I.Lentamente, in mezzo a rumori insopportabili, in primo luogo dalla strada, e in secondo dal vasto e voluminosamente rimbombante parco giochi, le voci dalle profondità del telefono cominciarono, per Valentine, ad assumere l’aspetto che, anni prima, erano solite avere: di essere parte di un equipaggiamento soprannaturale per un Destino imperscrutabile.
Il telefono, per qualche motivo ingegnosamente crudele, si trovava in un angolo della grande aula senza alcuna protezione, e, chiamata imperiosamente, in un momento piuttosto delicato, via dall’area giochi asfaltata dove sotto il suo comando file di ragazze elettrizzate erano a malapena controllabili, Valentine con il ricevitore all’orecchio venne immediatamente precipitata verso notizie incomprensibili proferite da una voce che le sembrava familiare a metà. Proprio nel mezzo di una frase capì: «…che lui dovrebbe essere presumibilmente sotto controllo, cosa che a voi potrebbe non piacere!»; dopodiché ci fu di nuovo un brusio e la voce divenne incomprensibile.
Le venne di pensare che probabilmente in quell’istante l’intera popolazione mondiale aveva bisogno di essere sotto controllo; lei sicuramente sì. Ma lei non aveva nessun parente maschio a cui si potesse applicare in modo particolare quel verdetto. Suo fratello? Ma era su un dragamine. Ormeggiato, in quel momento. E adesso… salvo per sempre! C’era anche un anziano prozio che non aveva mai visto. Preside da qualche parte… Heresford? Exeter?… Da qualche parte… Aveva detto “salvo”? Tremava per la felicità!
Disse nella cornetta: «Parla Valentine Wannop… insegnante di educazione fisica in questa scuola, sapete».
Doveva mostrare un’apparenza di sanità… una voce sana, almeno!
La voce tentatrice e per metà familiare cominciò a blaterare altre cose incomprensibili. Sembrava provenire da una caverna, ed era come se l’esasperata rapidità la portasse a esagerare le “s” con l’effetto di uno sputo veemente.
«Sssssuo fratello ha la polmonite, e la sssua sssignora non può occuparsssene…»
La voce sparì; poi riemerse con un: «Dicono di essere amici adesso!»
Annegò poi, a lungo, in un mare di grida stridule dalle ragazze nel parco, in un oceano di ululati dagli allarmi delle fabbriche, in mezzo a innumerevoli esplosioni con cui si calpestavano a vicenda le caviglie. Dove diavolo avevano trovato degli esplosivi, quella gente delle squallide strade suburbane in cui si trovava la scuola? E già che c’erano, dove trovavano lo spirito per fare una tale confusione? Gente così scialba! Abitavano in scatole color fegato. Nessuna faccia degna della razza imperiale.
La voce sibilante al telefono continuava a sputazzare dispettosamente che il custode diceva che lui non aveva mobili; che non sembrava riconoscere il custode… Frammenti di informazioni inverosimili mezzo attutiti dai rumori esterni ma pronunciati da una voce che sembrava voler provocare dolore con quel che diceva.
Nondimeno era impossibile non reagire con gioia. Quella cosa, lontano miglia e miglia, doveva essere stata firmata – pochi minuti prima. Lei immaginò lungo un immenso fronte i cannoni accigliati e seccati che sparavano per l’ultima volta.
«Non ho la minima idea», urlò Valentine Wannop nella cornetta, «di cosa volete e chi siete».
Di rimando ricevette un titolo… Lady vattelappesca… Poteva essere Blastus. Immaginò che una delle signore del comitato della scuola volesse ordinare che le atlete della scuola organizzassero qualcosa per festeggiare quel fausto giorno. Una di quelle Lady volevano sempre che la Scuola facesse qualcosa per celebrare qualcos’altro. Senza dubbio la Direttrice, che non mancava di senso dell’umorismo – non mancava assolutamente! – aveva indirizzato quella signora titolata a Valentine Wannop dopo averla ascoltata con pazienza per mezz’ora. La Direttrice aveva certamente mandato qualcuno nel parco, dove erano tutte affannate, a dire a Valentine Wannop che c’era qualcuno al telefono che lei – la signorina Wanostrocht, la suddetta Direttrice – pensava che lei, la signorina Wannop, dovesse ascoltare… D’altro canto la signorina Wanostrocht doveva essere stata in grado di comprendere cosa aveva detto la signora titolata, ora incomprensibile. Ma ovviamente era successo dieci minuti prima… Prima che le granate o le sirene, qualsiasi cosa fossero, avessero cominciato a suonare… “Il custode dice che lui non ha mobili… Lui non sembra riconoscere il custode… Dovrebbe essere messo sotto controllo!”… La mente di Valentine ricapitolò così le informazioni che aveva ricevuto da Lady (provvisoriamente) Blastus. Adesso immaginava che la signora doveva essere preoccupata per il sergente istruttore ormai in pensione che la scuola aveva assunto prima di lei, Valentine, come insegnante di educazione fisica. Lei immaginava il venerabile, brontolone gentiluomo, con decine di decorazioni sulla sua livrea nera da custode. In un ospizio, probabilmente. Messo lì dai commissari della scuola. Aveva impegnato i suoi mobili, senza dubbio…
Un calore intenso si impossessò di Valentine Wannop. Immaginò un bagliore nei propri occhi. Era questo il momento?
