Capitolo 5
24 e 25 dicembre 2009
L’intruso decise di nascere per Natale con una decina di giorni d’anticipo.
MaVi non aveva fatto in tempo a dire ad Adriano che cominciava a sentire delle contrazioni, che lui era sceso dal letto ed era andato a prendere l’auto.
Non guidò come un pazzo, perché sua moglie era calma.
Arrivarono in ospedale in meno di mezz’ora e MaVi camminò chiacchierando fino al reparto di ostetricia.
In un certo senso è rassicurante che negli ospedali i giorni siano tutti uguali, c’era un alberello addobbato fuori dalla porta del reparto, ma si aveva la sensazione che la Vigilia di Natale non avesse interferito sulla routine. I medici facevano i turni, gli infermieri pure, le visite e gli orari seguivano il solito protocollo, tutto procedeva come se fosse un qualunque giorno del calendario.
E invece era il giorno in cui Maria Vittoria Abregal avrebbe partorito.
Adriano era nervoso.
Non voleva darlo a vedere, dopotutto mica doveva partorire lui, ma era inquieto.
Anche il fatto che il bambino volesse nascere in anticipo lo metteva di cattivo umore. C’era proprio bisogno di venire al mondo dieci giorni prima?
Fare il gradasso e nascere settimino poteva avere un suo perché, ma dieci giorni prima era un vezzo da segaiolo. Segaiola, visto che si trattava di una femmina.
Teodora.
MaVi si era ribaltata dalle risate quando lui aveva scelto (imposto) quel nome: Teodora, dono di Dio. Nome di sua nonna.
«Dio non c’entra, è stata una scopata come tutte le altre», aveva asserito la contessina.
Comunque era Teodora Abregal e sarebbe venuta al mondo con dieci giorni d’anticipo.
E senza Bianca, che era in volo dagli Stati Uniti.
Adriano non credeva che l’assenza di Bianca lo avrebbe agitato, pensava che non averla tra i piedi sarebbe stato meglio e invece no, quella testa di cazzo con una volontà di ferro avrebbe fatto comodo.
Tanto per cominciare gli avrebbe risparmiato la sala parto.
Non ci teneva affatto a vedere la v****a di MaVi deformata da una testa ricoperta di sangue e vernice caseosa, dovendo al contempo sorridere come se quello spettacolo lo entusiasmasse. Per come la vedeva lui, gli uteri in affitto erano un’idea geniale.
L’anticipo sulla tabella di marcia lo spediva dritto in prima linea.
MaVi sembrava rilassata, parlava distesa con l’ostetrica che stava prendendo in carico il suo ricovero.
L’avevano già visitata in due, l’ostetrica e anche il ginecologo, e ora lei stava firmando fogli senza far domande; tipico di MaVi, poteva anche essere intenta a sottoscrivere l’espianto delle cornee, per quello che ne sapeva.
Espletate le formalità, le assegnarono una stanza e le attaccarono il monitoraggio.
«Ci vorrà molto tempo» disse il ginecologo, un certo Giuseppe Santoloce. «Il papà può andarsene a casa e tornare domattina.»
Come no.
Un umorista, questo Santoloce.
«Grazie, ma resto» gli comunicò Adriano. Ostilità seppellita un millimetro sotto il pelo della voce.
«Tutti eroi le prime due ore, e poi li raccogliamo con il cucchiaino» ridacchiò il medico.
«Non si preoccupi, i padri egocentrici li teniamo alla larga» intervenne l’ostetrica, una donna di mezz’età che faceva una certa soggezione. Non ad Adriano.
MaVi sembrava tranquilla, per cui suo marito si lasciò sbattere di là dall’uscio.
«Sono qui fuori, non vado da nessuna parte» le disse.
Si sistemò su una panca appena fuori dal reparto.
Il cartello “Vietato fumare” appeso sulla porta faceva il paio con il mucchio di mozziconi agglomerati sul davanzale della finestra.
Adriano pensò che non avere il vizio del fumo poteva essere uno svantaggio. Con tutte le cazzate che aveva fatto, era stato poco accorto a non includere anche il fumo.
Dall’interno del reparto non arrivavano né grida né pianti.
Buon segno.
O forse le sale parto erano in una torre isolata. Insonorizzata.
Comunque MaVi non era in sala parto, le avrebbero fatto l’epidurale al momento opportuno. Forse gliel’avevano già fatta, magari il travaglio procedeva rapidamente.
Con l’epidurale avrebbe sentito le contrazioni, ma non il dolore. Ottima idea anche quella, non come l’utero in affitto, ma insomma...
Due ore dopo, Adriano era sul punto di andare a comprare il suo primo pacchetto di sigarette, quando vide uscire l’ostetrica che li aveva accolti.
«Dov’è che va, scusi?» le domandò con poco garbo.
«A casa. Ho finito il turno.»
«Eh?»
