2.

1590 Parole
2. Dopo le nove di sera, tutte le tavole della sala da pranzo dell’Albergo delle Tre Rose si coprivano di tappeti verdi. Appena serviti i pranzi, la principale preoccupazione dei due camerieri era quella di toglier le tovaglie. Su qualche tavola rimanevano la bottiglia del vino e i bicchieri. I clienti stessi aiutavano a sparecchiare. Una specie di ansia frenetica invadeva tutti. Là dentro si praticava il giuoco, come un lavoro forzato. Molti ricordavano e narravano con compiacimento che i quattro più accaniti giocatori di scopone - Verdulli, Agresti, Pizzoni e Pico - avevano continuato per due giorni e due notti a rimanere attorno al tavolo con le carte in mano, nutrendosi di uova e di cognac. E alle nove di sera di quel giorno, che era il cinque dicembre 1919, Carlo Da Como, quasi il fervore morboso si fosse propagato attraverso i vecchi muri sino all’ultimo piano dell’albergo facendolo svegliare, cominciò ad agitarsi nel letto sul quale, tutto vestito, si era gettato subito dopo il collòquio avuto con le sorelle. Stirò le membra, cercò con la mano la chiavetta dell’interruttore, tendendo il braccio e sporgendosi, e fece luce. Una debole luce rossastra da dieci candele, a fil di carbone. Adatta, del resto, a illuminare la povertà di quella camera, che era un abbaino e aveva la finestra sui tetti. Il lettuccio di ferro, il cassettone con uno specchio, Il lavabo a tre piedi, la brocca smaltata, un paio di seggiole. Ma c’era il baule di cuoio giallo e una valigia di pelle di porco. E alle pareti tre grandi stampe a colori di Vernet, autentiche, che coi loro cavalli al galoppo e i fantini volanti valevano da sole tutto quello che la lampadina polverosa illuminava. Il baule, la valigia e le tre stampe era quanto Da Como aveva riportato da Londra. I resti di un naufragio, del suo naufragio. Oltre, naturalmente, alla tenuta di Comerio, pesantemente ipotecata. Sorrise. Le vecchie la volevano per darla a Manfredo. Povera Jolanda. Aveva gli occhi supplici e la voce di pianto, mentre lo pregava di acconsentire, perché possedere quella tenuta avrebbe costituito la più gran gioia del suo figliolo. Lui aveva detto di no, con voluttà. Fare il male per il male gli piaceva. Scese dal letto, si sciacquò le mani e la faccia. Mentre si asciugava lentamente, contemplava se stesso nello specchio. Non aveva appetito. Adesso, sarebbe sceso e si sarebbe fatto dare da Monti due panini col prosciutto e un bicchiere di birra. Se c’era già la compagnia ad aspettarlo per il picchetto, avrebbe mangiato giocando. La compagnia erano Engel e il capitano Lontario. Tutte le sere, dalle nove a mezzanotte, quei tre giocavano a picchetto. Tenevano un quaderno per segnare i punti e facevano i conti a fine mese. Così giocavano anche quando Da Como ed Engel non avevano neppure un centesimo in tasca, e a fine mese o bene o male qualcuno provvedeva. E poi erano parecchi mesi che il capitano faceva le spese. Finito il picchetto e lo scopone e il poker, chiusa all’una di notte la porta esterna dell’albergo, coloro che rimanevano si mettevano a provar sensazioni ben più violente, cominciava il gioco veramente grosso. Da Como continuava a guardarsi nello specchio. Aveva cinquant’anni e li dimostrava appena, così grassoccio, roseo e fresco di pelle da far invidia a un giovanotto. Ma lui, dentro, si sentiva stanco e logorato. La vita che aveva fatta doveva per forza avergli sconquassato l’organismo. A bene ascoltare, s’accorgeva da solo che le rotelle del meccanismo gli cigolavano nel cervello e nel cuore. Aveva incontrato alla mattina il dottor Campi - che era stato studente con lui a Londra - e il ridanciano dottore gli aveva gridato: "Allò! come va il cuore?”. Ma forse aveva voluto fare uno scherzo e null’altro. Di dubbio gusto, a ogni modo, lo scherzo. Si scosse, andò alla porta, spense la luce - un lusso imposto da lui quei due interruttori, uno all’entrata e l’altro accanto al letto - uscì nel corridoio angusto, che piegava subito a gomito. Se possibile, la luce della lampadina all’angolo, che faceva chiaro ai due bracci, era ancor più debole di quella della sua camera e più rossigna. A quel chiarore, si fermò davanti alla porta chiusa dell’altra cameretta, che aveva il muro in comune con la sua e s’apriva sul pianerottolo. “Vilfredo!” chiamò e poi con voce ancor più soffocata: “Engel! Engel!” Quando dal silenzio che seguì fu sicuro che la camera era vuota, si volse a dare un’occhiata alle altre due porte, dal lato opposto, al di là delle scale, dove dormivano lo sguattero e le due cameriere. Erano chiuse, naturalmente. Esitò, poi andò a picchiare con le nocche a quei due usci. Anche qui il silenzio. Allora tornò verso la porta di Engel e