2. Asia Carminati
A Bergamo, a Villa Roccia, Asia aveva pranzato e si stava preparando il secondo caffè della giornata. Il primo lo prendeva con Pietro all’alba. Lui insisteva che era una stupidaggine che si alzasse così presto, ma Asia era affezionata a quella consuetudine. Svegliarsi insieme, la moka sul fornello, il gorgoglio e l’aroma di caffè che si diffondeva in cucina; due tazzine e loro, seduti uno di fronte all’altra, a parlare dei rispettivi impegni per la giornata, dei figli o in silenzio a guardarsi semplicemente negli occhi.
Era un momento che nel migliore dei casi durava una decina di minuti. Tuttavia, per Asia era importante. La riportava indietro nel tempo, quando l’intera casa era grande quanto l’attuale cucina e dalle finestre si scorgevano gli inquilini dell’appartamento di fronte, invece delle colline bergamasche. La qualità della loro vita era cambiata, il loro rapporto no. Nonostante il denaro e il successo di entrambi, erano rimasti gli stessi ragazzi che negli anni Novanta si erano incontrati, innamorati, persi di vista e ritrovati.
Non era stato merito di Asia, se quell’unione perfetta si era compiuta. Il ragazzone alto e un po’ sovrappeso, che prendeva il caffè ogni mattina al Bar Centrale dove lei lavorava, era passato del tutto inosservato ai suoi occhi. Con la tazzina in mano, Pietro andava a sedersi a un tavolo d’angolo e seppelliva il capo dentro al Sole24Ore. Mezz’ora dopo spariva senza aver mai abbassato il giornale o scambiato una parola con qualcuno. Lui, invece, aveva notato subito la ragazza bionda, spigliata e divertente che serviva dietro al banco. La spiava oltre le pagine del quotidiano, studiando un modo per attaccare discorso, ma non gli sembrava mai il momento adatto.
Un giorno, Asia aveva colto lo sguardo insistente del ragazzone schivo, gli aveva sorriso e aveva raggiunto il suo tavolino pensando che volesse ordinare qualcos’altro: «Cosa ti porto?» aveva chiesto.
«Un altro caffè, grazie» aveva risposto Pietro avvampando.
Asia era tornata con la tazzina, lui era arrossito di nuovo e si era sentito ridicolo. «Grazie mille» erano state le uniche parole che era riuscito a pronunciare. Avrebbe voluto dirle molte altre cose, ma lei era già tornata al lavoro.
Forse quel sorriso, o forse il primo contatto ravvicinato, aveva spinto Pietro a farsi più audace. Da un commento sul tempo si era lasciato andare a due chiacchiere sulle ultime notizie, poi a qualche domanda personale. Aveva scoperto che Asia si era diplomata da poco al liceo artistico e sognava di entrare all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Il lavoro di barista sarebbe dovuto servire a mettere da parte i soldi per il suo sogno, ma Rossana, sua madre, si era ammalata gravemente. Dal momento che il padre era sparito prima che lei nascesse e che Rossana non aveva altri parenti, la priorità di Asia era diventata occuparsi di lei.
Asia afferrò la moka per versarsi il caffè e la rovesciò sul bancone. “Maledetti crampi” imprecò massaggiandosi la mano destra con la sinistra. Da mesi ne soffriva terribilmente. I primi li aveva avuti un pomeriggio, mentre si allacciava le scarpe da jogging per la solita corsa nel parco della villa. Asia teneva molto alla forma fisica. Passando la maggior parte del tempo nello studio a dipingere seduta o in piedi, la sessione di jogging giornaliera era d’obbligo. I crampi alle mani si erano ripresentati mentre lavorava a una tela gigantesca, commissionata da una prestigiosa galleria d’arte di Parigi. Asia aveva sentito le dita serrarsi intorno al pennello e subito dopo cedere completamente, era seguito un dolore che l’aveva lasciata senza fiato. “Probabilmente sono al lavoro da troppe ore. Senza contare la posizione scomoda e le dimensioni della tela” si era detta. Un po’ di riposo l’aveva rimessa in sesto. Ma i crampi erano tornati presto e adesso si ripetevano a intervalli sempre più ravvicinati.
Pietro l’aveva rimpinzata di pillole a base di farro, avena e soia e le aveva suggerito di mangiare frutta secca, yogurt e lenticchie. Dopo aver combattuto per anni la pinguedine giovanile e aver eliminato hamburger, patatine e ketchup – una costante durante la permanenza negli Stati Uniti – Pietro era diventato un salutista e un fervente sostenitore dei rimedi naturali. I suoi consigli, però, non avevano sortito alcun effetto sulla moglie, quindi le aveva preso appuntamento col dottor Bernardi, il medico di famiglia, per le due di quel pomeriggio.