«Facciamo i turni» gli spiegò, paziente. «Visto che non chiudiamo mai, ci diamo il cambio. Ora c’è la mia collega, Teresa Bertolini.»
«E mia moglie come sta?»
«Bene.»
«Quanto manca?»
«Parecchio. Alle primipare serve sempre tantissimo tempo. Vedrà, andrà meglio la prossima volta.»
Non ci sarebbe stata nessuna prossima volta.
Era già deciso a farsi un nodo all’uccello.
Avrebbero vissuto in castità come San Francesco e Santa Chiara.
MaVi avrebbe avuto da ridire, ma il prezzo per il sesso era davvero troppo alto.
«Su, su, la smetta di fare quella faccia, quando torno domani deve presentarmi Teodora» lo canzonò l’ostetrica.
Quindi MaVi aveva confermato il nome. Fino all’ultimo gli aveva detto che in sala parto ci sarebbero state lei e Bianca e avrebbero chiamato la bambina come diavolo volevano.
Oltre all’ostetrica cambiò anche il ginecologo. Al posto di Santoloce, prese servizio una certa Claudia Gatti, sembrava un po’ più comprensiva e gli permise di vedere MaVi.
«Ehi» disse, entrando. Voleva mostrarsi allegro e spensierato.
«Ciao. Pare che il mio corpo non sia molto collaborativo. Mi sto dilatando a passo di lumaca.»
«Stai male?»
«No, la droga funziona alla grande.»
«Bene.»
Restarono muti a guardarsi.
Non si guardavano mai abbastanza, era così confortante perdersi uno negli occhi dell’altra.
«Teodora. La chiamiamo Teodora, giusto?»
«Sì, quel prepotente di mio marito ha scelto questo bel nome medievale. Io avrei preferito Violetta o Sharon...»
«O Peppa Pig.»
Risero.
«Teodora, detta Peppa.»
«Non sei logica, MaVi.»
«E chi se ne frega.»
Già, chi se ne frega.
«Mi spiace che non ci sia Bianca.»
«Anche a me. Ma non fa nulla. È in volo. La vedrò domani. A cose fatte.»
Adriano sospirò, le accarezzò la pancia e poi sussurrò all’ombelico:
«Vieni fuori, Teo! Avanti! Per farci incazzare aspetta di avere quattordici anni.»
«Lasciala in pace.»
Sì, la lascio in pace, basta che esca, poi la lascio in pace.
Dopo poco fu costretto a uscire lui, di nuovo.
Si accampò sulle panche, dormì anche, visto che al risveglio ricordò strani sogni.
Le ore sgocciolarono via lente o veloci, impossibile dirlo: Adriano si era creato uno spazio-tempo avulso dalla realtà, un microcosmo differente e separato.
Il personale cambiò di nuovo, tornò Santoloce e come ostetrica una biondina zuccherosa che sembrava più interessata al dottore che alle pazienti, ma forse era solo un’impressione di Adriano. Cominciava ad essere molto stanco e, non avendo iniziato a fumare, si teneva su a suon di caffè.
Arrivarono in sala parto che Gesù Bambino era nato da un pezzo; Teodora invece, a differenza dell’Illustre Predecessore, teneva duro.
MaVi era sfinita.
Nonostante Adriano avesse fatto un tifo da stadio seppellendo tutto il timore (no, il terrore) di cui era pervaso, MaVi aveva gettato la spugna.
«La aiutiamo noi, signora, prendiamo per i capelli questa ragazzina e la tiriamo fuori» promise Santoloce, continuando a sorridere.
Sorridevano sempre, sorridevano tutti.
Cosa ci fosse poi di così divertente, Adriano non lo capiva.
Prenderla per i capelli e tirarla fuori significava attuare un parto operativo per il quale entrò in scena anche un altro medico, il primario.
Presa per i capelli (metaforicamente, visto che di peli in testa non ne aveva), Teodora fu costretta a nascere.
La piccola mostrò immediatamente il proprio disappunto per lo sfratto urlando a squarciagola e facendo pipì addosso al neonatologo.
Adriano non aveva occhi che per MaVi, che non aveva un bell’aspetto. Del resto, non era mai uscito in forma nessuno dalla sala parto, no?
La accarezzò e le baciò le labbra.
«Sei stata bravissima e coraggiosissima» le disse con le lacrime agli occhi.
«Vai a vedere la bambina.» Lei aveva una nota lontana nella voce.
«Non mi interessa la bambina, preferisco la mamma.»
«È sola, va’ da lei.»
«Non è sola.»
C’era una mezza dozzina di persone intorno a Teo.
«Adriano!»
Avrebbe voluto stare lì con lei, a godersi gli ultimi istanti come coppia senza figli perché, a giudicare da come gridava Teo, la loro intimità era finita.
