III

2259 Parole
III DOVE SI NARRA IL BUFFO MODO CON CUI DON CHISCIOTTE SI FECE ARMARE CAVALIERE E così, travagliato da questo pensiero, si affrettò a finire la sua magra cena all'osteria; terminata la quale, chiamò l'oste e, chiudendosi con lui nella stalla, gli si inginocchiò davanti, dicendogli: «Non mi alzerò più da qui, valoroso cavaliere, fino a che la vostra cortesia non mi conceda il dono che intendo chiederle e che ridonderà a vostra lode e in pro del genere umano.» L'oste, vedendosi ai piedi il suo ospite e udendo quei discorsi, stava a guardarlo sconcertato, senza sapere che cosa fare né dire, e insisteva con lui perché si alzasse, ma egli non volle muoversi, finché dovette dirgli che gli accordava il dono da lui richiesto. «Io non mi aspettavo di meno dalla vostra grande magnificenza, mio signore,» rispose don Chisciotte; «e così vi dico che il dono da me richiesto e che mi è stato concesso dalla liberalità vostra è che nel giorno di domani dovete armarmi cavaliere: questa notte nella cappella di questo vostro castello farò la veglia d'armi e domani, come ho detto, si compirà il mio ardente desiderio, permettendomi di andare, in regola con la tradizione, per tutte e quattro le parti del mondo in cerca di avventure in favore dei bisognosi, come è obbligo della cavalleria e dei cavalieri erranti, quale son io, il cui desiderio è rivolto a tali imprese.» L'oste che, come si è detto, era un furbacchione e aveva già qualche sospetto sulla mancanza di giudizio del suo ospite, finì col convincersene quando ebbe udito tali discorsi, e, per aver quella notte motivo di risa, pensò di dargli corda; così gli disse che era molto saggio quel che desiderava e che il suo proposito era proprio e naturale dei nobili cavalieri quale egli sembrava e come attestava il suo gagliardo aspetto; che anche lui, negli anni della sua giovinezza, si era dato a quell'onorevole professione, andando in cerca di avventure per diverse parti del mondo, senza tralasciare i Percheles di Málaga, le Islas di Riarán, il Compás di Siviglia, l'Azoguejo di Segovia, l'Olivera di Valenza, la Rondilla di Granata, la Spiaggia di Sanlúcar, il Potro di Córdova, le Ventillas di Toledo e altri diversi luoghi dove aveva esercitato la celerità dei suoi piedi e l'abilità delle sue mani, commettendo molte ingiustizie, seducendo molte vedove, violando alquante fanciulle, ingannando vari minorenni e finalmente facendosi conoscere da tutte le preture e i tribunali che ci sono in quasi tutta la Spagna; da ultimo, era venuto a ritirarsi in quel suo castello dove viveva con i suoi beni e gli altrui, dando in esso asilo a tutti i cavalieri erranti di qualunque condizione e stato fossero, solo per il grande affetto che nutriva verso di essi e perché dividessero con lui i loro averi, in riconpensa delle sue buone disposizioni verso di loro. Gli disse anche che in quel suo castello non c'era alcuna cappella dove poter vegliare in armi, perché l'avevano demolita per rifarla nuova; ma egli sapeva che, in caso di necessità, la veglia si poteva fare ovunque, e che quella notte avrebbe potuto farla in un cortile del castello; l'indomani, poi, a Dio piacendo, si sarebbero fatte le dovute cerimonie, in modo che egli fosse armato cavaliere, e tanto cavaliere come più non avrebbe potuto esserlo nessuno al mondo. Gli domandò se portava denaro; don Chisciotte rispose che non aveva un soldo, perché non aveva mai letto nelle storie dei cavalieri erranti che alcuno di essi ne avesse portato con sé. A ciò l'ospite replicò che s'ingannava; che se anche nelle storie non lo si scriveva, non essendo sembrato ai loro autori necessario scrivere una cosa di cui era tanto evidente la necessità, come quella di portar denari e camicie pulite, non per ciò si doveva credere che non ne portassero; quindi poteva ritener per certo, senza il minimo dubbio, che tutti i cavalieri erranti, di cui tanti libri son pieni zeppi, partavano le borse ben fornite per ogni eventualità; e portavano anche camicie e una cassettina piena di unguenti per risanare le ferite ricevute, perché non sempre nelle campagne o nei luoghi disabitati dove combattevano o restavano feriti c'era chi li curasse, eccetto che non avessero per amico qualche mago sapiente che li soccorresse subito, portando per l'aria, dentro una nube, qualche donzella o qualche nano con un'ampolla d'acqua tanto miracolosa che, inghiottendone qualche goccia, immediatamente guarivano dalle loro piaghe o ferite come se non avessero avuto mai nulla. Ma fintanto che questo non ci fosse, gli antichi cavalieri stimarono opportuno che i loro scudieri fossero provvisti di denaro e di altre cose necessarie, come