Il tempo scorreva a fatica, tra respiri soffocanti e il fragore della pioggia. Ogni secondo sembrava un secolo.
Cazzo... cazzo...Marco fu il primo a riprendere fiato. Era accasciato su un cumulo di frammenti di porcellana, il viso macchiato di sangue chissà di chi, lo sguardo perso sul volto gonfio e violaceo dell'assassino, come se non avesse ancora realizzato la lotta mortale appena avvenuta.
Abbiamo... abbiamo ucciso? Cazzo, abbiamo ucciso!
Zitto, Marco! ringhiò Leo, la voce roca. Si teneva le costole martoriate, cercando di alzarsi in piedi, pallido come un fantasma.“Che cazzo serve dirlo adesso! Guarda Sebas! Sta morendo!”
Sebas, appoggiato al muro freddo, la coscienza ondeggiava tra il dolore lancinante e lo svenimento per la perdita di sangue. La ferita aperta nel palmo sinistro gli scottava come se un ferro rovente gli stesse girando dentro. Ogni battito del cuore era un colpo sordo e straziante.
Il sangue sgorgava a fiotti, inzuppando l'orlo della felpa che gli avvolgeva la mano, formando una pozza scarlatta e sinistra sul tappeto. Sentiva il calore del corpo svanire con il sangue, un gelo penetrante che gli usciva dalle ossa.
Leo barcollò verso Sebas. Alla vista della ferita orribile, trattenne il respiro.“Dio... Sebas, resisti!“ Si affannò a strappare il fondo della sua maglietta, relativamente pulita, cercando di fare una fasciatura d'emergenza.
Non... non preoccuparti di me...riuscì a dire Sebas, la voce un sussurro quasi coperto dalla pioggia. Il suo sguardo, oltre la spalla di Leo, era fissato sulla bambina rannicchiata pochi passi più in là.“Lei... come sta?“ La bambina continuava a tremare in silenzio, gli occhi azzurro mare vuoti fissati sul soffitto, come se l'anima avesse abbandonato il corpo. Il sangue sulla sua guancia si era seccato, lasciando una macchia rosso scuro.
Nonè ferita,è solo terrorizzata! intervenne Marco, strisciando verso di loro. Diede un'occhiata fugace alla bambina, poi guardò ansiosamente verso la porta sul retro.
Ascoltate, Sebas, Leo! Dobbiamo andarcene di qui! Subito! La polizia... la polizia può arrivare da un momento all'altro! E... e i complici di questo bastardo! Diede un colpetto col piede al cadavere dell'assassino, la voce tremante di terrore. Se tornano e vedono questo...
Giusto! Via! Dobbiamo andarcene adesso! Leo si riscosse, la paura che lo riafferrava. Avvolse frettolosamente e con gesti bruschi il palmo sanguinante di Sebas con la stoffa strappata, provocandogli un dolore tale da annebbiargli la vista. Sebas emise un gemito soffocato.
Resisti! Sebas! Dobbiamo portarti fuori!
Sebas serrò i denti, le vene sulla fronte in rilievo, grosse gocce di sudore freddo mescolate alla pioggia gli scendevano lungo il viso. Tentò di muoversi, un'ondata di vertigini violente lo travolse, quasi cadendo. Io... io ce la faccio da solo...Cercò di alzarsi appoggiandosi al muro, ma la debolezza per il sangue perso gli faceva cedere le gambe.
Non fare il cazzo di eroe! Leo e Marco lo afferrarono per le braccia, uno per lato, trascinandolo via dal muro. Il peso di Sebas gravava su di loro, ogni passo era barcollante e faticoso. La ferita, sollecitata, gli provocava dolori così acuti da togliergli il fiato.
La vista gli si annebbiava, poteva solo stringere i denti e resistere.
Passando accanto alla bambina rannicchiata, Sebas esitò. La bambina parve avvertire la loro vicinanza. Le lunghe ciglia le tremarono, lo sguardo vuoto si focalizzò lentamente sul volto di Sebas, distorto dal dolore e dalla perdita di sangue, sporco di sangue. Le sue labbra si mossero senza suono, come un pesce fuor d'acqua.
