II.Dieci minuti dopo, stava ponendo alla signorina Wanostrocht, fermamente anche se senza astio, la domanda: «Sentite, Direttrice, cosa vi ha detto quella donna? Non mi piace; non l’approvo e non ho intenzione di starla a sentire. Ma voglio sapere!»
La signorina Wanostrocht, che stava prendendo il suo piccolo cappotto di stoffa nero dal gancio dietro la porta di pino nero lucidissimo della sua stanza privata, arrossì, riappese di nuovo l’indumento e si allontanò dalla porta. Rimase in piedi, magra, leggermente rigida, con le guance leggermente arrossate, sbiadita e un po’ come se si volesse tenere a distanza.
«Dovete ricordare», esordì, «che io sono una maestra». Si schiacciò, con un gesto che faceva sempre, la treccia notevolmente dorata dei suoi capelli bigi con il palmo della piccola mano sinistra. Nessuna delle gentildonne di quella scuola aveva avuto abbastanza da mangiare – ormai da anni. «È», proseguì, «l’istinto di accettare ogni mezzo di conoscenza. Mi piacete molto, Valentine – se in privato mi permettete di chiamarvi così. E mi è sembrato che voi foste in…»
«In cosa?» chiese Valentine. «In pericolo?… In un guaio?»
«Capite», rispose la signorina Wanostrocht, «che… quella persona sembrava ansiosa di comunicarmi fatti riguardanti la vostra vita in modo da darvi – questa era il motivo apparente della telefonata – delle notizie. Riguardo un… un’altra persona. Con cui avete avuto… rapporti. E che è tornata».
«Ah», Valentine si sentì esclamare. «È tornato, è così? Fin qui ci ero arrivata». Era felice di riuscire a tenersi sotto controllo fino a quel punto.
***
Forse non aveva di che preoccuparsi. Non poteva dire di sentirsi cambiata rispetto a come si era sentita… appena dieci minuti prima, dal ritorno in scena di un uomo che aveva sperato di essersi tolta dalla testa. Un uomo che l’aveva “insultata”! In un modo o nell’altro la aveva insultata!
Ma probabilmente tutte le circostanze erano cambiate. Prima che Edith Ethel proferisse quella frase impossibile in quell’affare tutte le sue prospettive non consistevano in altro che in un picnic di famiglia, sotto alberi di fico, davanti a un mare insolitamente azzurro – e quella prospettiva le era sembrata vicina, vicina come baciarsi un dito! Sua madre in nero e viola; la segretaria di sua madre in nero senza fronzoli. Suo fratello? Oh, una figura romantica, snello, muscoloso, in flanella bianca, con un cappello Leghorn e – bè, perché non essere romantici sul proprio fratello – con una grande fusciacca rossa. Un piede sulla battigia e uno… su un piccolo gozzo che ondeggiava leggermente seguendo la marea. Bel ragazzo; bel fratellino. Da poco al lavoro nel settore nautico, perciò capace di maneggiare un piccolo gozzo. Sarebbero partiti domani… e perché non quello stesso pomeriggio alle 4.20?
“Avevano le barche, avevano gli uomini,
avevano anche i soldi!”
Grazie al cielo avevano i soldi!
Le navi, da Charing Cross a Vallombrosa, senza dubbio ci avrebbero messo due settimane. Gli uomini – i fattorini – sarebbero anche loro stati liberi. Non puoi viaggiare comoda con madre, segretaria e fratello al seguito – con tutto il tuo mondo e relativi bagagli – senza molti fattorini… Altro che burro razionato! Cos’era in confronto a cercare di andare avanti senza fattorini?
Una volta iniziata, la sua mente andò avanti a cantare quella canzonetta ottocentesca, o settecentesca, marziale, inglese, anti-russa che uno dei suoi piccoli amici aveva riesumato di recente – per dimostrare la storica ferocia dei suoi compatrioti:
Abbiamo combattuto l’Orso prima d’ora,
e lo faremo ancora!
I russi non avranno Costantino…
All’improvviso esclamò: «Oh!»
