Ritratto in fotografia

2117 Parole
Ritratto in fotografia – La ringrazio di essere venuto! Maria Bozzo aveva scelto per il colloquio un angolo appartato e un po’ buio della piccola hall dell’albergo e si era seduta di fronte a Pace sull’orlo di una poltroncina di similpelle con l’atteggiamento di chi è abituato ad alzarsi spesso. Era una donna alta, del tipo che si usa definire forte: mani grandi rovinate dai lavori, un viso dai caratteri irregolari, non bello, messo in risalto da una permanente di fresca data. Gli occhi, sotto le palpebre un po’ gonfie, rilucevano di determinazione. – Mio marito si scusa, ha preferito lasciarci soli – spiegò. Pace pensò che doveva essere stata invece lei a volerlo. – Si chiederà perché ho chiesto di vederla. Prima di spiegarglielo vorrei farle una domanda. Lei è qui ad Alassio perché mia sorella è stata uccisa? Voglio dire, è qui per scoprire chi è stato? Qualcuno l’ha chiamata? – Le parve forse che Pace indugiasse a risponderle, perché abbassò lo sguardo. – Mi deve scusare... sono un donna ignorante e mi esprimo come posso. Mi rendo conto... tutte queste domande... ma vede, io devo sapere. La voce non era più tanto aggressiva, ma neppure implorante. Pace le venne in aiuto: – Non ho nessuna difficoltà a risponderle. Sono qui in vacanza presso amici, non so nulla del delitto se non quello che ho letto sui giornali. Nessuno mi ha interpellato a proposito. E per finire, non sono interessato al caso. Maria alzò lo sguardo: – Ne sono contenta. – Contenta perché non mi occupo dell’indagine? – Perché nessuno l’ha... come si dice? Mi aiuti. – Ingaggiato. – Sì. Per un momento ho pensato alla famiglia Banti... ma figuriamoci! – Le sarebbe spiaciuto? – No, naturalmente. L’unica cosa che mi importa è che chi ha ucciso mia sorella venga punito, che sia fatta giustizia. – La voce le si spezzò, ma riprese subito la sua durezza. – Se lei è libero forse è meglio. Pace aggrottò la fronte. Maria gli fece cenno di non interromperla. – Lasci che mi spieghi. A dirla francamente, un’ora fa io neanche sapevo chi fosse lei. È stato mio marito a dirmelo. L’ha visto fuori dalla chiesa e l’ha riconosciuto. Mio marito legge molti giornali e sa quello che succede in tutto il mondo – spiegò con aria fiera. – Dice che lei nel suo lavoro è una celebrità. – Il suo sguardo non abbandonava Pace. – Mi ha raccontato tutto in chiesa. Avevo poco tempo per decidere, la funzione stava per cominciare e gli occhi della gente erano puntati su di me. Ma sono una donna impulsiva, e del resto non mi pento mai delle mie decisioni. È incredibile, pensò Pace, che tempismo! Quattro parole nel silenzio della chiesa, ha spedito a caccia il marito ed è riuscita ad ottenere quello che voleva, visto che sono qui. Quella donna lo incuriosiva. – Ho bisogno del suo aiuto, signor Pace. Vorrei ingaggiarla. – Lo aveva detto in tono tanto serio che Pace non fu nemmeno tentato di sorridere. – Mia sorella Silvana aveva diciotto anni ma come carattere era una bambina, mia madre morendo l’aveva affidata a me che le ero maggiore di undici anni, io l’ho allevata e mi sono curata di lei, ma poi l’ho lasciata andare e lei è morta. Mi sento responsabile, e voglio che sia fatto tutto il possibile... Pace si agitò sulla poltrona che emise un sibilo. Nel salottino c’era ora uno sgradevole odore di cavolfiore bollito, da una porta gli arrivava la musica languida di una canzone. – Capisco – disse. – Ma io potrei fare ben poco. La polizia... – La polizia – l’interruppe la donna, – si sta muovendo solo perché Silvana è morta in casa di signori ed è stata