sogno che è rimasto nell’oblio, presente solo per i più nostalgici, a cui pochi si aggrappano per mantenerlo vivo, sperando che un giorno ciò che ci unisce superi di gran lunga ciò che ci differenzia e ci separa, e che ha creato tanti problemi e difficoltà in termini di convivenza.
Quante volte ho visto genitori soffrire per i propri figli, trattenuti alle frontiere, che volevano accedere a quello che loro credevano un mondo migliore per la propria famiglia, solo per non saper comunicare correttamente, cercando di gesticolare per spiegarsi, arrestati ingiustamente mentre subiscono l’indifferenza e il disprezzo di quelli che non li capiscono, né si preoccupano di comprendere la loro situazione.
Oppure professionisti altamente qualificati che si trasferiscono in un altro paese e devono ricominciare da capo la loro vita lavorativa, svolgendo lavori al di sotto delle loro capacità, e che non sarebbero mai arrivati a pensare di poterli svolgere poiché li consideravano troppo semplici e poco motivanti, e tutto ciò per non dominare la lingua del paese ospitante.
Questo è ciò che accade a turisti, visitatori, immigrati o esiliati, quando vogliono dire qualcosa e gli altri non li capiscono, quindi devono affrontare la nuova realtà linguistica, vedendosi costretti ad imparare quella che per loro era una lingua sconosciuta, sia per poter trovare lavoro, che per sopravvivere in questo paese straniero durante la loro permanenza.
Uno sforzo di adattamento che non fa distinzioni né di età né di condizione, perché colpisce tutti allo stesso modo quando devono emigrare o quando la permanenza in quel paese si fa più lunga di un semplice viaggio turistico.
Ma se ci si riferisce all’ingiustizia, la cosa più ripugnante per me è la sofferenza causata dal fatto di avere un colore diverso della pelle, o da qualcosa di più intimo come la pratica di un’altra religione.
Quante sciocchezze nel mondo, che vogliono differenziarci, dividerci e separarci, indicare gli uni agli altri secondo la loro ideologia, genere, razza o credenza. Tutto questo per cosa?
Forse qualcuno, da qualche parte, può sentirsi il possessore della verità, così tanto dolore inferto e giustificato da verità così debolmente afferrabili come: “i miei genitori vivono in queste terre da prima dei tuoi.” o “ se lascio te devo lasciare anche chi viene dopo.”
E’ vero che quando ho iniziato questa vita di transumanza sapevo che avrei avuto l’opportunità di conoscere in profondità la condizione umana, i migliori atti di generosità e amore, le più innominabili oscenità, che avrei assistito a momenti allegri e a momenti amari, dei primi sono contento e orgoglioso di aver potuto partecipare alle gioie degli altri, degli ultimi…, ho dovuto tacere molto per sopravvivere, anche se a volte ho dovuto mordermi la lingua per non urlare e denunciare le ingiustizie e gli oltraggi a cui erano sottoposti i loro simili.
Probabilmente non avrò mai tempo di annotare le mie tante e molteplici avventure in giro per il mondo, di luoghi sconosciuti, persone con cui ho avuto sporadici incontri, con usanze e rituali i più strani ed esotici, e tutto grazie a una decisione.
Ora sto per prendere la mia seconda grande decisione della vita, almeno così la sento. E’ probabile che per altri si tratti di qualcosa di banale, il sapere dove si vive e quanto tempo si rimarrà nella stessa città, ma per me è così importante…quanti aneddoti posso raccontare semplicemente chiudendo gli occhi e ricordando un posto su questa terra, così tante esperienze accumulate, e la cosa più sorprendente è che la maggior parte sono positive.
E’ vero che sono sorti momenti di difficoltà, altri nei quali ero sicuro di poter portare con me un pezzo di essi, ma che si sono dissipati tra gli altri buoni che mi hanno arricchito attraverso il contatto con altre persone.