Squillò il telefono. Asia impiegò una vita per riuscire a tenerlo in mano e a schiacciare il pulsante.
«Ciao, luce dei miei occhi, come stai?» Era la voce di Pietro.
«Al solito.»
«Pronta per andare dal medico?»
«Sì, esco fra due minuti.»
«Come ci vai?»
«In macchina.»
«Da sola?»
«Sì.»
«Non voglio che guidi nelle tue condizioni. Chiama Antonio e fatti portare da lui.»
«Non sono mica incinta, amore. Quel poveruomo ha già abbastanza da fare per tenere in ordine i tuoi giocattoli.»
Antonio era il responsabile della scuderia di auto di Pietro. Le curava come fossero figlie sue, le lucidava, metteva a punto i motori e lustrava la rimessa come una sala operatoria. All’occorrenza faceva anche da autista, specie quando il suo capo doveva recarsi a qualche riunione d’affari e voleva approfittare del lungo tragitto per sbrigare telefonate di lavoro.
«Hai chiesto a Fiordaliso o Gabriele?» le domandò Pietro.
«Sì, ma mi hanno detto che erano troppo impegnati.»
«Non direi. Sono passati da me dieci minuti fa. Volevano parlare di nuovo di un aumento della paghetta.»
Asia colse il tono risentito di Pietro e smorzò con una risata. «Che ci vuoi fare, sono giovani e vogliono godersi la vita.»
«Sì, ma senza dare nulla in cambio. Quando metteranno la testa a posto?»
«Dagli tempo, Pietro, non li pressare. Gabriele ti ha detto che ha superato l’esame di economia monetaria?»
«Sì, probabilmente con un misero diciotto.»
«Apprezza almeno lo sforzo.»
«Quale sforzo? È indietro di tre anni.»
«E Fiordaliso ti ha parlato del videoclip?»
«Sì. Avresti dovuto vedere come si è presentata nel mio ufficio: pantaloni leopardati talmente stretti che non lasciavano niente all’immaginazione.»
«Vanno di moda e lei se li può permettere.»
Quanto a doti fisiche, Pietro doveva ammettere che sua figlia ne aveva in abbondanza. «Sì, se li può permettere, lo avranno pensato anche gli impiegati del mio ufficio quando l’hanno vista passare. Dimmi di te, piuttosto. Come stai oggi?»
«Qualche crampetto come al solito, ma niente che mi impedisca di guidare l’auto.»
«Sicura? Lo sai che io sto in pensiero.»
«Me la caverò benissimo.»
Ciò che Asia voleva, faceva. Quando si metteva in testa qualcosa non c’era nulla che la fermasse. Pietro lo sapeva e la amava anche per questo. Era stato grazie alla sua tenacia e forza d’animo se era sopravvissuta a tutto ciò che le era successo e se aveva coronato il sogno di diventare pittrice. «D’accordo» rispose Pietro. «Ma se hai dolori, ferma subito la macchina e telefonami. Vengo a prenderti io.»
«Tranquillo, tesoro.»
«Chiamami appena hai finito, voglio notizie. Subito, capito? Ti amo.» Pietro chiuse la telefonata e riprese il lavoro. Approfittando del diverso fuso orario, chiamò dei clienti negli Stati Uniti e in Canada. Poi verificò l’andamento dei mercati azionari asiatici e convocò i ragazzi del suo staff per controllare l’incarico che aveva affidato loro. Concentrarsi, però, gli risultava molto difficile.
Da quando Asia aveva accusato disturbi di salute, la mente di Pietro continuava a volare alla malattia di Rosanna, la madre di sua moglie, e a come sintomi apparentemente banali fossero sfociati in una malattia devastante e misteriosa. Asia non ne aveva parlato a Pietro fino al giorno in cui gli aveva chiesto di accompagnarla a deporre dei fiori sulla tomba della madre.
Rosanna Carminati aveva partorito Asia a diciotto anni, nell’ospedale Briolini di Gazzaniga, in provincia di Bergamo. L’uomo che l’aveva messa incinta si era dileguato, ma lei aveva deciso di portare avanti la gravidanza ugualmente. Con lo stesso coraggio con cui aveva messo al mondo la sua bambina da sola, Rosanna aveva provveduto a ogni sua necessità fino alla comparsa della malattia.
Dapprima Rosanna inciampava continuamente, cadeva e si faceva male. Colpa delle scarpe, diceva. Anche cambiandole, il problema non si era risolto. Nel giro di pochi mesi, operazioni banali come lavarsi, vestirsi e pettinarsi erano diventate difficili. E a questi disturbi se ne erano aggiunti di nuovi: il timbro della voce era cambiato; faticava a deglutire; passava da attacchi di riso incontrollato a crisi di pianto. Poi, erano subentrati i problemi di respirazione. In meno di due anni, Rosanna era finita su una sedia a rotelle, attaccata a un respiratore. I medici non erano stati in grado di fornire una diagnosi certa. Una forma di Parkinson, avevano ipotizzato. La mamma di Asia era morta di insufficienza polmonare sei mesi prima che Pietro rientrasse dagli Stati Uniti e tornasse a cercare la barista che gli aveva rubato il cuore.
