Prima giornata: giovedi-2

2006 Parole
“Sorridi!” Irma sorrise, aprí le braccia, sollevò una mano con la palma all’infuori, nel gesto schifiltoso del “non toccarmi, ma toccami!”... ed entrò nel salone. La direttrice sospirò, crollando il capo, e fece per tornare nella stanza delle indossatrici. Ma in fondo al corridoio la porta dell’ascensore si aprí e Marta vide la piú inaspettata apparizione. Capelli platinati in disordine, volto livido e lucente, vasta e drappeggiata vestaglia nera stretta da un cordone d’oro alla cintola. Madama Firmino! Che cosa diavolo veniva a fare la direttrice artistica nei saloni pieni di pubblico e in quel costume? Un’altra delle sue stranezze, evidentemente; ma troppo pericolosa questa volta perché lei non dovesse impedirle di commetterla. Le si precipitò incontro. “Madama!... Madama Firm...” S’interruppe. L’espressione del volto e degli occhi della donna era di quelle che spengono le parole sulle labbra. E, del resto, madama Firmino parlò subito. “Marta, è avvenuto qualcosa di molto grave... Chi c’è di là?” e indicò la porta dell’amministrazione. “Mister Prospero... la signorina Evelina... le ragazze...” “Venite con me!” L’afferrò per un braccio e la trascinò dentro gli uffici. Traversarono la prima stanza, che era divisa a metà da una traversa di legno lucido sulla quale si aprivano gli sportelli della Cassa e dei Fornitori. Una matrona vestita di nero – centoventi chili di carne fresca insaccata nella seta e nel raso fino a tenderli, compressa in un busto di stecche di balena – alzò stupita il rotondo faccione da un enorme registro e coi suoi occhietti che foravano la grascia le guardò passare. Entrarono in direzione. La sala era vasta, ammobiliata con lusso. Una grande scrivania di palissandro, tersa come specchio, fra i tendaggi pesanti delle due finestre. Un’altra scrivania assai piú piccola nell’angolo di fondo. Molte poltrone, tante poltrone e accanto ad ognuna di esse un microscopico tavolo con un portacenere d’argento e un vaso di cristallo contenente una rosa gialla. Dalla scrivania d’angolo sorse di scatto, come il diavoletto dalla scatola, un fragile signore tutto nero, tranne nel cranio, che era d’avorio levigato. La prima impressione che si riceveva nel guardarlo era che si trattasse d’un soprammobile di porcellana. Uno di quegli ometti di Capodimonte o di Copenaghen cosí lustri, lisci e verniciati, che anche i colori scuri che hanno addosso appaiono stranamente sfolgoranti... “Signorine!... Oh! signorine!... M’avete fatto paura!... Se cercate la signora Cristiana non c’è...” Si avvide della vestaglia nera e trasalí. Abbassò lo sguardo e gli si presentarono i piedi nudi nei sandali di corda. La piú viva e fiera disapprovazione gli si dipinse sul volto. “Madama Firmino... Ma è inconcepibile che voi osiate...” “Tacete, ‘Oremus’!...” gridò Dolores. “Abbiamo ben altro da fare che ascoltare le vostre geremiadi!” Ebbe di colpo la sensazione di aver ritrovato tutta la sua energia. Quel comico ometto aveva il dono di esilararla e irritarla appena lo vedeva; ma questa volta aveva operato da eccitante sui suoi nervi, fino al punto da farle uscir di bocca il soprannome burlesco con cui il segretario di Cristiana veniva chiamato dalle operaie e dalle indossatrici. “Oremus” si fece scarlatto, le vene della fronte gli si gonfiarono. Per fortuna di madama Firmino gli occhiali gli caddero dal naso e il diversivo di doverli riafferrare, annaspando sul tavolo, evitò che la sua collera esplodesse contro l’imprudente. “Damn!” Marta guardò il segretario, poi madama Firmino. “Ma che cosa è accaduto, insomma?” Dolores si era appoggiata alla scrivania di palissandro. “Che cosa è accaduto?... Ah! semplicemente questo...” Teneva gli occhiali di celluloide con due dita per una stanga e li faceva roteare. “Semplicemente questo! Sul letto della signora Cristiana c’è un cadavere... e la signora giace in terra svenuta...” Prospero mandò una specie di ruggito e uscí di dietro alla scrivania, avanzando verso la donna. “Siete pazza.” In quanto a Marta si contentò di scuotere dolcemente il capo. Che madama Firmino fosse pazza lei ne era convinta da molto tempo. “Ripetete!...” gridò il segretario. “Ripetete un poco questa storia!” “Rendetevi conto, madama Firmino, che oggi è giorno di ‘collezione’... e che non sempre gli scherzi sono opportuni...” sospirò Marta. “Dovreste sapere che io ho troppo da fare, per perdere il tempo con le vostre stramberie...” Dolores sedette sull’angolo della scrivania di palissandro e nel