Non sapeva neanche se quello che avevano sparato fossero granate, proiettili aerei o bengala. Era successo – il rumore, qualsiasi cosa fosse – mentre lei attraversava il sottopassaggio dal parco all’aula per rispondere a quel dannato telefono. Perciò non aveva sentito il suono. Aveva perso il suono che le orecchie di tutto il mondo avevano atteso per anni, per una generazione. Per un’eternità. Nessun suono. Quando aveva lasciato il giardino c’era solo silenzio assoluto. Tutti in attesa: le ragazze che si strofinavano una caviglia con la suola di gomma dell’altra scarpa…
Poi… Per il resto della sua vita non fu mai in grado di ricordare la più grande fitta di gioia che sia mai stata conosciuta da milioni di persone in attesa. Lei sarebbe stata l’unica tra tutti a non poterlo ricordare… Forse un moto nel cuore che assomigliava a una fitta; forse un trattenere il respiro che era come inalare una fiamma!… Adesso era finita; da quel momento si trovavano in una situazione; una condizione, qualcosa che avrebbe influenzato certe cose in un certo modo…
Ricordò che l’ex sergente istruttore putativo aveva un fratello che aveva avuto la polmonite, e perciò la signora indisponibile…
Stava per dire a se stessa: “La mia solita fortuna!”, quando si ricordò ottimisticamente che la sua fortuna non era affatto così. In generale la sua fortuna era stata buona – tra alti e bassi. Una buona dose di preoccupazione a un certo punto – ma chi non l’aveva avuta! Ma era in buona salute; sua madre era in buona salute; suo fratello al sicuro… Preoccupazioni, sì! Ma niente che fosse andato davvero male…
Questo perciò era un eccezionale colpo di sfortuna! Che non fosse un presagio – per dire che le cose in futuro sarebbero andate per il verso sbagliato: per dire che avrebbe perso altre esperienze universali. Non sposarsi, per dire; o non conoscere mai la gioia di partorire: se era una gioia! Forse lo era, forse no. Chi dice una cosa, chi l’altra. In ogni caso sperava non fosse un presagio per cui avrebbe perso qualche esperienza universale e imprescindibile! Non vedere mai Carcassonne, dicevano i francesi… Forse non avrebbe mai visto il Mediterraneo. Non puoi dirti un uomo se non hai mai visto il Mediterraneo: il mare di Tibullo, degli Antologisti, di Saffo, anche… Azzurro, incredibilmente azzurro!
Adesso la gente avrebbe ripreso a viaggiare. Era incredibile! Incredibile! Incredibile! Ma possibile. La settimana dopo si sarebbe potuto fare! Si sarebbe potuto chiamare un taxi! E andare a Charing Cross! E chiamare un facchino! Un facchino tutto per sé… Le ali, le ali di una colomba: poi volerei via, volerei via e mangerei melograni in un’infinita vasca colorata di azzurro. Incredibile, ma possibile!
Si sentiva di nuovo come avesse diciott’anni. Impertinente! Disse, usando la parte buona, metallica e Cockney dei suoi polmoni, che usava per urlare sopra a chi interrompeva le riunioni delle Suffragette prima… prima di questo… urlò sfacciatamente al telefono: «Ehi, chiunque voi siate! Immagino che ce l’abbiano fatta; l’hanno annunciato dalle vostre parti con i mortaretti o con le sirene?» Lo ripeté tre volte, non le importava di Lady Blastus o Lady Vattelappesca. Se ne sarebbe andata da quella scuola e avrebbe mangiato melograni all’ombra delle montagna dove Penelope, la moglie di Ulisse, faceva il bucato. Con un mucchio di azzurro nell’acqua! Chissà se la biancheria diventa blu da quelle parti per via del colore del mare? Poteva farlo! Poteva! Poteva! Andare con sua madre e suo fratello e tutti quanti dove si poteva mangiare… oh, patate novelle! A dicembre, con il mare blu… Che canzone cantavano le Sirene e quando…
Non avrebbe mai più mostrato rispetto per nessuna Lady Qualcosa. Lo aveva fatto fino a quel momento, per quanto fosse una giovane donna indipendente e di buona famiglia, in modo da non danneggiare la Scuola e la signorina Wanostrocht davanti al Consiglio. Ma adesso… Non avrebbe mai più portato rispetto per nessuno. Ne aveva passate di tutti i colori: il mondo intero ne aveva passate di tutti i colori! Mai più rispetto!