Solo in quegli occhi azzurro mare, il ghiaccio della paura si incrinò, lasciando trapelare uno smarrimento misto a una flebile, quasi impercettibile, dipendenza.
Andiamo! Sebas! Perché la guardi? Marco lo incalzò ansioso, tirandolo con forza.
Sebas la guardò un'ultima volta, profondamente. Uno sguardo di una complessità indicibile– rimorso, pietà, e un peso inesprimibile. La gola gli si mosse, ma alla fine non disse nulla.
Si lasciò trascinare dai due compagni, incespicando, attraversando l'ingresso saturo dell'odore del sangue, barcollando verso la porta sul retro, forzata, che conduceva al vento e alla pioggia furiosa.
L'acqua gelida, come infiniti aghi d'acciaio, gli trafisse all'istante gli indumenti fradici, colpendogli le guance arrossate e la ferita dolorante, portando una breve, quasi insensibile, lucidità. Inspirò avidamente l'aria umida ma relativamente ,pulita ell'esterno, cercando di scacciare dai polmoni il pesante tanfo di sangue e morte.
Da... da che parte? La voce di Marco, nella cortina di pioggia, era indistinta, piena di smarrimento e terrore. Le luci della villa alle loro spalle sembravano l'occhio di una bestia gigantesca che fissava freddamente le loro schiene in fuga. Davanti a loro, la strada buia e montana, resa fangosa dal nubifragio.
Non per la strada principale! ansimò Leo, l'acqua che gli scorreva lungo il viso devastato. Nel bosco... nel bosco fitto! Per seminare eventuali pedinamenti! Indicò il lato della villa dove un uliveto ondeggiava furiosamente nella tempesta. Il buio e gli alberi fitti sembravano l'unico rifugio possibile.
I tre inciamparono giù per i gradini del retro della villa, il fango gelido che gli riempiva all'istante scarpe e calzini. Ogni passo in una pozzanghera, ogni inciampo su radici scivolose, faceva urlare di dolore Sebas, quasi svenisse. Leo e Marco erano sfiniti.
Trascinare un uomo quasi inabile, su un sentiero montano accidentale, sotto un diluvio, era una fatica disumana. L'acqua fredda lavava via il sangue dai loro corpi, lasciando sul terreno tracce rosso scuro, intermittenti, rapidamente dilavate.
“Sebas... resisti... mi senti!“ La voce di Leo era spezzata, affannosa, con un tremolio appena percettibile. Non morire qui, cazzo! Il debito con Carlo... dobbiamo ancora pensarci!
Sebas, la coscienza annebbiata, emetteva solo suoni senza senso. Perdita di sangue, dolore, freddo e lo shock estremo gli stavano strappando via le ultime briciole di forza.
Sentiva il suo corpo farsi sempre più pesante, come un sasso inzuppato, che affondava in un buio senza fondo. Nelle orecchie, solo il fischio del vento, lo scrosciare della pioggia e il battito lento e pesante del suo cuore.
Non si sapeva quanto tempo fosse passato, forse minuti, ma lunghi come un secolo. Finalmente si infilarono nel relativo folto dell'uliveto. I rami e le foglie attutivano un po' la furia della pioggia, ma il terreno sotto i piedi restava fangoso e scivoloso.
Leo e Marco non ne potevano più. Allentarono la presa contemporaneamente, accasciandosi sul terreno umido, coperto di foglie bagnate, ansimando a bocca aperta, il petto che gli si sollevava violentemente.
Sebas, privo di sostegno, collassò pesantemente nel fango gelido, schizzando acqua torbida. Il dolore alla mano sinistra esplose con la caduta, come mille aghi roventi che gli trapassassero il palmo fino al cervello! Non poté trattenersi. Un gemito di dolore soffocato, come una bestia ferita, gli sfuggì. Il corpo si contrasse violentemente nel fango.