movimento la vestaglia le si aprí ed ella mostrò le gambe nude, cosí abbronzate da sembrare d’ottone. Marta vide quelle gambe e le vide anche il signor Prospero, il quale batté rapidamente le ciglia. “Tornate ai vostri bagni di sole, madama Firmino... e non disturbate chi lavora...” “Credete che non lo vorrei, Marta? Credete che sia proprio indicato per me interrompere bruscamente la cura?... Il cadavere c’è, non lo invento io... e in quanto alla signora O’Brian ritengo proprio che sarebbe ora di andarla a soccorrere... Io ero sola lassú e non vi nascondo che la vista del cadavere mi aveva troppo sconvolta perché potessi farlo... E del resto non valgo nulla, io, come infermiera e non avrei saputo da che parte cominciare per farla rinvenire...” “Un cadavere? Ma di chi, benedetto Iddio? Qui ci siamo tutti e siamo tutti vivi.” Prospero cessò di battere le ciglia. “Ci siamo tutti? Le persone che appartengono alla Casa O’Brian sono molte! Andate lassú e vi convincerete che una di esse è stata uccisa...” Il volto di Marta si colorí. “Uccisa, dite?... Ma allora è proprio vero?” Madama Firmino si frugò addosso alla ricerca di tasche che la sua vestaglia non aveva, poi guardò sulla scrivania. Vide una scatola di legno di sandalo e la raggiunse con una mano. Ne trasse una sigaretta. “Datemi un fiammifero, mister O’Lary... Sono sicura che, se non fumo, svengo anch’io... No, non è affatto piacevole contemplare il cadavere d’uno strangolato...” “Oremus” trasse un accendisigari dalle profonde falde della sua redingote attillatissima. Mentre teneva la fiamma davanti al volto della ragazza, la osservava con attenzione. “Come fate a sapere che è stato strangolato?...” chiese con sospetto. Dolores trasse avidamente qualche boccata di fumo. “Ha due macchie sul collo... due cattive macchie visibilissime...” Marta si diresse al telefono che si trovava sopra una piccola scansia di fianco alla poltrona di Cristiana. “Che cosa fate, signorina?...” gracchiò la vocetta di mister Prospero. “Telefono al dottore... Che altro volete che faccia?” “E non vi rendete conto che, se veramente si tratta di un cadavere, bisognerà prima di tutto telefonare alla polizia?” Marta si arrestò di colpo. “La polizia?... Coi saloni pieni di signore!...” La catastrofe si era abbattuta su di lei. “Ma sarebbe la rovina...” “Ho ragione di credere che essa sarebbe alquanto maggiore, se non ci rivolgessimo subito alla Questura... nel caso che veramente il cadavere ci sia... E per accertarcene, vi prego di seguirmi lassú... Potremo dare i primi soccorsi alla signora Cristiana, mentre attenderemo l’arrivo delle autorità.” E fieramente “Oremus” si diresse alla porta, seguito da Marta, che gemeva. In quanto a madama Firmino, si fece scivolare dolcemente dalla scrivania per andare a cadere in una poltrona. “Avrei assoluto bisogno di togliermi l’olio dalla faccia...” mormorò a se stessa e riprese a fumare. 4.Cristiana rinvenne da sola. La coscienza le tornò assieme a un sordo dolore al fianco sinistro, proprio sull’anca. Era certamente caduta su quel fianco e il tappeto, per quanto alto e soffice, non aveva attutito il colpo. Le sembrò di arrivare da lontano... Una nebbia fitta nel cervello, senza sprazzi di luce. Si avvide di essere distesa in terra quando provò a sollevarsi sul gomito per liberarsi dal dolore. E a tutta prima quella constatazione non le procurò che sorpresa. La memoria le tornò improvvisa, folgorante, con la vista del letto e dell’uomo morto che vi giaceva. Allora, balzò in piedi. Ricordò chiaramente e minutamente tutti gli avvenimenti – cosí inaspettati, cosí sconvolgenti fino alla scoperta sul suo letto di quel cadavere che per lei era addirittura terrorizzante – e, per uno strano fenomeno, quasi che con lo svenimento ella avesse raggiunto il fondo dell’abbandono fisico e morale e che adesso risalisse alla superficie di se stessa, ritrovò con gli spiriti la freddezza e l’energia abituali. Si sentí circondata da pericoli e da insidie e una tale coscienza risvegliò le sue capacità di difesa e di lotta. Nel salone aveva veduto Anna Sage... Quella vista l’aveva dapprima atterrita, poi indotta a fuggire dalla sala, a rifugiarsi nella sua stanza. Proposito infantile, quella fuga, dacché con ogni evidenza Anna era venuta unicamente per farsi vedere da lei e per vedere. E nella sua stanza, sul suo letto, aveva trovato il cadavere di Valerio... Valerio non era nulla per lei... Soltanto un servo fedele... che lei aveva incontrato a Napoli, al suo sbarco dall’America, e che