4.

2232 Parole
4. Strani, troppo strani Agata bussò leggermente prima di entrare, ma ormai conosceva la casa di Manu come le sue tasche e faceva su e giù dalla mansarda usando le due rampe di scale a mo’ di collegamento interno. Giorgio e Manu stavano discutendo e naturalmente Manu non riusciva ad argomentare se non ripetendo ciò che voleva e che suo padre si ostinava a non assecondare. - Non ho detto di no, ma non puoi decidere da solo... Non sai se lei... E poi, Manu, è più grande di te... Ma lei era lì, in piedi davanti alla porta che ormai non chiudevano neanche più. Giorgio smise di parlare e Manu fu interrotto, nel suo monologo ossessivo, da quel silenzio improvviso. - Mio padre è un cervello di gallina - esordì Manu. Cervello di gallina era una delle sue espressioni preferite. - Non è vero - lo contraddisse Agata con dolcezza. Sembrava pure convinta, anche se Giorgio aveva i suoi dubbi in proposito. - Non vuole che tu e io andiamo al cinema. Vuole venirci lui. - Non sai nemmeno se è libera, domani sera - si intromise Giorgio. - Sono libera - intervenne Agata. Giorgio la fissò stranito. - Visto? Quando Manu piantava grane come un adolescente regolamentare era quasi commovente. Lei si avvicinò al ragazzo e gli sussurrò qualcosa. Quello ridacchiò con una complicità che di per sé valeva tutto il resto, poi trotterellò via e Agata rimase sola con Giorgio. - Vado volentieri con Manu - disse semplicemente. - Davvero? - Il tono scettico era palese. - Davvero. - Lei non colse o non diede peso allo scetticismo. Erano le parole a dare senso alle frasi, per lei, non i gesti o il tono della voce. - Non è strano che una bella ragazza di trent'anni... - Trentadue. - ... trentadue, esca con un quattordicenne disabile? - Sì - confermò Agata. - Quindi? - la sollecitò Giorgio. - Quindi possiamo andare, o no? Disarmante. Giorgio levò gli occhi al cielo. Era come parlare con Manu: non sapevi mai se aveva capito. Agata almeno non aveva crisi di nervi. - Non vorrei sembrare sgarbato o mancare di tatto... - Non mi interessa il tatto. Non mi offendo mai. Ci voleva proprio l'ennesima stranezza. - Benissimo. È che faccio un po' fatica a pensare a un motivo... Giorgio non sapeva quale termine usare, perché va bene che lei non intendeva offendersi, ma lui era ancora una persona civile. -Non mi interessano i ragazzini. Non in senso sessuale. In senso sessuale non mi interessa praticamente nessuno - chiarì Agata, dandogli una mano e confermando che lei e il tatto non erano intimi. - Oh... - Gli occhi belli ed espressivi di Giorgio, in genere strizzati in due fessure taglienti, si spalancarono. - Esco volentieri con Manu perché mi trovo bene con lui. - È quello che faccio fatica a credere - confessò Giorgio, constatando che la mancanza di tatto semplificava parecchio le cose. - Il fatto che lei non si trovi bene con Manu, non significa che sia così per tutti - proseguì Agata. - Generalmente nessuno si trova bene con Manu. - Generalmente nessuno si trova bene nemmeno con me. Giorgio non faceva fatica a crederlo. - Senta, dubito che a lei interessi vedere un'altra volta Guerre Stellari - continuò Agata. - E io domani sera non ho impegni. - A lei interessa vedere un'altra volta Guerre Stellari ? - Sicuramente darà meno fastidio a me che a lei. Su questo non ci pioveva. - Quello che non capisco è come una donna bella e attraente voglia uscire con un ragazzino autistico. - Non tutto ha una spiegazione logica. Già... questa cosa meno di tutte le altre. - Voi modelle non avete un'intensa vita mondana? Che so... feste, party… - Non io. - Come mai? Giorgio era quasi imbattibile nel farsi i fatti propri. La sua vita era così complessa, incasinata e affannosa che non aveva né il tempo né l'estro di impicciarsi dei casi altrui, ma era evidente anche a lui che la modella, lì, aveva una vita sociale più ridicola della sua e di quella di Manu messe insieme. - Non mi invitano spesso. Chissà perché? Era così socievole, aperta. - E comunque non mi trovo molto a mio agio con... - Agata non concluse. Non sapeva dire con chi non si trovava a proprio agio, non aveva un nome quella categoria e oltre tutto lei non credeva nelle categorie. - Con Manu invece... Agata alzò gli occhi al cielo. Ogni tanto afferrava barlumi di pensieri banali, quelle idee stereotipate che attraversavano i cervelli delle persone che avevano avuto in dotazione una mente modello base. - Pensa davvero che abbia un interesse sessuale verso Manu? Adesso che lei lo aveva detto (di nuovo), Giorgio si vergognava un po'. Sì, era quello che temeva, ma sentirlo