Capitolo II - Sabato 14 giugno

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Capitolo II - Sabato 14 giugno Il mattino era meraviglioso: terso e pieno di luce. Giugno regalava splendide mattinate, che sapevano di fresco e di mare pulito dopo i temporali, che erano ancora frequenti e caricavano le montagne d’acqua preziosa per irrigare le coltivazioni, anche durante l’estate secca e torrida. Spesso lungo la costa si incontravano ruscelli che arrivavano limpidi fin sulle spiagge. Nell’antico palazzo della famiglia Alibrando, forse la più vecchia e influente della zona, con un cognome che risaliva ai Longobardi, la donna, magra, il viso dalla pelle ancora tesa sugli zigomi alti, le labbra carnose, che risaltavano sul pallore aristocratico cercato lontano dai raggi del sole, dentatura perfetta, capelli d’argento, raccolti in un elegante chignon, stava seduta dritta sul divano, quasi in punta. Le mani erano abbandonate in grembo, le caviglie sottili incrociate, lo sguardo che fissava lontano. Le vestigia di un’antica bellezza si scorgevano ancora su quel volto e soprattutto nella figura compatta del corpo modellato dagli abiti eleganti e leggeri: i seni, straordinariamente alti e sodi, tendevano il tessuto della camicetta. Nessuno riusciva a capire l’età, che all’anagrafe risultava di settant’anni, ma sul viso quasi scolpito non si sarebbe potuto dire. L’espressione era di chi ha l’abitudine di dare ordini e di non discuterli, mai: una matriarca. E quello era: tutti gli interessi della famiglia passavano dalle sue mani. La bocca quasi non si muoveva nel parlare, ma il suono della voce era fermo e profondo. “Vi ho fatto venire, maresciallo, perché mio marito Aristide è scomparso da ieri mattina.” “E perché, signora Alibrando, mi avvisate solo ora?” Il voi di rispetto da quelle parti era duro a morire perché era nato molto prima delle grottesche imposizioni fasciste. Il maresciallo Pejretti, comandante della locale stazione dei Carabinieri, aveva subito imparato a chi in paese si doveva il “voi”, a chi il “lei” e a chi il “tu” per stabilire le gerarchie. La famiglia Alibrando era proprietaria di molta terra coltivata a vite e ulivo. Possedeva frantoi e cantine per la produzione dell’olio e del vino. Aveva interessi diffusi nelle strutture turistiche della zona e in molti altri settori di impresa. Le origini della signora Alibrando erano poco chiare: c’era in paese chi sosteneva che arrivasse da una famiglia blasonata siciliana. Altri, più a bassa voce, confermavano che siciliana era di sicuro, ma, aggiungevano, il vecchio Aristide, già allora più che quarantenne, l’aveva trovata in una “casa chiusa” di alto bordo a Napoli. Nonostante la legge della senatrice Merlin, ancora alla fine degli anni sessanta, un po’ dappertutto in Italia, non tutte le “case” avevano smobilitato, se non ufficialmente. Bastava un’amicizia giusta perché si chiudesse un occhio e magari tutt’e due, specie tra le forze dell’ordine, che spesso disapprovavano il provvedimento. Salvo poi farle chiudere davvero in fretta e furia, se capitava qualche scandalo in cui fosse coinvolta persona nota e integerrima e qualora se ne fossero occupati giornali e televisione. Si diceva in un sussurro che, da giovane, la Alibrando fosse di una bellezza mai vista e che Aristide avesse perso la testa per lei. Infatti, dopo un lungo periodo di assenza dal paese, era tornato sposato con donna Felicita di Campo Rosso, piccolo abitato rurale nei dintorni di Trapani, dove aveva terre e villa in campagna. Ma in realtà, sempre a bassa voce, che quella era una diceria pericolosa, si mormorava che era figlia di un cavallante in Campo Rosso, allontanata in gran fretta dalla moglie del padrone, perché oggetto delle di lui troppe e pericolose attenzioni e messa a lavorare, per spregio, dove era stata trovata. Nessuno nel circondario aveva avuto niente da ridire sul matrimonio celebrato, si raccontava, in pompa magna a Parigi, in