4Dopo quella domenica, Giorgio iniziò a cambiare. Era sempre gentile e cortese con le clienti, ma aveva leggermente smorzato quel suo fare da seduttore navigato. Anna lo osservava muoversi dietro al bancone. Anna lo osservava sempre, cercando ogni volta di non farsi vedere: lo osservava mentre sistemava le uova nella cesta di vimini posta al centro della stanza, mentre guidava gli avventori tra gli scaffali, mentre preparava le confezioni regalo. Era la prima volta che lo guardava veramente: prima di allora i suoi sguardi erano sempre stati veloci e sfuggenti, come per evitare di vedere qualcosa che non le piaceva e che, addirittura, la infastidiva. Talvolta i loro sguardi si incontravano: era allora che Anna arrossiva leggermente e accennava a un sorriso.
«Ti va di andare a prendere il caffè al bar dopo pranzo?» le chiese Giorgio dopo una settimana.
«Sì, volentieri, grazie» rispose Anna.
Dopo aver pranzato insieme a Roberto e Silvia nella piccola saletta ristoro sul retro del negozio, Giorgio e Anna andarono al bar che si trovava sull’altro lato della piazza.
«Che prendi?»
«Un caffè, grazie.»
«Che dici? Ci sediamo un po’ fuori?»
«Sì, volentieri.»
Giorgio si fece dare un piccolo vassoio per portare i caffè a uno dei tavolini disposti all’esterno, sotto gli ombrelloni.
«Come lo preferisci lo zucchero?»
«Di canna, grazie.»
«Anche io lo prendo sempre di canna.»
Sì sedettero al tavolo. Anna si accorse che aveva le mani lievemente sudate e cercò di asciugarle passandole velocemente sui pantaloni. Ma quando prese in mano la bustina di zucchero, vide che le sue mani tremavano. Per evitare che Giorgio se ne accorgesse, aprì la bustina nascondendola quasi sotto il tavolino.
Ma che mi sta succedendo?, si chiese. Perché sono così emozionata nel ritrovarmi di nuovo sola con Giorgio?
«Volevo ringraziarti» disse Giorgio dopo aver bevuto il caffè.
«Di cosa?»
«Della nuova sistemazione degli scaffali. Avevi ragione: è tutto più ordinato e armonioso. Tutti i clienti mi hanno fatto i complimenti. Ho detto che era stata una tua idea. Mi sembrava giusto che tu lo sapessi».
«Ah… grazie. Sei gentile» rispose Anna, cercando di nascondere un po’ di delusione. Chissà che cosa si aspettava: in fondo avevano passato insieme soltanto un pomeriggio.
«E poi volevo dirti che domenica scorsa sono stato molto bene. Mi è piaciuto molto parlare con te. Mi sono sentito a mio agio e vorrei che ci fossero altre occasioni.»
«Anche io sono stata bene e anche a me piacerebbe parlare di nuovo con te.»
«Raccontami di te, Anna. Lavoriamo insieme otto, nove ore al giorno, eppure mi sono accorto che non so nulla di te. Sei sempre così riservata. Anche quando siamo a tavola con altri, raramente intervieni per parlare di te, di quello che ti piace, di quello che fai. Perché?»
«Non lo so... Non c’è una ragione, in realtà. Semplicemente preferisco ascoltare. Riesco a capire tante cose degli altri, ascoltando i loro discorsi.»
«E di me che cosa hai capito?»
«Non molto, per ora. So soltanto che sei sposato da diversi anni e che hai due figli. Che i tuoi genitori sono entrambi in vita, così come i tuoi suoceri.»
«Questi sono dati di fatto. Non dicono nulla di come sono io.»
«È vero. Ma ancora non ho avuto modo di ascoltarti di più, di ascoltarti meglio.»
«Ti piacerebbe conoscermi meglio?»
«Non so… Credo di sì…»
«Posso invitarti di nuovo a prendere il caffè domani?»
«Sì, ma solo a patto che sia io a pagare.»
