6. Giovedì 3 maggio. Sole bianco, tagliente. Con me a Piazza Nicosia ci sono Ciarravano, Cipriani, Bussa, Zamuto, il vicequestore Tamarella, quello cagacazzi, il questore De Francesco, il capo della Digos Spinella e tanti ufficialoni dei carabinieri con il falò sul berretto e gli alamari pieni di fronde sbrilluccicanti da generali austroungarici. Decine di agenti e militi, pantere e gazzelle con le muffole accese, radio che gracchiano, ambulanze, elicotteri che scandagliano la città a volo radente. Un uomo con i pantaloni di flanella grigi e una giacca di velluto a coste beige giace bocconi in una pozza di sangue accanto a una 127 scura. Uno dei nostri. Il brigadiere Antonio Mea. Trentaquattro anni e tre figli, dicono i commilitoni sconvolti. Freddato a raffiche di mitra. Il suo collega,