uccisa in quel modo orrendo. Mi è bastato parlare con il procuratore Carli per capire che non scopriranno mai niente. Lo vuol sapere? – disse con voce cattiva. – Puntavano tutto sulla certezza che Silvana fosse una puttanella, poi dall’autopsia hanno scoperto che era vergine e questo li ha contrariati. Entro un mese non se ne parlerà più. È inutile raccontare storie: mia sorella era una serva; lei lo sa meglio di me, la polizia sta dalla parte dei signori. Non è forse vero? – Cosa intende di preciso? La donna alzò le spalle: – Io so solo che Silvana è morta in quella casa. Non accuso nessuno, ma quelli, qui ad Alassio, contano molto, e la polizia... Pace ritenne inutile farle osservare che di fronte a un omicidio la polizia non è poi tanto parziale. Disse invece: – Mi spiace deluderla signora, ma non posso accettare la sua offerta. Non conosco la famiglia Banti, non conosco il procuratore Carli, mi sarebbe impossibile inserirmi in questa indagine. Davvero, questo caso non fa per me. – Lei è il migliore – ribatté Maria. – Lo ha detto mio marito ed è la mia unica speranza. Deve farlo! – Il suo viso corrucciato ad un tratto si illuminò. – Noi naturalmente siamo pronti a pagare, siamo contadini e non siamo ricchi, ma abbiamo delle terre che coltiviamo e sono nostre; abbiamo maiali, mucche e... – Sì, sì – fece Pace. – Ma non è per i soldi. Se, come si pensa, ad uccidere è stato un pazzo, può essere stato chiunque. Solo la polizia è attrezzata per svolgere indagini a largo raggio, non certo io che come mezzi posseggo soltanto il cervello. Mi creda signora, non faccio al caso. Maria Bozzo portò una mano alla bocca e scoppiò a piangere. La cosa fu talmente inaspettata che Pace si guardò in giro con aria colpevole, poi tornò a fissare quella donna sgraziata che piangeva come un uomo. – Si calmi... vediamo di parlarne – farfugliò. Maria rialzò immediatamente il capo e si asciugò le lacrime guardando l’investigatore con occhi attenti. – dunque accetta? – chiese senza sorridere. – Non ho detto questo. Resto dell’idea che mi riuscirebbe difficile inserirmi nell’indagine e che il mio intervento servirebbe a ben poco... – Ma... allora? – La situazione può cambiare, potrebbe verificarsi qualche fatto nuovo che mi faccia ricredere. Ecco, diciamo che sono disponibile a mutar parere. Se ciò dovesse verificarsi, lei sarà la prima ad esserne informata. Per ora – aggiunse vedendo l’espressione delusa della donna, – ho bisogno di sapere qualcosa di più su tutta la faccenda. Ha ancora un po’ di tempo? – Partiamo fra due ore. – Sarà sufficiente. Mi parli di sua sorella, vuole? Alessandro Pace non era uomo da prendere appunti. Notizie e osservazioni le affidava al suo cervello. Alcune si fissavano all’istante, altre, ed erano le più, apparentemente scartate, restavano a macerare nel profondo, pronte a riaffiorare in tutto il loro nitore quando il ricordare si fosse rivelato di una qualche utilità. Molto probabilmente Pace si sarebbe trovato in difficoltà a ripetere cosa aveva mangiato a cena la sera prima, ma anche a distanza di anni, se un particolare di quella cena si fosse rivelato necessario al fine di un’indagine, Pace poteva starne certo, si sarebbe ritrovato a tavola con alla sua destra Cerere in pantaloni e maglietta e alla sua sinistra Raffaella in abito lungo di seta, nei piatti blu il viola cupo degli asparagi ed il verde tenero dell’insalata dell’orto. Ad una domanda di Cerere avrebbe rivisto Raffaella portarsi una mano alla fronte e rispondere: “Scusami, non ti seguo, ho un mal di testa atroce”. E subito dopo cena l’avrebbe ammirata