Stava per dire: “Oh, diamine!” ma il rapido ricordo che la guerra era finita da un quarto d’ora la fece fermare a “Oh!” Bisogna lasciar perdere la fraseologia bellica! Si diventa di nuovo Giovani Signore. Anche la Pace ha il proprio Atto di Difesa del Reame. Ciò nondimeno, stava pensando all’uomo che una volta l’aveva insultata come all’Orso, che avrebbe dovuto combattere di nuovo! Ma con calda generosità disse: «È una vergogna chiamarlo l’Orso!» Ciononostante era – quell’uomo che si diceva fosse “tornato” –, con i suoi problemi e tutto il resto, qualcosa di divorante… Soverchiante, con le sue spalle rotonde e grigie che con i loro intollerabili problemi spingeva te e i tuoi problemi fuori strada…
***
Aveva pensato a tutto questo mentre era ancora nell’Aula Magna, prima di andare a vedere la Direttrice: immediatamente dopo che Edith Ethel, Lady Macmaster, aveva pronunciato quella frase intollerabile.
Era andata avanti a pensare per molto tempo… Dieci minuti!
Formulò fra sé e sé la prima parte di una frase di odiose preoccupazioni su un tempo che lei si pregiava di aver praticamente dimenticato.
Anni prima, Edith Ethel, di punto in bianco, l’aveva accusata di aver avuto un figlio da quell’uomo. Ma lei pensava a malapena a lui come a un uomo. Pensava a lui come una pesante massa grigia e intellettuale che ora, presumibilmente, stava fantasticando, ovviamente impazzito, visto che non aveva riconosciuto il custode, dietro le imposte chiuse di una casa vuota di Lincoln’s Inn…
Niente di meno, sicuramente! Non era mai stata in quella casa, ma se lo immaginava, con fasci di luce che trapelavano dalle imposte, che ti guardava da sopra le spalle mentre eri sulla soglia, grigio, simile a un orso… Pronto ad avvilupparti in soffocanti seccature!
Si chiese quanto tempo fosse passato da quando l’egregia Edith Ethel aveva fatto quell’affermazione… con, naturalmente, enorme indignazione a difesa della Moglie dell’uomo, moglie con cui, allo stesso modo naturalmente, Edith Ethel si era “alleata”. (Adesso stava provando a “farvi rimettere insieme”… La Moglie, presumibilmente, non era andata ai tè di Edith Ethel abbastanza spesso, o si faceva notare troppo quando era lì. Probabilmente quest’ultima cosa!)… Quanti anni prima? Due? Non così tanti! Diciotto mesi, allora! Sicuramente di più!… sicuramente, sicuramente di più!… Quando pensavi al Tempo in quei giorni la mente vacillava impotente come occhi stanchi per aver letto caratteri troppo piccoli…
Lui era partito sicuramente l’autunno del… No, era stata la prima volta che era partito, che era partito in autunno. Era l’amico di suo fratello, Ted, che era partito nel ’16. O l’altro… Malachi. Tante andate e ritorni: e andate forse senza ritorni. O solo in parte: senza il naso… o gli occhi. O – oh, diamine, Oh diamine! E strinse i pugni, le unghie ficcate nei palmi – senza più il cervello!
C’era da pensare che fosse quello, da quel che aveva detto Edith Ethel. Non aveva riconosciuto il fattorino: si diceva che non avesse mobilio. Poi… lei ricordò…
In quel momento si trovava – dieci minuti prima di interrogare la signorina Wanostrocht; dieci secondi dopo essere stata respinta dalle labbra del telefono – seduta su una panca di pino nero lucido che aveva delle staffe di ferro contro l’intonaco della parete, protestantemente dipinto a tempera in grigio torpedine; e aveva pensato a tutto questo in dieci secondi… Ma era proprio così che era successo!
L’istante che Edith Ethel aveva finito di dire le parole: «La somma sarebbe assolutamente devastante…» Valentine aveva capito che stava parlando di un debito contratto da quel miserabile di suo marito con l’unico essere umano a cui lei, Valentine, poteva sopportare di pensare. E naturalmente in quello stesso momento aveva realizzato che Edith Ethel le stava dando notizie di lui. Aveva nuovi problemi: malconcio, a pezzi, rovinato… qualsiasi cosa brutta al mondo… E solo… e in cerca di lei!
Non poteva permettersi – non poteva sopportare! – neppure di richiamare il suo nome o altro alla mente, in cui, ciononostante, si facevano continuamente strada il suo viso biondo-grigiastro, i suoi piedi goffi, squadrati e affidabili; la sua mole tondeggiante; la sua espressione volutamente legnosa; la sua onniscienza perfettamente insopportabile ma autentica… La sua mascolinità… La sua, la sua atrocità!