«Tre chili e otto di bambina sana e tosta, complimenti. Ora però deve venire con me per compilare i documenti.» A interromperli era stato un tizio vestito di verde: medico, infermiere, neonatologo... un rompicoglioni.
Eh?
Quali documenti? Ma non avevano già firmato una tonnellata di roba? Lui voleva stare con MaVi.
«Ci mettiamo un attimo» insistette quello.
Non fu un attimo. O per lo meno ad Adriano sembrò di stare via per ore.
Quando finalmente poté tornare da MaVi, qualcun altro pensò bene di smollargli in braccio la bambina. Ma non era il loro lavoro occuparsi dei neonati? Dovevano proprio darli subito ai genitori?
Possibile che nessuno capisse che non era il momento di interferire con la loro intimità?
«Guardala, è bellissima» mormorò MaVi.
Oddio bellissima...
Se si escludevano la deformità del cranio, la pelle avvizzita e la preoccupante somiglianza con ET, allora sì, era una bella bambina.
«E non piange nemmeno.» Non stava piangendo in quel momento, prima si era data da fare parecchio.
«La vuoi?» le chiese Adriano.
«Stai qui però, non ho molte forze e ho paura che mi cada.»
Adriano gliela pose tra le braccia.
Era passiva, MaVi, spossata, vuota.
Era normale? Era normale, si rispose da solo.
«Non sei pazzo di lei?»
«Sono pazzo di te. Lei mi piace abbastanza, però.»
«Smettila di fare il duro. Guarda come ti osserva. Riconosce le nostre voci.»
Pedagogia, psicologia, puericultura, stregoneria, ad Adriano non interessavano affatto quelle cose.
L’obiettivo successivo era portare a casa mamma e figlia e dimenticare quelle ore di merda, abituarsi all’intrusa, affezionarsi a lei per far contenta MaVi e, in caso in futuro avesse voluto altri figli, affittare un utero.
Facile.
Il piano subì una brusca deviazione.
Mentre erano assorti a studiare la faccia poco promettente di Teodora, una voce secca li scosse.
«Preparate per un altro accesso venoso, subito le prove crociate e la sacca graduata; vado a chiamare il trasfusionale, allertate la sala operatoria.»
Va be’, parlavano di qualcun altro.
Eppure l’aria fremeva, la gente che prima si muoveva con calma era improvvisamente scattata sull’attenti.
Ma non vi rilassate mai? Che mestiere di merda, pensò Adriano.
Sembrava peggio dei pit stop della Formula Uno.
E comunque se qualcuno stava male, che lo portassero via di lì, sua moglie aveva bisogno di calma.
Gli ci volle un po’ per capire che era MaVi quella che stava male.
Aveva smesso di parlare, sembrava assopita, assente. E tremava.
«Volete dirmi che sta succedendo?!» sbraitò Adriano.
Agitarsi e imporsi con una neonata in braccio non era facile.
Che qualcuno prendesse la bambina e gli permettesse di occuparsi di sua moglie!
«La placenta non si stacca e sua moglie sta perdendo sangue» si degnò di spiegare in fretta uno degli omini verdi. «La portiamo in sala operatoria per un secondamento manuale.»
«Un che?»
«Non sentirà nulla.»
«Un secondamento… Che cazzo è?»
«Dobbiamo estrarre manualmente la placenta. Non abbiamo alternative. Sua moglie rischia di morire, se non interveniamo.»
Oh cazzo, cazzo, cazzo!
Rischia di morire?
«Adriano...» lo chiamò MaVi. «Se muoio...»
«Piantala MaVi!»
«SE MUOIO» insistette lei, «non devi fare lo stronzo egoista.»
«Se muori, faccio quel cazzo che mi pare!» rispose d’istinto.
«Ascoltami. Sarà dura, ma non durerà per sempre. Sono stata tanto felice, ho avuto il meglio, hai capito?»
«La vuoi smettere?»
«Ma se non ce la faccio, a Teodora serve una mamma, e deve essere Bianca.»
«MaVi, hanno esagerato con la morfina.»
«Sposa chi vuoi, innamorati di nuovo, ti prego, fallo, ma Teodora ha bisogno di Bianca. Di te e Bianca.»
«MaVi non sono un uomo violento...»
«Lo so. Sei un uomo meraviglioso. Il migliore. Fammi baciare la piccola.»
Gliela allungò e lei le posò un bacio sulla tempia. Poi si sporse affinché anche suo marito potesse baciarla.
«Hai promesso.»
«Sì, MaVi.» Lo disse in modo meccanico, perché stavano già muovendo il letto verso la porta.
«Ci vediamo dopo. Di là.»
Di là è vago. Può voler dire un mucchio di cose.
Adriano stava per mollare per terra la bambina, cosa lo trattenne non avrebbe saputo dirlo nemmeno ad anni di distanza. Restò lì con Teodora in mano (non in braccio) e guardò i medici che portavano MaVi in sala operatoria.