«Ti piacciono i rapporti alla pari, vero?»
«Sì… decisamente…»
Il caffè dopo pranzo diventò per Anna e Giorgio un’abitudine quotidiana. Giorgio parlava e Anna restava in silenzio a ascoltarlo, facendo solo qualche sporadica domanda. Giorgio le raccontò dei suoi genitori, delle sue due sorelle, della moglie, dei ragazzi. Di quello che gli piaceva fare, di come trascorreva il fine settimana, delle vacanze già prenotate e di tutto ciò che, comunemente, chiamiamo vita. Giorgio iniziava a parlare più o meno alle 13:35 e terminava verso le 13:55. A quel punto si alzava e diceva ad Anna che era ora di tornare in negozio. Raramente le faceva domande: per lo più si trattava di monologhi. Lei era molto incuriosita da questo suo comportamento.
Perché Giorgio ha tutto questo bisogno di parlare?, si chiedeva Anna pedalando sulla strada di ritorno verso casa. Forse con due figli, Giorgio e sua moglie non hanno tempo per confrontarsi, per raccontarsi l’uno all’altra.
Un giorno glielo chiese.
«Giorgio, tu parli così tanto anche a casa?»
«Perché? parlo tanto?» chiese Giorgio, un po’ sorpreso
«Parli abbastanza… Non parli la sera a casa con Federica?»
«Non molto, in effetti. Sono i ragazzi che monopolizzano la conversazione. E poi è mia moglie in genere a parlare: ogni sera mi fa il resoconto della sua giornata lavorativa.»
«Tu non parli del tuo lavoro con lei?»
«No, a me il lavoro piace lasciarlo fuori casa. La sera, quando chiudo il negozio, ci chiudo dentro anche tutti i problemi. Cerco sempre di tenere separata la famiglia dal lavoro.»
«È per questo che con me parli di lavoro, qualche volta?»
«Sì… Tu non sei la mia famiglia. E poi tu sei già dentro al “meccanismo”: capisci subito quello che dico e non ho bisogno di farti tante premesse per spiegarti quello di cui ti sto parlando.»
«Giusto» disse Anna, un po’ rattristata.
Giorgio le aveva appena detto che lei non era sua famiglia e Anna si era sentita come San Sebastiano quando lo avevano colpito con la prima freccia.
Perché le facevano così male quelle parole?
Giorgio la considerava una collega di lavoro, forse un po’ un’amica, comunque una persona con cui confidarsi ogni tanto e niente più. Invece per Anna, Giorgio stava diventando qualcosa di più di un semplice collega di lavoro. Se ne era resa conto una mattina. Era stranamente arrivata al lavoro puntuale, anzi, una decina di minuti prima dell’orario. Quella notte aveva fatto molto caldo e lei non era riuscita a dormire. Alla fine, stufa di girarsi a vuoto nel letto, si era alzata e si era fatta una doccia fredda per togliersi via dalla pelle quella sensazione appiccicosa di afa e di insonnia. Quando scese in cucina, sua madre era già sveglia.
«Non hai dormito neppure tu, vero?»
«No, mà. C’era un’aria talmente calda stanotte: mi sembrava che mi avessero acceso un phon vicino al viso.»
«Vuoi un po’ di caffè, amore?»
«Sì, mamma. Grazie.»
«Adesso che fai? È presto per andare al lavoro…»
«Credo che uscirò comunque. Mi faccio una passeggiata in bicicletta con calma. Magari mi fermo a salutare Lella al bar.»
«Mi pare una buona idea.»
Anna passò in effetti dal bar, ma Lella non c’era.
«Anna, oggi Lella arriva più tardi: la batteria del motorino l’ha abbandonata in mezzo di strada. Stava aspettando che aprisse l’elettrauto per poterglielo lasciare» le disse Mario, il proprietario dell’attività.