Come si sarebbe dovuta aspettare, ricevette il colpo al collo subito dopo – per la troppa impertinenza!
La voce aspra e sibilante al telefono pronunciò quell’unico indirizzo che lei non voleva sentire: «Lincolnsss…s.Inn»
Sibilava!… Come un Diavolo!
Le fece male.
La voce crudele disse: «Chiamo da lì!»
Valentine disse coraggiosamente: «Bene; è un grande giorno. Immagino che i festeggiamenti siano rumorosi come qui. Non sento cosa volete. Non mi interessa. Lasciateli festeggiare!»
Si sentiva così. Non avrebbe dovuto.
La voce disse: «Ricordate Carlyle…»
Era esattamente quello che non voleva sentire. Con il ricevitore premuto all’orecchio si guardò intorno nella grande aula – la Sala Grande, fatta per far stare sedute migliaia di ragazze in silenzio mentre la Direttrice teneva i discorsi che erano la firma della Scuola. Opprimente!… Quel posto era come una cappella protestante. Alta, dalle mura spoglie con le finestre gotiche che correvano fino a un tetto di pino laccato di nero. La repressione, la chiave di quel posto, il posto, l’ultimo posto in cui trovarsi in quel giorno… Bisognava andare per le strade, a colpire i poliziotti sull’elmetto con le borsette. Questa era la Londra Cockney: era così che i londinesi Cockney si esprimevano. Colpire i poliziotti in modo innocuo perché i poliziotti erano rigidi, imbarazzati di fronte a quelle manifestazioni d’affetto, cullati dalla folla festante sopra le cui teste sembravano distanti, come pioppi aggrediti da volgari erbacce!
Ma lei era lì, e le veniva ricordato della dispepsia di Thomas Carlyle!
«Oh!», esclamò nella cornetta. «Siete Edith Ethel!» Edith Ethel Duchemin, ora ovviamente Lady Macmaster! Ma non era facile pensare a lei come una Lady.
L’ultima persona al mondo: proprio l’ultima! Perché da molto tempo si era convinta che le cose fossero chiuse tra lei ed Edith Ethel. Di certo lei non poteva fare nessuna richiesta a quel nobilitato personaggio che disapprovava vendicativamente tutte le cose fatte – con un parere scuro in tinta ancora più scura, per così dire. Tutte le cose che non erano immediatamente utili per Edith Ethel!
E, elegantemente drappeggiata e snella, aveva una collezione di citazioni appropriate per ogni occasione. Rossetti per l’Amore; Browning per l’ottimismo – non troppo frequente: Walter Savage Landor per mostrare conoscenza per la prosa più esoterica. E l’infallibile citazione da Carlyle per mettere fine ai saturnali: per Capodanno, i Te Deum, le Vittorie, gli anniversari, le celebrazioni… Stava arrivando dal filo del telefono, ora, quella citazione: «…e poi mi sono ricordata che era il compleanno del loro Redentore!»
Come la conosceva bene Valentine: quante volte con arrogante disprezzo Edith Ethel l’aveva intonata. Un passaggio dal diario del Savio di Chelsea che viveva vicino le Barracks.
“Oggi”, diceva la citazione, “ho visto che i soldati nel pub all’angolo erano ubriachi più del solito. E poi mi sono ricordato che era il compleanno del loro Redentore!”
Che superiorità da parte del Savio di Chelsea non ricordare fino a quel momento che era Natale! Anche Edith Ethel stava cercando di dimostrare la propria superiorità. Voleva dimostrare che finché lei, Valentine Wannop, non aveva ricordato a lei, Lady Macmaster, che quel giorno portava con sé una grande festa popolare lei, Lady Mac, ne era stata inconsapevole. Del tutto inconsapevole, davvero. Viveva in intenta reclusione con Sir Vincent – il critico, sapete: i loro occhi concentrati sulle cose superiori, ignoravano i mortaretti e avevano una collezione davvero notevole, ormai, di prime edizioni, amici titolati e ricevimenti in casa a loro credito.