Il giorno in cui Asia aveva portato Pietro sulla tomba di Rosanna, lui aveva deciso di onorare la sua memoria diventando uno dei maggiori finanziatori di Telethon. Non voleva che nessuno morisse più per malattie incurabili o inspiegabili soffrendo pene atroci come la madre di sua moglie.
Anche i genitori di Pietro erano scomparsi prematuramente. Almeno, si era trattato di un evento fulmineo, come l’aveva definito la pattuglia della polizia di Cinisello Balsamo intervenuta sul luogo dell’incidente. Un tir, in autostrada, aveva sbandato, aprendo l’auto dei coniugi Roccia come un panino. Una parte di loro era volata via insieme al tettuccio e ai finestrini, l’altra era rimasta allacciata a ciò che restava dei sedili. Pietro viveva a Boston, a quel tempo. Aveva da poco concluso l’MBA alla Harvard Business School e iniziato a lavorare alla Merrill Lynch. La morte dei genitori lo aveva costretto a rientrare in Italia precipitosamente. Era figlio unico e i suoi genitori non avevano parenti. Dopo il funerale si era dovuto occupare anche di liquidare la piccola azienda di famiglia. L’unica consolazione che continuava a trovare nella morte prematura dei genitori risiedeva nella parola “fulminea”. Asia non era stata altrettanto fortunata, sempre che di fortuna si potesse parlare, dato l’argomento.
“I crampi di mia moglie sono sicuramente una stupidaggine” si disse Pietro. “Però è meglio se vado a controllare di persona.” Da quando aveva saputo della fine orribile di Rosanna, l’uomo aveva sviluppato una sorta di patofobia, un subdolo terrore che qualunque sintomo avvertito da chiunque nella sua famiglia fosse il campanello d’allarme di una malattia incurabile.
Nell’infanzia di Gabriele e Fiordaliso si erano verificati episodi normalissimi in cui lui aveva letteralmente perso la testa. Per un febbrone con tosse, aveva temuto la polmonite; una comune otite lo aveva fatto pensare alla sordità; una congiuntivite alla cecità. Asia, per fortuna, non si era mai fatta impressionare dalle ipotesi catastrofiche del marito e aveva trattato le malattie infantili dei figli con sciroppi, pasticche, pazienza e buonsenso.
“Sarà una stupidaggine anche stavolta, ma voglio accertarmene subito” si ripeté Pietro. Alle cinque, molto prima del consueto orario, corse a casa.
Asia dipingeva tranquilla nel suo studio. «Ciao, luce dei miei occhi, come stai?» chiese abbracciandola e baciandola come se non la vedesse da un anno. «Non dovevi chiamarmi subito? Che ha detto il dottore? Sono stato in pensiero finora.»
«Una delle tue crisi patofobiche?» lo apostrofò lei sorridendo.
«È inutile che mi prendi in giro, lo sai come sono fatto.»
«Non credevo che un dolorino alle mani scatenasse la tua fantasia.»
«Non sai quanto» mormorò lui. «Dai, dimmi.»
«Massaggi con una pomata per dolori articolari, riposo e una sfilza di analisi, ma solo per far contento te. Il dottor Bernardi ti conosce così bene, che non ha lesinato sulle prescrizioni.»
«Stare qui a dipingere lo chiami riposo?»
«Lo sai che mi rilassa. Mi sento già meglio. Non ho dolori da almeno un paio d’ore.»
«Non cambierai mai, vero? Per convincerti ad andare dal medico ci vuole un secolo e il solo fatto che ti abbia prescritto degli esami ti fa sentire già guarita.»
Asia lo zittì con un bacio che lo lasciò stordito. Le sue mani lo cercarono sotto la giacca e la camicia, poi iniziarono ad armeggiare con la cintura dei pantaloni. Sentì il desiderio di lui che stava esplodendo e questo la eccitò. «Ti voglio adesso» bisbigliò. Pietro l’attirò a sé, le accarezzò la schiena e il collo e la baciò teneramente. La prese in braccio e si diresse al piano di sopra. La lingua di Asia intanto esplorava la sua bocca e lui temette che le gambe gli cedessero mentre saliva le scale. In camera la spogliò lentamente, sfiorando con le labbra la sua pelle che sapeva di rosa, gelsomino e trementina. La accarezzò con dolcezza finché lei non resistette più e allora si amarono con la passione di sempre.