«Ah… Accidenti! Povera…» rispose Anna, dispiaciuta per l’inconveniente capitato all’amica; ma forse ancor più dispiaciuta per quella mancata conversazione/confessione mattutina.
Rimontò in sella alla bici e si diresse verso il negozio. Quando arrivò, non c’era ancora nessuno, neppure Giorgio che in genere era il primo ad arrivare. Sì mise a sedere su una delle panchine sparse per la piazza e restò in attesa dell’arrivo di qualcuno. Passarono solo pochi minuti quando sentì avvicinarsi il rumore di un motorino o di una moto. Dalla traversa laterale, vide arrivare Giorgio sulla sua Vespa. Lui non si accorse di Anna seduta sulla panchina e si fermò a parcheggiare come ogni mattina accanto alla rastrelliera delle bici. Indossava un paio di short e una maglietta girocollo: era la prima volta che lo vedeva vestito con un capo di abbigliamento che non fosse una camicia o una polo, comunque con un qualcosa che non avesse il colletto. Lo osservò scendere dalla Vespa e togliersi il casco: Giorgio aveva delle bellissime gambe: lunghe, affusolate e definite; la parte più bella erano le sue caviglie sottili che si perdevano nella slanciata curva del polpaccio. Indossava delle scarpe da ginnastica con i calzini invisibili che ne esaltavano ancora di più la sottigliezza. Come si tolse il casco, Anna vide per la prima volta il collo di Giorgio, finalmente libero da superflui pezzi di stoffa, e la sensuale linea che disegnava la sua nuca e scendeva giù fino alla spalla. Ad Anna venne voglia di accarezzare quella linea, di percorrerla lentamente con una leggera pressione del polpastrello.
Che mi succede?, pensò, mentre continuava a osservarlo. Rimase seduta sulla panchina ancora qualche minuto: quell’uomo cominciava a piacerle e questo era un problema.
«Ho visto che stamani hai cambiato look» gli disse Anna più tardi, durante la loro pausa caffè.
«In che senso? Ho la stessa divisa di tutti i giorni, la stessa che indossi tu.»
«Mi riferivo agli abiti civili... Stamani sono arrivata qui un po’ prima del solito. Ero seduta su quella panchina lì, quando tu hai parcheggiato la Vespa. Ed ho visto che, stamani, a differenza degli altri giorni, indossavi una maglietta girocollo; niente polo, nessuna camicia...»
«Sì, è vero. È il primo capo pulito che ho trovato nel cassetto: Federica non ha avuto tempo di stirare le altre. Non indosso mai magliette di quel tipo, non mi piacciono.»
«Peccato… perché ti stanno molto bene. O meglio: quella di stamani ti sta molto bene. Ti esalta la linea del collo.»
«Perché? Che cosa ha il mio collo?» chiese Giorgio sorridendo e avvicinandosi a lei con il busto.
«È bello… è sensuale…» rispose Anna con un filo di voce, posando lo sguardo a terra.
«Trovi davvero che il mio collo sia bello e sensuale?» le domandò con un tono di voce più basso e profondo.
«Sì…» sospirò lei.
«Un giorno parleremo delle cose che io trovo sensuali in te» continuò piano. «Adesso, però, dobbiamo rientrare» e allontanò la sedia da lei per alzarsi. «Andiamo?» disse.
«Sì...» rispose lei
Quella sera, appena uscita dal negozio, Anna chiamò sua madre.
«Pronto?»
«Ciao mà, sono io.»
«Ciao tesoro, che succede?»
«Niente, volevo solo dirti che mi fermo un attimo da Lella. Stamani non c’era. Arrivo un po’ più tardi.»
«Ok, amore. Ti lascio la cena pronta perché io fra un po’ esco per andare al cinema con tua zia. Ci vediamo più tardi, va bene?»
«Sì, grazie, mamma. A dopo.»
«A dopo. Saluta Lella.»
I tavolini esterni del bar erano tutti pieni e dalla porta di ingresso Anna intravide Lella dietro al bancone del bar intenta a preparare gli aperitivi insieme a Carlotta.