“Sebas!“ Leo sobbalzò, strisciando verso di lui in preda al panico.
Sebas era raggomitolato nel fango gelido, il corpo che tremava violentemente, incontrollabilmente, per il dolore e il freddo. La pioggia gli sferzava senza pietà il volto pallido, dilavando il sangue, ma non riuscendo a scacciare il dolore profondo e il gelo penetrante. La ferita al palmo, immersa nell'acqua fangosa, bruciava e pungeva in modo straziante.
Ogni pulsazione era un martello sulla ferita. La coscienza, come una candela al vento, vacillava nella bufera del dolore. Sentiva di essere trascinato in un abisso gelido e buio, il calore del corpo che svaniva con il sangue che continuava a sgorgare.
“Cazzo... cazzo...“ Leo guardava il volto di Sebas che impallidiva sempre di più e la fasciatura approssimativa, ormai nera e rossa di fango, e si agitava impotente. L'acqua gli colava dai capelli, era un disastro. Così non va... morirà! Dobbiamo trovare un posto! Un posto dove ripararci!
Marco, accasciato poco lontano, fissava il bosco nero con occhi vuoti, come se non si fosse ancora ripreso dal sangue nella villa e dalla fuga disperata.
Mormorava: Dove... piove dappertutto... sangue dappertutto...
Proprio quando la disperazione, come un rampicante gelido, stava avvolgendo i tre, un lampo più accecante, più bianco di tutti i precedenti, squarciò le nuvole spesse! Per un istante, trasformò l'intero uliveto in un giorno bianco e spettrale! Immediatamente dopo, un tuono assordante, come se il cielo stesso si spaccasse, rimbombò!
BOOOOOOOM!!!
L'enorme fragore echeggiò violentemente tra le montagne, facendo tremare leggermente il terreno.
In quel breve, terrificante bagliore, gli occhi di Sebas, chiusi per il dolore, sembrarono cogliere qualcosa. Poco più in basso, lungo il pendio, nascosto tra gli ulivi fitti e i cespugli agitati selvaggiamente, la luce del lampo delineò una sagoma confusa, inclinata– come una piccola capanna di pietra abbandonata e semidiroccata, o l'ingresso di una cantina dimenticata, usata per attrezzi agricoli o come riparo temporaneo per pastori. Era coperta per gran parte da una vegetazione rigogliosa, impossibile da vedere al buio, se non per quel lampo violento.
“Là... là!“ Sebas riuscì a spremere dalla gola, con le ultime forze, poche sillabe spezzate. La sua mano destra tremante, sporca di fango, indicò quella direzione. Era l'unica luce flebile, un barlume di speranza di riparo, visibile nell'abisso nero.
Leo e Marco seguirono il suo dito. Nell'immagine residua del lampo che svaniva, intravidero anche loro, confusamente, quella sagoma.
“Un posto! Presto! Portiamolo là dentro!“ L'istinto di sopravvivenza di Leo si riaccese all'istante. Lottando, aiutato da Marco che aveva visto la stessa speranza, sollevarono di nuovo Sebas quasi privo di sensi. Si diressero verso quell'ingresso scuro, appena visibile nella pioggia e nel vento, muovendosi con fatica, scivolando ad ogni passo.
Acqua gelida e fango li sferzavano senza pietà. Sebas si sentiva come un sacco stracciato, trascinato dai compagni attraverso un inferno gelido.
Ogni sobbalzo era una pugnalata, la coscienza che ondeggiava. Solo quell'ingresso buio, come una stella fioca, brillava ostinatamente nel cielo della disperazione, indicando la direzione per un breve respiro. L'incubo sanguinoso della villa sembrava temporaneamente alle spalle. Ma una nuova, sconosciuta oscurità attendeva in silenzio dentro quell'ingresso basso. Gli ingranaggi del destino, nella pioggia e nel fango, continuavano a girare, pesanti.