aveva condotto con sé a Milano, quando era appena un ragazzo... Adesso, il ragazzo aveva vent’anni... Ma era rimasto per lei l’automa sicuro, lo schiavo di cui si serviva per tutto quanto le occorreva di segreto... I suoi segreti... Di nuovo, come le era accaduto prima di vedere il cadavere e di svenire, le labbra le si strinsero in una smorfia di disgusto... un sapore amaro le salí alla bocca... I suoi segreti... Occorreva pur vivere, no? E a lei avevano avvelenato la vita proprio quand’essa cominciava... Guardò il morto. Schiavo fedele? Un sorriso tragicamente crudele le increspò le labbra. Perché, in qual modo lo avevano portato sul suo letto? Rivide il volto di Anna Sage... e accanto a quello un altro volto... ma come dietro un’evanescente nube di nebbia... coi lineamenti confusi, sfocati... Un volto di uomo, questo... di un uomo, che lei aveva amato e che, pur avendole avvelenata la vita alle radici, sicuramente dal canto suo l’amava ancora... Era tornato per riafferrarla, per tenerla, per non lasciarla piú fino alla morte? Ebbe un brivido. La morte era già entrata nella sua casa, le stava accanto. Perché sul suo letto? Pensò che tra poco anche la polizia si sarebbe fatta l’identica domanda... Il giudice... l’inchiesta... E lei era fuggita dall’America perché non voleva trovarsi alle prese con la polizia!... Sí, tra poco qualcun altro si sarebbe chiesto: perché il cadavere si trova su quel letto? E avrebbe interrogato, frugato, cercato... soprattutto cercato... Occorreva far presto... Andò all’armadio, lo aprí. Era un armadio a muro, assai profondo. Si volse a guardare la porta rimasta aperta... Se fosse entrato qualcuno... Ebbene, bisognava arrischiare; inutile perder tempo col chiudere quella porta... E poi c’era un cadavere nella sua camera, non poteva chiudersi dentro con quel cadavere... Scostò i vestiti appesi, entrò lei stessa nell’armadio e alzò le braccia, tese le mani e le ritrasse con una scatola di lacca rossa, una preziosa scatola fatta a bauletto, che si trovava sopra una tavola sporgente un palmo dal muro. Certo il nascondiglio era buono, normalmente; ma lei sapeva per esperienza che la polizia cerca sempre dentro gli armadi... A Cleveland avevano fatto proprio questo, senza trovar nulla del resto, ché Russel era troppo furbo per nascondere in casa titoli o denaro... Rimise a posto gli abiti, chiuse l’armadio. Con la scatola tra le mani, contro il petto – il rosso della lacca era di un tono piú cupo e brillante di quello della seta dell’abito – Cristiana si diresse risolutamente verso l’altra parete della stanza e si chinò sul caminetto. Trasse a sé la piccola stufa elettrica, che stava fra gli alari, circondata di legna per dar l’illusione del fuoco vivo e che era spenta, poiché nella stanza, come in tutta la casa, funzionava il termosifone. Nel fondo, in basso, il muro faceva una rientranza, che si spingeva di una ventina di centimetri sotto il livello del pavimento: depose la scatola in quella rientranza e la coprí con qualche pezzo di legno, rimise la stufa elettrica al suo posto e si raddrizzò. L’occhiata che diede al caminetto la soddisfece. E adesso occorreva agire. In che modo? Non ebbe il tempo di pensarci, dacché il rumore dell’ascensore che si fermava la fece sussultare. Qualcuno veniva... Sedette in una poltrona, presso alla porta, lontana dal cadavere e si accasciò. Sulle piastrelle bianche e nere risuonarono passi rapidi. Mister Prospero e Marta apparvero sulla soglia. Cristiana li guardò con occhi spenti, emise un breve sospiro che sembrò un singhiozzo. Tese il braccio verso il cadavere. “Valerio... Valerio... lo hanno ucciso...” Prospero – birillo nero con la testa d’avorio – battendo le palpebre fitto fitto, corse al letto. Marta ebbe una breve esitazione. Che cosa si fa in caso di svenimento? Acqua fredda? Sali? Qualcuno le aveva detto che bisognava rovesciare la testa del paziente verso terra, per fargli affluire il sangue al cervello... Si avvicinò a Cristiana e si limitò a prenderle un polso; non poteva certo rivoltarla col capo all’ingiú. “Come vi sentite, signora?” Cristiana le diede uno sguardo languidissimo. “Perché hanno ucciso quel ragazzo?” “Coraggio, signora!... Può essere stata una disgrazia...” La voce di Prospero O’Lary risuonò concitata. “Niente disgrazia!... È stato realmente strangolato!” E l’ometto rimbalzò dal letto in mezzo alla stanza. “Bisogna avvertire la polizia!...” Marta fremette. Cristiana aveva chiuso gli occhi.
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