Capitolo VI

2445 Parole
Capitolo VI Ero ormai avviato a intraprendere il commercio con la Guinea; e siccome per mia grande sfortuna l'amico capitano era morto subito dopo il nostro ritorno in Inghilterra, decisi di mia iniziativa di rifare lo stesso viaggio. Così m'imbarcai sulla medesima nave, comandata questa volta da un tale che era stato ufficiale in seconda col mio amico. E questo fu il viaggio più disgraziato che un uomo abbia mai compiuto in vita sua. In effetti, sebbene avessi portato con me meno di cento sterline delle trecento guadagnate di recente, lasciando le altre duecento in custodia presso la vedova di un mio amico la quale si comportò con me con la massima correttezza, pure durante quella traversata soffersi terribili disavventure, e la prima fu questa: mentre la nostra nave faceva rotta verso le isole Canarie, o meglio si trovava in navigazione fra questo arcipelago e il continente africano, nel grigiore delle prime luci mattutine fu sorpresa da un pirata turco di Salé che prese a darci la caccia a vele spiegate. Anche noi ci affrettammo a spiegare tutte le vele, per quanto potevano reggerle i nostri alberi e consentirlo l'altezza dei pennoni, nel tentativo di sottrarci alla cattura; ma vedendo che il pirata si avvicinava e in poche ore ci avrebbe raggiunti, ci apprestammo al combattimento, sebbene avessimo soltanto dodici cannoni contro i diciotto del corsaro. Verso le tre del pomeriggio ci piombò addosso, ma per un errore di manovra ci colpì in diagonale al cassero anziché investirci a poppa come aveva inteso di fare; cosicché noi dirigemmo da quella parte il fuoco di otto dei nostri cannoni e gli sparammo addosso una bordata, costringendolo a virare e a prendere il largo, non senza aver risposto al nostro fuoco con le stesse armi ed anche con la fucileria di circa duecento uomini che aveva a bordo. Ma i nostri uomini si tenevano al coperto, cosicché non lamentammo alcun ferito. La nave pirata si preparava a rinnovare l'attacco e noi a rispondere; ma la seconda volta ci attaccò sull'altro lato e riuscì a scaricare sul nostro ponte una sessantina di uomini che subito presero a sfasciare il ponte e a recidere le sartìe. Da parte nostra reagimmo all'attacco con fucili, picche d'abbordaggio, armi esplosive e altri ordigni, e per due volte riuscimmo a respingerli liberando il ponte. Ma finiamola con questa triste storia: la nostra nave era malridotta, degli uomini tre erano i morti e otto i feriti. Così fummo costretti ad arrenderci e fummo trascinati in cattività a Salé, una città portuale che appartiene ai Mori. Il trattamento che mi venne riservato non fu atroce come lì per lì avevo temuto, né venni tradotto all'interno del paese alla corte del sultano come il resto dei nostri uomini; ma venni trattenuto dal comandante della nave corsara a titolo di preda personale, e siccome ero giovane, svelto e in grado di adempiere alle sue necessità, diventai suo schiavo. Questa imprevista metamorfosi della mia condizione, da mercante a miseranda creatura ridotta in schiavitù, mi gettò nella più cupa costernazione: mentalmente riandavo alle parole profetiche di mio padre, quando aveva predetto che sarei stato un infelice e non avrei avuto accanto nessuno disposto a confortarmi; e pensavo che la profezia non avrebbe potuto avverarsi in termini più tragici, che ora la collera divina mi aveva raggiunto ed io ero perduto senza speranza. Ma ahimè, questo era solo un saggio di quanto ancora doveva capitarmi, come si vedrà dal seguito della mia storia. Dal momento che il mio nuovo proprietario, o padrone, mi aveva portato a casa sua, nutrivo la speranza che mi volesse con sé anche quando avesse deliberato di riprendere la navigazione, nella presunzione che prima o poi sarebbe capitato anche a lui di farsi catturare da qualche nave da guerra spagnola o portoghese, e in tal caso avrei potuto riacquistare la libertà. Ma ben presto le mie illusioni svanirono, perché quando tornò a imbarcarsi il mio padrone mi lasciò a terra con l'incarico di accudire al suo piccolo giardino e di assumermi quelle gravose incombenze di casa che solitamente spettano agli schiavi; e quando rientrò dalla sua spedizione mi ordinò di badare alla custodia della nave, passando le mie notti in cabina. A partire da questo momento non feci altro che pensare alla fuga e al modo migliore per attuarla, ma non mi riusciva di escogitare un piano che avesse la pur minima probabilità di successo. Non maturava nessuna circostanza favorevole che rendesse verosimile una simile ipotesi. Non c'era nessuno al quale confidare i miei propositi e proporre d'imbarcarsi con me, poiché non c'era nessun altro schiavo, oltre a me, che fosse inglese, irlandese o scozzese. Così per due anni, sebbene indulgessi ai voli della fantasia, non fui mai incoraggiato da una concreta prospettiva di tradurre in atto i miei propositi. Trascorsi circa due anni, si