presenza della famiglia, ma lontano dalla casa avita, se non per il fatto che si erano persi una grande festa, degna degli Alibrando, che chissà che prelibatezze avrebbero preparato in paese per il pranzo di nozze… Per il resto, tutti regali risparmiati! Anche quelli per il battesimo del pupo, frutto dell’amore travolgente, ma benedetto dal santo vincolo del matrimonio, che era giunto in paese tra le orgogliose braccia dei genitori, già battezzato e presentato a tutti i maggiorenti, insieme alla bellissima neosposa. Un anno era rimasto lontano per sbrigare gli affari che la famiglia aveva in Francia. Giusto il tempo di impalmare la giovane moglie e di benedire l’unione con un figlio maschio, per la felicità dei nonni. Il padre Alibrando, già malato da anni, dopo pochi mesi dal ritorno di Aristide aveva chiuso gli occhi. L’anno dopo, anche la madre era morta improvvisamente. Le lingue più maligne dicevano di crepacuore, perché il figlio maggiore ed erede di tutte le attività degli Alibrando, ché le altre tutte femmine erano e bastava la dote, aveva sposato una puttana, di alto bordo, ma sempre una puttana. Altri, più cattivi ancora, dicevano che della moglie di Aristide e di quanti mesi fosse durata la gravidanza, alla vecchia non importasse nulla, ma l’avesse fatta schiattare la rabbia di vedere un’altra donna spadroneggiare sui beni di famiglia e di essere messa inesorabilmente da parte. Dalla morte di donna Alibrando, avendo assicurato la discendenza con Filippo, seguito anche lui da due bambine, donna Felicita di Campo Rosso era diventata presto la vera guida della famiglia, perché Aristide, ammaliato dalla sua bellezza e molto più anziano di lei, non discuteva mai le sue decisioni. Era uomo gentile, minuto e gracile fin dalla nascita, un animo sensibile; gli piaceva più dipingere che occuparsi degli affari. Negli ultimi anni se ne andava in giro per boschi, colline e costiere, spesso lungo la strada sulla collina che dominava il mare e parte delle sue terre, con la sua inseparabile valigetta di legno, che conteneva la tavolozza, le sue piccole tele e i colori, con seggiolino annesso, a dipingere alberi, case, tramonti e onde. Qualche volta spariva per intere giornate per andare a riprodurre a modo suo le chiese rupestri che si aprivano sulle pareti del Monte Luna, sopra il paese di Corradino Castello. Esponeva da anni regolarmente a Piani, in un atelier di sua proprietà. Molti turisti e qualche locale, forse anche per piaggeria, compravano le sue opere, trovandole originali. Aveva organizzato a Sorrento e Napoli qualche personale e una retrospettiva a Milano da un suo amico e alcuni giornali ne avevano parlato. L’Alibrando, però, che non aveva proprio bisogno di soldi, dipingeva per sé e “per dar sfogo a quella vibrazione interna, che lo univa alla sua terra e al suo mare.” Così aveva detto nell’unica intervista rilasciata al Regionale della Campania, che si era occupato dell’arte del Cilento e quindi anche di lui. Da qualche anno, aveva incominciato a essere un po’ vago. Ma questo fatto non disturbava la sua pittura, che anzi acquisiva tratti più sognanti e per questo interessanti. Adesso, a ottantotto anni suonati, dimenticava le cose, i nomi e le date. A volte era stato riaccompagnato a casa dai paesani, che lo conoscevano tutti, perché diceva: “Ho un grande mal di testa e non mi ricordo se devo tornare a palazzo o nella villa in campagna...” Ma non sapeva dire la strada né per l’uno, né per l’altra. Il dottore l’aveva visitato qualche volta, ma immancabilmente aveva detto che era l’età e non ci si doveva preoccupare, che tanto in paese non gli poteva succedere nulla. E medicine che servissero per quel problema non ce n’erano. Quindi bisognava rassegnarsi. Semmai si doveva badare al cuore, che faceva i capricci e batteva disordinato, facendogli mancare il fiato, quando camminava sui sentieri tra i sassi.
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