deliberatamente, per quanto ogni suo movimento fosse furtivo e infinita la cura che metteva a far sì che il battente non stridesse sui cardini, l’aprì e penetrò nella stanza buia, richiudendo la porta dietro di sé. Non rimase lì dentro che qualche minuto, e, quando uscì, un sorriso sarcastico gli increspava le labbra. Cominciò a discendere e si mise a fischiettar dolcemente. Giunto sull’ultimo gradino, prima di uscire sullo scalone principale - la scaletta che conduceva agli abbaini si raccordava allo scalone, aprendoglisi di fianco, con una porticina, che per chi non conosceva i nascondigli di quella vecchia casa sembrava mettere semplicemente in una stanza all’altezza del primo grande pianerottolo. Da Como si tolse una mano di tasca, per aggiustarsi la cravatta. Poi entrò nella luce chiara dello scalone e s'avviò. La parte anteriore del fabbricato aveva un solo piano e lo scalone si componeva appena di due rampe. Dal basso veniva il brusio indistinto dei giocatori, il rumore delle bottiglie e dei bicchieri, le voci più chiare di qualche persona, che doveva trovarsi nella hall. L’uomo sostò, levando il capo verso l’alto. Scendeva dalle stanze dell’albergo una sottile figura di donna vestita di nero e ammantata dal pesante velo vedovile. Una gran fiamma di capelli d’oro sotto il piccolo cappello di crespo nero. Un volto cereo, illuminato da due occhi enormi, largamente cerchiati d’azzurro. Le labbra sembravano una ferita, tanto eran rosse di corallo. Da Como attese, per riprender la discesa, che gli fosse passata davanti e continuò a osservarla. La donna non si avvide di lui e passò lentamente, gli occhi fissi davanti a sé, il volto tranquillo, quelle sue sanguinanti labbra semiaperte, come a un sorriso. “Di dove diavolo è piovuta, questa qui,” mormorò Da Como, e le tenne dietro, per discendere. La vedova attraversò la hall, sempre con quel suo passo d’automa, e appena nel salone, veduta una tavola vuota presso l’arco, accanto alla porta, andò a sedervisi. Ora teneva gli occhi bassi, e sembrava non essersi accorta della curiosità suscitata. Subito Monti si precipitò verso di lei, con gli occhi più che mai brillanti di malizia, le orecchie aguzze e tese, un sorriso ossequioso sulle labbra. “Si può ancora mangiare?” “Ma certamente. Tutto quello che la signora desidera.” La signora disse di sì col capo a tutto quello che le offrirono, rifiutò soltanto il vino, chiedendo acqua minerale. Monti si precipitò in cucina, ma nel passare si fermò al banco. “Camera numero?” “Dodici,” disse la signora Maria. Monti afferrò una specie di registro e lo consultò in fretta. Lesse: Mary Alton Vendramini. “È straniera?” “Che te ne importa?” “Sola?” “Sì. Auff! che ficcanaso!” Il cameriere scomparve nel breve corridoio della cucina. I giocatori eran subito tornati al lavoro. “Passo.” “Cip.” “Una terza reale e tre assi”, annunciava la profonda voce di Engel, grosso e pesante come un pachiderma. Da Como giocava con un panino al prosciutto in una mano e le carte nell’altra. “È da imbecille sparigliare il sette di prima mano, quando potevi tranquillamente levar di mezzo il quattro.” Verdulli gridava, acceso in volto come un galletto. La tavola dello scopone era la più rumorosa. Quei quattro sembravano ossessi. Verdulli - un critico teatrale sempre verde di bile per costituzione fisica - appariva il più accanito. In realtà, era soltanto il più stridente per gli acuti naturali della sua voce. A quell’ora, lì dentro, c’era di già un cadavere, e nessuno di coloro che in quelle sale giocavano, mangiavano e parlavano, lo sapeva. O per lo meno nessuno aveva detto di saperlo. E fu con un balzo di orrore e di stupore angosciato, che tutti - uomini e donne - reagirono, quando alle ventidue e trentuno precise sentirono il gobbo Bardi scender quasi a rotoloni per le scale, gridando con la sua vocettina fessa: “Lassù c’è un impiccato! Lassù c’è un impiccato!” Lo aveva veduto, infatti, il povero Bardi, un cadavere penzolar sull’ultimo ripiano della scaletta, che conduceva agli abbaini ammobiliati, a quegli abbaini dai quali neppure un’ora prima Carlo Da Como era disceso con un sarcastico sorriso sulle labbra. Gridando sempre, Stefano Bardi traversò la hall, entrò nella sala da pranzo e, varcato appena l’arco sotto il quale troneggiava la signora Maria, dovette fermarsi, ché sarebbe caduto a terra, se Mario, sporgendosi di colpo con mezzo corpo oltre il bancone, non lo avesse afferrato per il bavero della giacca, tenendolo ritto come un fantoccio afflosciato. E si sentì il rumore dei piatti col prosciutto e con l’anguilla marinata che cadevano a terra, spinti dall’impeto di Mario, e si fracassavano ai piedi del gobbo.
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