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Martedì
(Insetti)
ORE 17,15
La portinaia vide il commissario che tornava – lei dalla mattina s'era messa in vedetta sul portone – e si volse all'agente, seduto in fondo, presso alla scala.
«Ecco il commissario! Questa volta viene da noi...».
L'agente fece un gesto vago. Venisse o non venisse, per lui la noia del piantonamento non sarebbe finita. E faceva freddo, in quel portone!
La donna corse dentro allo sgabuzzino, e diede una gran scrollata al marito, sempre addormentato con la testa sul tavolo, per quanto non più fra i piatti e i bicchieri sudici, che lei aveva tolti.
«Cerca di star sveglio bestione! Il poliziotto torna e vorrà interrogarti...».
Era lei che desiderava d'essere ancora interrogata. Sperava sempre che la conducessero nell'appartamento del vecchio.
«Avranno trovato un pappagallo o parlava con gli spiriti? In ogni caso, una donna c'era, e giovane, e bionda... L'ho veduta passare, portata per le spalle e per le gambe, come se fosse morta! Chi era quella donna? Da quando l'ho vista passare, non penso che a questo mistero! Se m'interroga, che cosa posso dirgli ancora del pazzo del secondo piano?».
Il marito aveva alzato la testa, l'aveva guardata coi suoi occhi a palla, striati di sangue, gonfi. Un brutto ranocchio. E aveva mandato una specie di grugnito, alzandosi a fatica dalla seggiola. Sventolò la mano aperta sul tavolo, per afferrare qualcosa che non c'era. «Dammi da bere!».
«Fossi matta! Siamo qui, signor commissario... Ha bisogno di me?».
«A che ora chiudete il portone, alla sera?».
«Alle dieci, come tutti gli altri...».
De Vincenzi guardò la porta, che s'apriva in fondo allo sgabuzzino. «Dormite lì dentro?».
«Lì dentro? No. C'è la cucina, lì... Noi dormiamo all'ultimo piano, in soffitta».
«Sicché, tutti quelli che entrano e che escono, alla notte...».
«Non li sentiamo, no!».
«Avete veduto passare una donna, ieri sera, alle nove, o dopo?».
«Nessuno è passato, fino alle dieci... Stavo io sul portone... E ieri sera siamo saliti che saranno state le dieci e mezzo almeno...».
«Il signor Marco è uscito solo?».
«Eh, che domande! Sempre solo se ne andava il vecchio. Pochi minuti prima di lui era uscito il visconte. Quello lì andava alla Scala di certo: portava il cilindro e i guanti bianchi».
Già, l'autentico visconte fiorentino di Vannetta Arcangeli.
«Debbo venir su con lei? Vuol sapere altro?» e provò ad affilarglisi dietro, ma il commissario le fece un cenno energico con la mano, e lei si fermò smozzicando un'imprecazione di dispetto fra i denti.
La scala, illuminata da una smorta lampadina a ogni piano, appariva così anche più lugubre. De Vincenzi passò davanti all'uscio chiuso del signor Marco e continuò a salire. Questa volta, dovette tirare il campanello; la porta non si era aperta al rumore del suo passo sui gradini. E anche attese qualche minuto, in ascolto: al di là dell'uscio chiuso, un gran silenzio. Suonò di nuovo a lungo. Finalmente un passo pesante e il rumore del catenaccio e della molla.
Gli occhi di carbonchio, i capelli neri come inchiostro; ma senza più diavolini di carta. Vannetta s'era fatta una pettinatura monumentale, tutta riccioli, una vera impalcatura a vari ripiani. Più bianca appariva, o forse il suo pallore era sempre il medesimo, ma impressionante. E il vestito di seta rossa lucida, dentro il quale la ciccia del corpo sformato ponzava, era stato sostituito da un altro nero, pure di seta, tutto riflessi.
«L'aspettavo, signor commissario. E il visconte si è levato prima del solito, per riceverla...».
Nell'anticamera ardeva la lampada d'ottone. Sempre lo stesso odore, denso, stagnante, dolciastro. Non c'era dubbio: oppio.
Lo fece passare in una camera ch'era salotto e molto probabilmente anche stanza da letto. Un gran lusso di oleografie alle pareti. Due divani rossi. Dal centro del soffitto pendeva anche qui un lampadario moresco. L'odore non era più forte che in anticamera, ma dava la nausea.