Adesso, tramite Edith Ethel – si penserebbe che persino lui avrebbe trovato qualcuno più appropriato – la stava di nuovo chiamando a sé perché entrasse nella soffocante rete dei propri guai. Neppure Edith Ethel avrebbe osato parlarle di nuovo di lui senza che lui avesse fatto il primo passo…
Era impensabile; era intollerabile; era stato come se lei fosse stata sollevata da terra e depositata su quella panca contro il muro grazie al semplice suono di quell’offerta… Qual era l’offerta?
“Pensi che potresti, se io fossi il mezzo per farvi tornare insieme…” Lei potrebbe… cosa?
Intercedere con quell’uomo, la massa grigia, perché non portasse avanti quella richiesta pecuniaria contro Sir Vincent Macmaster. Senza dubbio lei e… la massa grigia!… sarebbero stati allora accolti nel salotto di Macmaster per… per discutere l’etica del momento! Proprio così!
Era ancora senza fiato; il telefono continuava a schiamazzare. Desiderava che la smettesse ma si sentiva troppo debole per alzarsi e riappendere il ricevitore al gancio. Desiderava che la smettesse; aveva la sensazione che una ciocca dei capelli di Edith Ethel, per dire, stesse disgustosamente penetrando nel convento grigio-torpedine. Qualcosa del genere!
La massa grigia non avrebbe portato avanti la sua richiesta pecuniaria… Quella gente lo aveva spolpato senza pietà per anni e anni senza nemmeno capire che tipo di oggetto stavano spolpando. Li rendeva ancora più patetici. Perché era patetico chiedere il permesso di diventare dei ruffiani in modo da evadere debiti che non sarebbero mai stati reclamati…
Ora, nelle stanze vuote di Lincoln’s Inn – perché a quello probabilmente si doveva giungere! – quell’uomo era una palla grigia di nebbia; un orso grigio che si aggirava tenebrosamente per una stanza vuota con le imposte chiuse. Un problema grigio! Che chiamava lei!
Una dannata – Pardon, intendeva sicuramente una grande – quantità di cose! – a cui pensare in dieci secondi! Undici, ormai, probabilmente. Più tardi si rese conto che era a quello che pensava. In dieci minuti, dopo che grandi mani impassibili ti hanno trascinato via dal telefono e depositato su una panca bloccata a un muro di una peculiare sfumatura di intonaco sbreccato grigio torpedine, il tipo di cose per cui rallegrarsi nella Grande Scuola Pubblica (Femminile)… in dieci minuti scopri che hai pensato più che in due anni. O non era poi così tanto.
Forse non era sorprendente. Se non avessi pensato, diciamo, alla pittura lavabile per due anni e poi ci pensassi per dieci minuti potresti pensarci dannatamente tanto in quei dieci minuti. Probabilmente tutto ciò che c’era da pensare. Eppure, ovviamente, la pittura lavabile non era come quel povero… sempre con te. Almeno era sempre in quei conventi, ma non spiritualmente. D’altro canto tu eri sempre con te stessa!
Ma forse non eri sempre con te stessa spiritualmente; andavi avanti a spiegare come si respira senza pensare a come la vita che conducevi stava influenzando la tua… Cosa? Anima immortale? Aura? Personalità?… Qualcosa!
Bè, per due anni… oh, chiamiamoli due anni, per l’amor del Cielo, e finiamola lì!… doveva essere stata in… bè, chiamiamolo uno “stato di animazione sospesa!” e finiamo lì anche questo! Un po’ come quella cosa che chiamano inibizione. Si stava inibendo – proibendo – a pensare a se stessa. Bè, e non aveva ragione? A cosa doveva pensare una d…a filo-tedesca in un paese assediato, impegnato e strepitante: specialmente visto che non le piacevano i suoi colleghi filo! Una condizione solitaria, che sarebbe stata dissolta solo… dai mortaretti! In sospensione!
Ma… Sii coscienziosa con te stessa, figliola! Quando quel telefono ti è esploso davanti hai capito che per due anni hai evitato di chiederti se fossi o no stata insultata! Evitato di chiederti quello. E nient’altro! Nient’altro di importante.
La sua condizione, di certo, non era stata di sospensione, ma di suspense. Perché, se lui avesse fatto un cenno – “Ho saputo”, aveva detto Edith Ethel, “che non siete stati in corrispondenza”… o aveva detto “in comunicazione”? Bè, non avevano fatto nessuna delle due cose…
In ogni caso, se quel Problema grigio, quella palla ingarbugliata di un gomitolo grigio, avesse fatto un cenno lei avrebbe capito di non essere stata insultata. C’era un senso in tutto quello?