dire chiaro e tondo lo metteva in imbarazzo. A guardarla bene, quella non sembrava affatto una predatrice sessuale, ma vai a sapere che razza di cervello hanno le persone. - Mh... diciamo che non riesco a capire che cosa abbiate in comune. - Capisco. Va be', veda un po' lei. Io domani non ho niente da fare. Se si convince che non violenterò suo figlio al museo del cinema, mi faccia un fischio. Detto questo, Agata girò sui tacchi e tornò a casa sua. Giorgio rimase a fissare la porta socchiusa. Quella donna non la chiudeva mai del tutto, si sentiva proprio a casa sua. Altro elemento abbastanza strano. Giorgio si sedette sul divano con la testa fra le mani. L'esperienza gli aveva insegnato, con una lezione magistrale, che non era molto sensato giudicare la gente in base a stereotipi stupidi, eppure chiunque con un minimo di sale in zucca avrebbe sospettato dell'amicizia tra Manu e una modella trentenne ( trentaduenne, prego! ). I fatti. I fatti dicevano che Manu e Agata erano affini. Parlare con Agata, che seguiva i ragionamenti come se le stessero parlando in ostrogoto, confermava appunto che la bella signorina era in apparenza normale, ma, di fatto, matta come un cavallo. Matta non voleva dire necessariamente pericolosa. Manu, per esempio, era matto, ma non era pericoloso. Angustiato, Giorgio, salì le due rampe di scale che portavano alla mansarda, contò anche i gradini in uno slancio di empatia verso Manu e la sua amica. Bussò alla porta e un attimo dopo lei gli aprì. Era scalza e poco vestita il che non aiutava affatto, perché il povero Giorgio, anche se scettico e attaccato alle convenzioni sociali, era dotato di occhi e attrezzi che reagivano con pochissima originalità alla bellezza femminile. - Volevo scusarmi - esordì lui. - È scusato. - Ed era sincera. Quella strana donna non riusciva a mentire, era evidente. Come Manu, del resto. - Non è facile... Manu non ha amici. Quando qualche compagno viene qui è per fare una buona azione e comunque ne invitiamo sempre più di uno perché nessun ragazzino regge con lui da solo. - Lo so. - Lei non è come gli altri... E io non so cosa pensare. - Non è obbligatorio pensare qualcosa, non crede? - Generalmente non penso niente di nessuno, ma se qualcuno si avvicina a mio figlio... Un passo avanti e due indietro. Erano al punto di prima. Giorgio si pentì di quella frase infelice, ma lei sorrise. Quando sorrideva, cosa che accadeva di rado, appariva di una bellezza mozzafiato. Se addirittura le brillavano gli occhi, ecco che le resistenze di Giorgio si preparavano a sbriciolarsi in un baleno. - Non ho nessun motivo per non fidarmi di lei, ma non riesco a capacitarmi che lei possa... - Il fatto che Manu conti ossessivamente le piastrelle del bagno le sembra una cosa normale? - No, ma... - Lo ha accettato, suppongo. Nella piastrella numero 143 c'è una crepa. Manu è indeciso se contarla due volte o considerarla rotta. Lei cosa ne pensa? Giorgio la guardò bene e tutta l'attrazione fisica divampata quando lei aveva aperto la porta scivolò via, azzerandosi sul problema pitagorico legato alle crepe delle piastrelle. - Abbiamo discusso a lungo ieri sulla questione. Io propendo per considerarla rotta, ma se osserva attentamente la crepa, vede che non è una crepa normale, è una spaccatura netta che taglia a metà la piastrella formando angoli di 90 gradi. Mi segue? Come no... - Manu è più propenso a contarla due volte. - Questo per dire che... - Giorgio ancora non la capiva. - Che a lei non interessa un accidenti delle piastrelle del bagno e invece a me sì. E che non tenterò di fare sesso con suo figlio. - Non ha senso - confessò Giorgio, lì sulla porta. - Non le mancheranno certo le occasioni. Oddio, l'aveva detto sul serio? Lui, così reticente e perbene, aveva davvero detto a una donna che conosceva per modo di dire che di sicuro non aveva problemi a rimorchiare? Si disse che la totale mancanza di filtri dopo un po' doveva essere contagiosa. - Non mi interessa il sesso. Davvero - ribadì lei e non era sconvolta, né offesa, né imbarazzata. - E non voglio fare del male a Manu. Cominciava a crederle. - E lei è un bravo padre. Io lo so. Giorgio si appoggiò allo stipite della porta. Che era un bravo padre non glielo diceva mai nessuno e capì in quel momento che invece aveva bisogno di saperlo... anche se a dirlo era una che provava gusto a contare le piastrelle del bagno. Non era facile capire se era bravo o meno con un figlio del genere, con un rapporto a senso unico e con una confusione in testa che lasciava poco spazio a tutto ciò che non era ordinaria