Si aprì una porta e comparve un giovanotto. Fosse o non fosse visconte, era distinto. Basso, mingherlino, una gran fronte sotto i capelli corvini, tesi, lucenti; una pelle bianca, da donna, di chi non vede mai il sole; una bocca troppo rossa. Gli occhi eran velati dalle palpebre. Guardavano e subito sfuggivano.
Indossava il soprabito e aveva in mano il cappello, come se stesse per uscire.
Avanzò con spigliatezza, sorridendo. Ma non era naturale. Lo si sentiva contratto, pronto a lanciarsi o a fuggire. C'era qualcosa di felino in lui, ma del felino feroce. Con tutto ciò, aveva indubbiamente molta distinzione, era di classe.
De Vincenzi si volse di colpo.
La donna, dietro di lui, faceva un gesto. Rimase con la mano alzata, a occhi sbarrati per la sorpresa.
«Va bene! Andate in anticamera... Con voi parlerò più tardi...».
Allora, esplose. «Sono in casa mia! Rimango dove voglio! Non sarà un poliziotto che verrà a comandare nella casa d'una donna onesta, che non ha nulla da nascondere! Che cosa crede, questo fringuellino, di potermi maltrattare, perché affitto camere? Ci vuol altro!».
«Basta! Tacete!».
La furia era scatenata. Un torrente di parole da trivio, mentre affermava che l'anima santa del suo defunto marito l'avrebbe protetta e che lei sapeva a chi ricorrere. Nel gridare così, ossessionata, sbarrava la porta col suo gran corpo e si capiva che era pronta a cadergli addosso e ad afferrarglisi pur di non farlo passare. Dietro di sé, il commissario sentiva la presenza vigile, cauta, insidiosa dell'uomo.
Era tutta una scena preparata. La donna aveva colto il primo pretesto che le si era presentato. Voleva fare uno scandalo, per evitare una resa di conti pericolosa, un interrogatorio a fondo. O, forse, i due avevano da nascondere qualcosa, che non avevano fatto a tempo a far sparire, prima che lui arrivasse.
De Vincenzi capì che giocavano grosso, non avendo più nulla da perdere. E la sua posizione non era comoda. Se la donna gridava a quel modo, doveva sapere che lui era solo, che non s'era fatto seguire dagli agenti. Lo aveva accolto amabilmente e lo aveva subito fatto entrare in quella stanza, per attirarlo nel tranello.
Balzò di lato, per togliersi dalla minaccia silenziosa che sentiva alle spalle, e afferrò la megera per un braccio, tentando con l'altra mano di coprirle la bocca. Immediatamente provocò l'accensione della girandola finale. Fu un fuoco di pugni, di calci, di urli isterici. L'apparato dei capelli si scompose, la seta dell'abito crepò qua e là, scoprendo la carne. E sempre gli occhi fiammeggiavano, ma di luce ferma, scrutatori, freddi.
La commedia era troppo evidente e manifesta, per essere astuta. Oppure era la preparazione di qualch'altra cosa.
De Vincenzi evitò di striscio che le mani dell'ossessa l'afferrassero, gli si abbrancassero alla giacca, lo trascinassero in una caduta inevitabile. Fece un balzo e si appoggiò con le spalle contro il muro.
«Su le mani!».
L'uomo le alzò, ma si trovava in mezzo alla stanza e gli bastò uno slancio e un salto, per arrivare con le mani al lampadario. Lo afferrò, lo svelse, glielo gettò fra le gambe.
Nell'oscurità si sentì il gran fracasso dell'ottone e del vetro contro il piancito.
La donna tacque di colpo, dopo un grand'urlo.
De Vincenzi, che non perdeva facilmente la padronanza dei suoi centri di comando, abbassò la mano armata e si cacciò di nuovo la rivoltella in tasca.
Non voleva sparare alla cieca, per non mutare in tragedia quella commedia grottesca. Al primo colpo avrebbe cacciato un proiettile nella carne della donna, che sentiva straripata sul pavimento enorme come una massa franata.
Intuì che l'uomo stava fendendo il buio verso la porta. La donna, entrata alle spalle del commissario, l'aveva rinchiusa. Tentò di sbarrargli il passo, gettandosi di traverso, ma incontrò il corpo della megera, molle, pesante, tanto più immenso nell'oscurità, e subito si sentì afferrare, stringere, soffocare.
Il giovanotto aveva raggiunto l'uscio, lo aprì, si vide per un istante la luce dell'anticamera, poi di nuovo il buio. Lo scatto della chiave nella toppa disse al commissario che il piano preparato, forse all'improvviso, di ripiego – lo aspettavano per le sei, probabilmente – aveva lo scopo di consentire all'uomo la fuga.