presentò una curiosa circostanza che fece rinascere in me l'antica idea di mettere in atto qualche tentativo per ritrovare la libertà. Il mio padrone indugiava a terra più a lungo del consueto senza far allestire la nave in vista di un nuovo viaggio perché, sentii dire, era a corto di denaro; così, un paio di volte la settimana, e a volte anche più spesso se il tempo era bello, prendeva la lancia del bastimento e se ne usciva nella rada, a pesca. Sovente portava anche me e un giovane berbero come rematori, e insieme con noi si divertiva moltissimo. Io diedi prova di molta abilità nel catturare il pesce, tanto che a volte mi mandava con un altro moro suo parente e col giovane berbero, a pescare il pesce per la sua tavola. Ora una volta accadde che, mentre andavamo a pesca con mare calmo e cielo sereno, si sollevò una coltre di nebbia così fitta che, sebbene fossimo a meno di mezza lega dalla riva, la terra scomparve ai nostri occhi; e remando alla cieca, senza sapere in quale direzione, arrancammo per tutta la giornata e per tutta la notte successiva, finché, alla mattina, ci rendemmo conto di esserci portati al largo anziché tornare verso la costa, e che la terra era a non meno di due miglia di distanza. Nondimeno riuscimmo a rientrare senza difficoltà, e sia pure con gran fatica e qualche rischio, perché si era levata una brezza abbastanza vivace e soprattutto avevamo molta fame. Ma il nostro padrone, messo all'erta dall'incidente, capì che per l'avvenire avrebbe dovuto tener gli occhi aperti. Così, siccome possedeva ancora la lancia della nostra nave inglese da lui catturata, decise di non andare più a pesca senza bussola e senza provviste, e diede ordine al suo carpentiere, che era un altro prigioniero inglese, di costruire al centro della lancia un piccolo alloggio, una specie di cabina, come se ne vedono sulle imbarcazioni da diporto, in modo che a poppa restasse spazio a sufficienza per governare la barca e manovrare le scotte di maestra, e a prua abbastanza spazio per consentire a uno o due uomini di metter mano alle vele. La lancia venne munita di una vela triangolare che noi chiamiamo spalla di montone e la boma era fissata all'albero, sopra il tetto della cabina che era bassa e comoda, ampia quanto bastava ad ospitare lui e uno o due dei suoi schiavi, e arredata con un tavolo per mangiare e qualche armadietto destinato a conservare le bottiglie delle bevande che più gradiva, oltre al pane, al riso e al caffè. Con questa lancia andavamo spesso a pescare, e siccome io ero molto abile nel catturare il pesce, il mio padrone non usciva mai senza di me. Un giorno invitò a fare una gita su questa barca, per divertimento o per pescare, due o tre Mori che godevano di un certo prestigio in quella città. Così volendo trattarli con particolare riguardo, verso sera aveva fatto imbarcare una scorta di vettovaglie maggiore del solito, e a me aveva ordinato di preparare polvere e pallini per i tre fucili che conservava a bordo della sua nave, perché, oltre a pescare, volevano divertirsi sparando agli uccelli. Io preparai ogni cosa in conformità ai suoi ordini, e il mattino seguente mi misi in attesa con la lancia ripulita e in perfetto ordine, con l'insegna e le fiamme spiegate al vento. Ma il mio padrone si presentò da solo: mi disse che gli ospiti avevano dovuto rinviare la gita a causa d'impegni imprevisti e mi ordinò di uscire in barca come al solito insieme col ragazzo e con l'uomo, e di pescargli del pesce perché gli ospiti avrebbero comunque cenato a casa sua. Infine mi ingiunse di portare a casa il pesce non appena lo avessi pescato ed io mi accinsi ad eseguire scrupolosamente i suoi ordini. Fu allora che le antiche speranze di riacquistare la libertà riaffiorarono alla mia mente, perché di colpo mi si presentava l'occasione di avere una piccola imbarcazione al mio comando. Pertanto, non appena il padrone si fu allontanato mi accinsi ad equipaggiarmi non per una partita di pesca, ma per un viaggio vero e proprio; infatti non sapevo, e del resto non indugiai a pensarvi, quale rotta avrei dovuto seguire: tutte le direzioni erano buone, l'unica cosa che contava era andarmene. Il mio primo stratagemma fu quello di escogitare un pretesto per convincere il Moro che occorreva portare dell'altro cibo a bordo. Non potevamo permetterci, gli dissi, di mangiare il pane del padrone. Lui mi diede ragione e recò a bordo un grande paniere colmo di gallette confezionate all'uso di quei paesi, e tre orci d'acqua dolce. Per parte mia sapevo dove il padrone tenesse la cassa delle bottiglie, la quale, data la sua fattura, proveniva senza dubbio da un bastimento predato agli inglesi, cosicché approfittai del momento in cui il Moro era a terra per caricarla sulla barca, per poi fingere che vi si trovasse fin da prima. Portai a bordo anche un blocco di cera che pesava una cinquantina di libbre, un rotolo di spago o