filacce e unguenti per medicarsi; e se avveniva che quei cavalieri non avessero scudieri (il che capitava poche, anzi rare volte), si portavano tutto essi stessi in bisacce di poco spessore, che quasi non si vedevano, in groppa al cavallo, come se fossero qualcosa d'altro di maggior valore, perché, se non per siffatta ragione, non era solitamente ammesso che i cavalieri erranti portassero bisacce; pertanto gli dava il consiglio, e avrebbe potuto anche ordinarglielo come a suo figlioccio, poiché presto lo sarebbe stato, che, da quel momento in poi, non si mettesse in viaggio senza denaro e senza provvedersi di quanto gli aveva detto; avrebbe visto come se ne sarebbe trovato bene, quando meno se l'aspettava. Don Chisciotte gli promise di attenersi scrupolosamente al suo consiglio, e così fu subito disposto come dovesse fare la veglia d'armi in un grande cortile che stava a fianco della locanda: don Chisciotte, dopo aver riunito tutte le armi, le mise su una pila accanto a un pozzo; poi, imbracciato lo scudo, impugnò la sua lancia e con nobile atteggiamento cominciò a passeggiare davanti alla pila; quando ebbe inizio il suo passeggio incominciava a far notte. L'oste raccontò a tutti coloro che stavano nella locanda la follia del suo ospite, la veglia d'armi e la investitura di cavaliere che aspettava. Stupiti di un così strano genere di pazzia, andarono a guardarselo da lontano e videro che in alcuni momenti passeggiava con atteggiamento tranquillo, in altri, appoggiato alla lancia, posava gli occhi sulle armi e non li distoglieva da esse per un buon tratto. La notte era ormai alta, ma con tanto chiarore di luna che poteva competere con quello dell'astro che le prestava la luce, di modo che tutto ciò che il cavaliere novello faceva era visto benissimo da tutti. In quel momento a uno dei mulattieri che stava nella locanda venne l'idea di andare a dar da bere alle sue bestie, ed era necessario, per questo, toglier le armi di don Chisciotte dalla pila su cui stavano; ma egli, vedendolo avvicinarsi, gli gridò: «O chiunque tu sia, temerario cavaliere, che osi toccare le armi del più valoroso cavaliere errante che mai cinse la spada, bada a quel che fai e non toccarle, se non vuoi perdere la vita come prezzo della tua temerarietà!» Il mulattiere non si curò di queste parole (e sarebbe stato meglio che se ne fosse curato, perché equivaleva a curarsi la salute); anzi, afferratele per le cinghie, le scaraventò lontano. Don Chisciotte, visto ciò, alzò gli occhi al cielo, e, rivolto il pensiero (a quanto parve) alla sua dama Dulcinea, disse: «Assistetemi, mia signora, in questo primo affronto che si fa a questo petto vostro schiavo; non mi vengano meno in questo primo cimento il vostro favore e la vostra protezione.» E mentre pronunziava queste e altre frasi del genere, lasciato andare lo scudo, alzò con tutte e due le mani la lancia e diede con essa un colpo così forte in testa al mulattiere da stenderlo a terra tanto malconcio che, se gliene avesse dato un altro, non avrebbe avuto bisogno di un medico che lo curasse. Fatto ciò, raccolse le sue armi e tornò a passeggiare con la stessa calma di prima. Di lì a poco, senza sapere quello che era successo (perché il mulattiere era ancora privo di sensi), ne giunse un altro con l'intenzione, anche lui, di dar da bere ai suoi muli e, quando fu a levare le armi per sgomberare la pila, don Chisciotte, senza pronunziar verbo e senza chiedere l'aiuto di nessuno, lasciò andare di nuovo lo scudo, di nuovo alzò la lancia e, senza ridurla in pezzi, della testa del secondo mulattiere ne fece più di tre, perché gliela spaccò in quattro parti. Al rumore accorse tutta la gente che era nella locanda, compreso l'oste. Vedendo ciò, don Chisciotte imbracciò il suo scudo e, posta mano alla spada, disse: «Oh signora di beltà, stimolo e sostegno del debilitato cuor mio! Ora è tempo che tu rivolga gli occhi della tua grandezza a questo cavaliere tuo schiavo, che sta correndo tanto grande avventura.» Gli parve così di aver acquistato tale coraggio che se anche lo avessero assalito tutti i mulattieri del mondo, non avrebbe indietreggiato d'un passo. I compagni dei feriti, non appena videro com'erano ridotti, cominciarono da lontano a far piovere una grandine di sassi su don Chisciotte, il quale si riparava alla meglio con lo scudo e non osava allontanarsi dalla pila per non lasciare indifese le armi. L'oste urlava che lo lasciassero stare, ch'egli aveva pur detto loro ch'era pazzo e, come tale, se la sarebbe cavata, anche se li ammazzava tutti. Urlava anche don Chisciotte, più forte di tutti, chiamandoli vili e traditori, e dicendo che il signore del castello