Non c'era da far altro, pel momento, che rassegnarsi. Che l'agente di guardia al portone pensasse di fermare il fuggitivo, non era neppure da sperare. L'unica cosa che gli sembrava strana era che non fosse accorso a tutto quel putiferio. Ma l'appartamento si trovava all'ultimo piano della casa, la scena s'era svolta a porte chiuse e l'agente poteva anche starsene a passeggiare per la strada, per non intirizzire dentro il portone.
Adesso, nel buio, la lotta continuava. La donna cercava evidentemente di trattenerlo il più a lungo possibile. Lui, per quanto gli ripugnasse, liberati una mano e il braccio, le sferrò un pugno, cercando di regolarsi a colpirla in faccia. Era eccitato e il pugno partì di santa ragione. L'urlo che ne seguì fu di dolore. Non aveva più il tono melodrammatico a freddo degli altri precedenti. La donna si staccò da lui; crollò.
De Vincenzi mandò un sospiro. Quella scena assurda l'aveva, in fondo, più irritato che sconvolto. Rimase qualche istante a riprender fiato, poi accese un fiammifero. Vide la donna in terra, le girò attorno, raggiunse la porta. Bastò una spallata per farla spalancare, con lo scricchiolio del legno che si spaccava.
L'anticamera era sempre illuminata. Si aggiustò gli abiti. Il cappello gli era caduto nella lotta, e dovette tornare a prenderlo alla luce di un altro fiammifero. La donna non s'era mossa da terra. Il pugno che le aveva dato l'aveva stordita per davvero.
De Vincenzi scese lentamente le scale.
La portinaia lo attendeva, di vedetta, dietro il vetro dello sgabuzzino. Lui sorrise.
«Hai visto uscire un giovanotto col pastrano grigio, il cappello di feltro?».
«Sì, dottore. Mi ha chiesto un fiammifero. Gli ho acceso io la sigaretta... La portinaia mi ha detto che era il visconte...».
«Hai fatto bene! Credo che aspetterai un pezzo, prima di accendergliene un'altra, di sigarette».
L'agente non capiva. Ebbe un dubbio. «Avrei dovuto trattenerlo, dottore?».
«Ma ti pare!».
La colpa era sua di non aver previsto la fuga del visconte, e di non aver dato ordini precisi.
«Va' a chiamare Cruni... digli che porti con sé due agenti...».
Si mise ad aspettarli sul portone. Guardò l'orologio: quasi le sei. Tra poco sarebbe arrivato il Questore, il quale voleva informarlo – a voce e non per telefono – di quanto gli aveva detto il dottor Veretti e di quanto non gli aveva detto la marchesa Vitelleschi del Verbano...
ORE 17,30
S'era seduto su di una panchina dei giardini ad aspettare che facesse buio. Più di un'ora vi era rimasto, e aveva dovuto battere i piedi in terra, fregarsi le mani, stropicciarsi il naso e le gote. Anche cambiar panchina di tanto in tanto. Faceva freddo. Calava una nebbia filacciosa tra gli alberi scheletriti.
Fin quando c'era stato il sole, aveva potuto resistere. Di sedere aveva avuto subito bisogno: un po' i patemi e un po' l'ansia e lo sforzo di quella fuga dalla finestra, giù per la tettoia, gli avevano rese le gambe molli. Come aveva fatto a decidersi e a osarla, quella fuga? Era stata Sofia! Sofia, che voleva la sua morte! E lui le aveva obbedito.
«È necessario, capisci?». Sentiva ancora nelle sue orecchie la voce di lei soffocata, fischiante, rotta, eppure così piena di volontà imperiosa, così carica di disprezzo sferzante.
«Ma Sofia, è impossibile! Mi acciuffano appena nel cortile! La casa è piena di agenti!».
«Non ti prenderanno, se hai un minimo di cervello e di cuore!».
Era una sua frase! Anche a Shangai, quando si trattava di superare qualche brutto momento, quando la polizia stava in agguato attorno alla casa e bisognava far sparire tutto, lei voleva il cervello e il cuore. Degli altri.
«Io vado di là e trattengo il commissario... Non dubitare che ci riesco! A te bastano pochi minuti, del resto. Quando sei in cortile, ti dai un contegno, ed esci. Corri ad avvertirla, e poi torni qui. Che vuoi che ti facciano? Pensino quel che vogliono, non possono farti nulla! Non è mica un delitto allontanarsi per un'ora! Ti hanno dichiarato in arresto? No! Neppur per sogno... E non ti arresteranno neanche dopo...».