Scendo di corsa le scale e vado in cucina dove mi accomodo a tavola davanti ad un piatto di pancakes.
«Fame?» mi chiede mia madre che si trova davanti al frigorifero. Indossa ancora il pigiama – come me - e ha i capelli legati.
Da quando avevo otto anni, siamo sempre stati io e lei da soli. Mio padre - forse per fortuna - ci ha abbandonati dopo l'avvenimento di un brutto incidente con mia madre. Decido che è meglio lasciare questo brutto ricordo infondo alla mia memora, impedendogli di riemergere.
«Molta» le rispondo.
Dopo due minuti, il piatto che ho davanti rimane vuoto.
«Caspita, li hai proprio divorati quei pancakes».
Mi alzo dalla sedia. «Te l’ho detto che avevo molta fame».
Mentre afferro shampoo e bagnoschiuma, penso a mia madre e al fatto che mi ha cresciuto da sola.
Comincio a lavarmi. L'acqua scorre velocemente, ma servirà a far scivolare via il ricordo di ciò che mio padre ha fatto? No. Non sono mai riuscito a perdonarlo e credo che non lo farò mai.
Esco dalla doccia e incomincio a vestirmi. Infilo una T-Shirt lunga fino a sopra le ginocchia scoperte dagli unici strappi di un pantalone nero aderente. Afferro il berretto nero dell'Adidas, mi spruzzo del profumo e - dopo aver messo il deodorante e la cera nei miei capelli castani, quasi ricci, tirati all' indietro - ed esco di casa.
Sto per attraversare il piccolo sentiero - che divide il giardino in due partendo dai gradini d'ingresso di casa fino ad arrivare al marciapiede - quando sento chiamare il mio nome: «Hero!»
Mi volto. È mia madre con il mio zaino nero tra le mani.
«Ma dove hai la testa?» chiede.
«Oh cazzo!»
«Hero, moderiamo il linguaggio» dice, non rimproverandomi, ma ridacchiando.
Faccio spallucce, mi avvicino a lei e prendo lo zaino.
Le dò un bacio. «Ti voglio bene!» grido scappando via.