era un fellone e un cavaliere malnato, dal momento che permetteva che si trattassero in tal modo i cavalieri erranti, e che, se egli avesse già ricevuto l'investitura della cavalleria, lo avrebbe convinto della sua fellonia; «ma di voi», aggiungeva, «vile e bassa canaglia, non mi curo; tirate pure, avvicinatevi, venite avanti, fatemi tutto il male che potete e vedrete il prezzo che riceverete dalla vostra stoltezza e villania». Ciò diceva con tanto intrepido vigore che destò nei suoi aggressori una gran paura; e, sia per questo motivo, sia per le esortazioni del locandiere, cessarono di lanciar sassi; ed egli lasciò portar via i feriti e tornò alla veglia delle sue armi con la stessa calma e dignità di prima. All'oste non piacquero gli scherzi del suo ospite e decise di sbrigarsi e dargli subito quell'infausto ordine della cavalleria, prima che accadesse qualche altra disgrazia; così, dopo esserglisi avvicinato, si scusò dell'insolenza che nei suoi confronti aveva avuto quella gentaglia, senza ch'egli ne sapesse nulla; ma erano stati ben puniti della loro tracotanza. Aggiunse che, come gli aveva già detto, in quel castello non c'era cappella, ma che, per quanto rimaneva da fare, non era neanche necessaria; che il punto essenziale dell'essere armato cavaliere consisteva nella collata e nella piattonata sulla spalla, secondo quanto egli sapeva sul cerimoniale dell'Ordine, cosa che si poteva fare anche in mezzo a un campo, e ch'egli aveva già adempiuto il suo dovere circa quel che riguardava la veglia d'armi, per cui bastavano solo due ore di veglia, mentre lui ne aveva già fatto più di quattro. Don Chisciotte si bevve tutto e disse che egli era lì, pronto ad ubbidirgli, e che si sbrigasse nel più breve tempo possibile; perché, se fosse stato aggredito un'altra volta, dopo che fosse armato cavaliere, non avrebbe lasciato anima viva nel castello, eccezion fatta di quelle persone ch'egli gli avesse ordinato di risparmiare e che, per un riguardo a lui, avrebbe lasciate da parte. Il castellano, messo così sull'avviso e pieno di paura per quanto aveva udito, portò subito un registro su cui segnava la paglia e la biada che dava ai mulattieri, e con un mozzicone di candela che gli reggeva un ragazzo e con le due suddette donzelle tornò dove era don Chisciotte, a cui ordinò di inginocchiarsi; poi, leggendo nel suo manuale (come se recitasse qualche devota preghiera), a un certo punto della lettura alzò la mano e gli diede un gran colpo sul collo e dopo di esso, con la sua stessa spada, una bella piattonata sulle spalle, sempre borbottando fra i denti come se pregasse. Fatto ciò, comandò a una di quelle dame di cingergli la spada, la qual cosa ella fece con molta disinvoltura e tatto; ché non ce ne volle poco per non scoppiare dalle risa in ogni momento della cerimonia, ma le prodezze che avevano ormai visto fare al novello cavaliere tenevano il riso a bada. Nel cingergli la spada, la brava signora disse: «Dio faccia della signoria vostra un avventurosissimo cavaliere e le dia fortuna nei combattimenti.» Don Chisciotte le domandò come si chiamava, per sapere, d'allora in poi, a chi restava obbligato della grazia ricevuta, giacché pensava di renderla partecipe dell'onore che si sarebbe guadagnato col valore del suo braccio. Ella rispose con molta umiltà che si chiamava la Tolosa, che era figlia di un ciabattino di Toledo, il quale stava presso le bottegucce di Sancho Bienaya e che lo avrebbe servito e tenuto in conto di suo signore dovunque ella si trovasse. Don Chisciotte le disse che, per amor suo d'allora in poi gli facesse la grazia di mettersi il don e di chiamarsi donna Tolosa. Ella glielo promise; l'altra, poi, gli calzò gli sproni, e si svolse con questa quasi lo stesso colloquio che con quella della spada. Le domandò il suo nome ed ella disse di chiamarsi la Molinera e di essere figlia di un onorato mugnaio di Antequera; e anche a lei don Chisciotte chiese che si mettesse il don e si chiamasse donna Molinera, offrendole nuovi servigi e favori. Fatte, dunque, in fretta e come di galoppo tali cerimonie non mai viste fino allora, don Chisciotte non vide l'ora di montare a cavallo e di partire in cerca d'avventure; così, sellato subito Ronzinante, vi salì sopra e, abbracciato l'ospite, gli disse cose tanto strane per ringraziarlo del favore di averlo armato cavaliere, che non è possibile riuscire a riferirle. L'oste, desideroso di vederlo finalmente fuori della locanda, rispose alle sue con parole non meno enfatiche, quantunque più brevi, e lo lasciò andare alla buon'ora senza chiedergli di pagare il conto dell'alloggio.
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