amministrazione. - Da qui al museo a piedi ci vogliono dieci minuti. La proiezione comincia alle nove - disse alla fine Giorgio, che non era abituato ai complimenti e non sapeva come reagire. Probabilmente aveva anche fatto una faccia strana. - Partiamo alle 8 e 30, se no Manu si agita - gli venne in aiuto lei. Giorgio sorrise. - Grazie. Alle 8 e 25 del giorno dopo, Manu era pronto da un quarto d'ora, ma non stava dando i numeri perché mancavano cinque minuti. Agata arrivò alle 20 e 29. Manu sorrise. Qualcuno che capiva l'importanza della puntualità era un dono del cielo. Giorgio la guardò come l'avrebbe guardata un uomo, non riuscì a farne a meno. Anche se era in jeans e maglietta, domare una simile bellezza era impossibile, spiccava dappertutto: nel trucco appena accennato, nei capelli sciolti che danzavano sul collo lunghissimo, nel modo in cui la maglietta le cadeva sulle spalle e sul seno, nei jeans che modellavano due fianchi da... Non sarebbero passati inosservati, la sventola e il ragazzo autistico: sembrava il titolo di un film d'essai. Giorgio sospirò divertito, poi consegnò i biglietti ad Agata e si mozzò la lingua per non sciorinare le becere raccomandazioni che gli si affastellavano in testa a profusione. Le scacciò a una a una e si limitò a dire “Divertitevi.” Agata estrasse dalla borsa un foglietto. - Il mio numero. In caso la paranoia diventi insopportabile. Giorgio si mise in tasca il foglietto e li lasciò andare. Un quarto d'ora dopo che erano usciti, Giorgio venne assalito dal panico. Chiamarla non sarebbe servito a niente, lei avrebbe detto che andava tutto bene e amen. A quel punto non temeva più che Agata avesse mire sessuali su Manu, ma era comunque impossibile che lei volesse davvero portarlo fuori; quindi, anche se era cambiato il tipo d'angoscia, sempre angoscia era. Forse Agata aveva appuntamento con della gente del suo ambiente e si sarebbero divertiti a bulleggiare e schernire Manu? Tanto lo sapeva che non sarebbe rimasto in casa a leggere gli articoli sulla peronospera della vite. Chiavi, cellulare, portafogli e via. Giorgio divorò la strada fino al museo e implorò la maschera di lasciarlo entrare. Solo per pochi minuti. Quella non volle sentir ragioni, così Giorgio improvvisò. - Mia figlia... Sa, ha quattordici anni ed è alla prima uscita con un ragazzo. Voglio solo essere sicuro che siano qui e non altrove. La maschera sorrise. - Le do un minuto. - Grazie. Giorgio divorò le scale e raggiunse la sala. C'erano tutte quelle belle poltrone messe a lisca di pesce dove si stava praticamente sdraiati. Erano tutte occupate perché quando il museo organizzava eventi del genere, i biglietti andavano a ruba. Al buio era difficile distinguere le sagome... Manu aveva una camicia blu e Agata una maglietta bianca. Bianco... blu... bianco... blu... Eccoli! Erano in terza fila. Avevano gli occhialini speciali calati sul naso, stavano guardando il film e sembravano perfettamente normali. Manu non stava nemmeno borbottando le battute a memoria. Era il momento di prendere atto che suo figlio usciva con una modella. I due cineasti rincasarono con mezz'ora di ritardo, ma Giorgio non ebbe nessuna crisi di panico perché Agata ebbe l'accortezza di fargli inviare da Manu un lapidario SMS: gelato. Quando rientrarono, era evidente che Manu si era divertito moltissimo, ma siccome era quasi mezzanotte e il suo metabolismo necessitava di almeno otto ore di sonno, salutò sbrigativamente suo padre e Agata e si precipitò a letto. - Mi spiace - si scusò Giorgio. Avrebbe voluto che suo figlio fosse un po' più comunicativo. La parte di lui che ricordava come si fa quando si esce con una ragazza, si ribellava al comportamento asettico di Manu. - È stanco - disse Agata. Era appunto lì il problema: Manu preferiva andare a letto. - Beve qualcosa? Agata era sulle spine. Anche per lei la serata era finita. Intrattenersi con Giorgio non l'attirava per niente, ma non voleva essere scortese. Generalmente non le importava un accidenti di sembrarlo, ma il padre di Manu era uno dei pochi esponenti della razza umana che, oltre a non suscitarle ribrezzo, le ispirava fiducia. - Non voglio trattenerla. In quel momento il cellulare di Giorgio cominciò a vibrare nella tasca dei suoi pantaloni. - Mi scusi... - disse, rispondendo. Agata approfittò di quell'interruzione per gesticolare un saluto e dileguarsi. Un'espressione di disappunto attraversò rapidamente il viso di Giorgio, poi la conversazione telefonica ebbe inizio e Agata lasciò l'appartamento.
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