Anna salutò Lella con la mano e lei le fece cenno di entrare.
«Mi sembri incasinata. Forse è meglio se torno un’altra sera.»
«Ma che dici? Siediti qui al bancone e facci compagnia» disse Lella. «Mario, vero che Anna può rimanere a farci compagnia?» Continuò alzando appena il volume della voce per farsi sentire da Mario seduto dietro la cassa.
Mario non spostò neppure lo sguardo dai conti e fece un gesto come a dirle Certo che può restare. Che domande fai?
«Visto? Anche Mario ha detto sì. Che prendi? Il solito spritz?»
«Sì, grazie. Con il solito secchio di noccioline: sto morendo di fame.»
«Lo sai che le noccioline contengono un sacco di sale e che il sale aumenta la ritenzione idrica, e quindi la cellulite?» intervenne Carlotta, porgendole una coppetta piena di arachidi.
«Sì, lo so ma ho deciso di morire così: di ritenzione idrica.»
«Sì, certo… lo sa anche questo bancone quanto ci tieni al tuo fisico. Esco a portare l’ordinazione, almeno non sento le tue scemenze, tesoro!»
Anna attese che Carlotta fosse uscita.
«A volte Carlotta non la capisco; è di una bellezza fuori del comune: gli occhi chiari, i lunghi capelli neri, la bocca piena e ben disegnata; un’altezza appena superiore alla media e un fisico proporzionato. Sembra la sorella minore di Aishwarya Rai! Quando hai avuto la fortuna di avere un DNA così, perché ti preoccupi della cellulite? La cellulite è la crociata di noi donne mortali!»
«La cellulite è il cruccio di tutte le donne, cara: di quelle mortali e di quelle divine! Nessuna di noi ne è immune» le disse Lella, porgendole lo spritz.
«Allora... Come vanno le cose al lavoro? A sei mesi di distanza, cominci a fare un bilancio della tua scelta?»
«Sì, sì…»
«Sì, sì… e?»
«Sì, sì… e niente… Mi trovo bene. I colleghi sono molto carini e simpatici: si è creato un bel clima tra di noi.»
«E con Giorgio come va? Proseguite ancora con la vostra pausa caffè quotidiana?»
«Sì» rispose Anna un po’ mesta mentre continuava a girare metodicamente con un cucchiaino le noccioline nella coppetta.
«Che c’è, Anna?»
«Non c’è niente… o forse c’è tutto… non lo so… È che più conosco Giorgio, meno riesco a fare in modo che mi sia indifferente. E poi stamattina…» si interruppe.
«Stamattina, cosa?»
«Stamattina è venuto al lavoro con un paio di short e una maglietta girocollo e… ed era bellissimo. Mi piaceva un sacco.»
«Ragazza: se un paio di shorts e una t-shirt ti fanno questo effetto, significa che hai bisogno di fare un po’ di sesso.»
«Trovi? L’autoerotismo non conta?»
«No, l’autoerotismo non conta! Ci vuole altro! Ci vuole l’altro!»
«Dai, Lella, a parte le battute… Credo di avere un problema. Credo che mi piaccia Giorgio…»
«E perché è un problema?»
«Magari perché è sposato con due figli?»
«Meglio, almeno non devi sposarlo tu!»
«Che nervi quando fai così! Mi vuoi prendere sul serio, per favore?»
«Va bene, ti prendo sul serio. E allora ti dico stai attenta. Anzi, stai attentissima. Se vuoi una relazione di solo sesso con Giorgio, diglielo chiaramente e vedi come reagisce. Ma se pensi che lui possa innamorarsi di te e lasciare moglie e figli, scordatelo! Sarebbe come firmare il contratto per un suicidio volontario. E non sarebbe un suicidio assistito con l’uso di morfina. No, affatto. Sarebbe un suicidio violento. Sarebbe come decidere di schiantarsi contro un muro con una Ferrari lanciata a 300 chilometri orari.»