refe, un'accetta, una sega e un martello: tutte cose che in seguito ci furono di grande utilità, soprattutto la cera, con la quale fabbricammo delle candele. Poi tesi al Moro un altro tranello, ed egli vi cadde con la medesima ingenuità di poco prima. «Ismaele,» gli dissi (tale era il suo nome, ma laggiù lo chiamavano Maele o Mael o qualcosa di simile), «sulla barca ci sono i fucili del padrone. Non potresti rimediare un po' di polvere e di pallini? Potrebbe darsi che incappassimo in un alcamy (è un uccello simile al nostro chiurlo). So che il padrone tiene il deposito delle munizioni sulla nave.» «Va bene,» mi rispose, «vado a prenderne un poco. E infatti tornò con una grande sacca di cuoio che conteneva una libbra e mezzo di polvere, se non di più, e un'altra con cinque o sei libbre di pallini e qualche pallottola, e depose tutto dentro la lancia. Nel frattempo io avevo trovato in cabina della polvere appartenente al mio padrone e ne avevo riempito una delle grosse bottiglie che si trovava nella cassa semivuota, dopo averne travasato il liquido residuo in un'altra. Dopo di che, riforniti a dovere di tutto quanto poteva esserci utile, uscimmo dal porto per andare a pesca. Dopo aver pescato per un po' senza prender niente, perché quando un pesce abboccava al mio amo, io non alzavo la lenza in modo che l'altro non lo vedesse, gli dissi: «Qui non combiniamo niente, se ce ne restiamo qui che servizio renderemo al nostro padrone? Dobbiamo spingerci più al largo.» Senza sospettare di nulla, il Moro acconsentì; siccome si trovava a prua, prese ad alzare le vele, mentre io, che ero al timone, portavo la barca verso il mare aperto allontanandomi di un altro miglio, e poi mi misi in panna come se mi accingessi a pescare; a questo punto cedetti il timone al ragazzo, mi portai a prua dove si trovava il Moro, e chinandomi alle sue spalle come se intendessi raccogliere qualcosa, di sorpresa lo agguantai infilandogli un braccio di tra le gambe e lo scaraventai in mare. Quello riemerse subito perché era un bravissimo nuotatore e stava a galla come un sughero, e si mise a invocare il mio nome supplicandomi di riprenderlo a bordo; giurava che mi avrebbe seguito in capo al mondo, e intanto nuotava con tale foga dietro l'imbarcazione, che ben presto l'avrebbe raggiunta, dato che il vento era scarso. Allora io corsi in cabina, presi uno dei fucili destinati alla caccia, e puntandoglielo addosso gli dissi che io non gli avevo fatto alcun male, e che non gliene avrei fatto se fosse stato tranquillo. «Ad ogni modo,» gli dissi, «tu nuoti abbastanza bene per cavartela fino a riva, e il mare è calmo; è l'unica cosa che ti convenga di fare e da parte mia non ti farò del male. Se invece proverai ad accostarti alla barca, ti tirerò una fucilata in testa perché sono deciso a riconquistare la mia libertà.» Al che il Moro si volse e cominciò a nuotare verso la costa; ed io non dubito che l'abbia raggiunta senza fatica perché nuotava come un pesce. Forse avrebbe potuto tornarmi più utile tenere il Moro con me e buttare a mare il ragazzo, ma non era prudente fidarsi di lui. Così, quando quello si fu allontanato mi rivolsi al ragazzo, che si chiamava Xury, e gli dissi: «Xury, se vorrai essermi fedele, farò di te un grand'uomo. Ma se rifiuterai di giurarlo passandoti una mano sulla faccia (il che significa giurare su Maometto e sulla barba di suo padre) finirai in acqua anche tu.» Ma il ragazzo mi rispose con un largo sorriso e si espresse con tanto innocente candore che non potei rifiutare di credergli; ed egli giurò che mi sarebbe stato fedele e che mi avrebbe seguito ovunque, anche in capo al mondo. Finché fui in vista del Moro che nuotava, continuai a spingere la lancia al largo, stringendo il vento, perché fossero indotti a credere che puntassi in direzione dello Stretto di Gibilterra, com'era logico attendersi da qualunque persona dotata di normale buon senso. Infatti, chi mai avrebbe potuto supporre che noi puntassimo invece verso sud, alla volta di coste veramente barbariche, dove senza dubbio intere tribù di negri ci avrebbero circondato con le loro canoe per massacrarci seduta stante; dove non avremmo potuto prender terra una sola volta senza rischiare di essere sbranati da animali feroci o da esseri umani ancora più spietati delle belve? Eppure verso sera, quando si fece buio, io cambiai rotta e volsi la prua a sud, deviando appena appena verso est per non allontanarmi troppo dalla costa; e grazie a una brezza sostenuta e costante e al mare sempre liscio procedetti a vele spiegate, tanto che l'indomani alle tre del pomeriggio, quando per la prima volta mi riaccostai alla riva, ero a non meno di centocinquanta miglia da Salé, di gran lunga oltre i domini del sultano del Marocco, ed anzi di qualsivoglia altro monarca di quelle terre, dal momento che non scorgemmo anima viva.
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