scatenarsi in una danza afro-cubana al suono di un disco. Particolari di cui una qualsiasi persona attenta si sarebbe accorta per poi dimenticarsene subito dopo. A Pace, invece, non avevano detto nulla, ma al momento giusto eccoli risorgere e concatenarsi in una piccola rivelazione: Raffaella quella sera non soffriva affatto di mal di testa, aveva mangiato con appetito servendosi per ben due volte di asparagi, e con l’emicrania di solito si evita di ballare scrollando la testa. Aveva mentito per troncare il discorso iniziato dalla sorella, che evidentemente non le garbava. Quindi quel discorso... eccetera. Questo era il genere di memoria di Alessandro Pace; si decantava e funzionava nel tempo. Una lista di appunti concisi gli sarebbe servita a ben poco. Comunque, ciò che seppe quella mattina su Silvana Musso si può così riassumere. Al momento della sua morte Silvana aveva compiuto da poco diciotto anni e sino a sei mesi prima era vissuta con la sorella a Scurtabò, un paesino dell’entroterra ligure. Figlie di contadini, le sorelle erano rimaste orfane in giovane età; Maria, la maggiore, aveva praticamente fatto da mamma a Silvana e quando all’età di ventidue anni si era sposata con Guido (contadino anche lui), aveva portato con sé la sorella nella nuova casa. Silvana aveva frequentato la scuola dell’obbligo poi, come tante ragazze del suo paese, si era fermata. A detta di Maria Silvana era intelligente, ma immatura e inadatta a fare la contadina. Se ne erano accorti tutti quanti. Sapeva cucinare, stirare a nuovo una camicia, tenere la casa pulita, ma nei campi era un disastro. Le piacevano i fiori e ne riempiva la casa, l’odore della stalla le dava la nausea e con le mucche non ci sapeva fare. Perdeva invece delle ore a giocare con un cagnolino o con uno stupido gatto. Ad un’occhiata di Pace Maria si era spiegata: – Noi trattiamo bene le bestie, ci sono utili, ma insomma, sono bestie e non stiamo a perderci tempo. Mia sorella invece era fatta così. Non le piaceva fare la contadina e non le piaceva neppure il nostro paese. Le piaceva il mare. Guido, mio marito, ci aveva portato qualche volta a Riva Trigoso e lei si era innamorata del mare. Non faceva che parlarne. Per questo è finita qui. – Come è andata? – aveva chiesto Pace. – Carla Peletti, una ragazza di Scurtabò ha lavorato qualche anno ad Alassio. Faceva la stagione nei ristoranti, poi l’inverno tornava al paese a fare la contadina. Ora si è sposata a Scurtabò e non si muove più. Comunque è stata lei a combinare la cosa, e poveretta, l’ho vista ieri prima di venire per i funerali, non si dà ragione. Carla, qui ad Alassio, era in amicizia con la Signora Elsa, la governante di casa Banti e da lei aveva sentito dire che i Banti cercavano una ragazza per il servizio, che fosse giovane e brava. Ecco come è andata. Io non volevo. Silvana non era adatta per i campi, ma in casa mi aiutava molto, anche con il bambino. Le ho detto che ho un figlio? E poi, non siamo in condizioni così cattive... ma lei era cocciuta, voleva essere indipendente e l’ha avuta vinta. La notte prima della sua partenza io non ci ho chiuso occhio. Mi chiedevo se facevo bene a lasciarla andare, se dovevo impormi. Ma poi mi sono detta che lei era diversa, lo era sempre stata, e che non potevo proibirle di seguire il suo istinto. – Le telefonava? – aveva chiesto Pace dopo un momento di silenzio. – Non ho il telefono – rispose Maria arrossendo leggermente. – Abitiamo una zona isolata, non prende neanche il cellulare. A me va bene così, ma mia sorella forse si sentiva troppo sola – aggiunse chinando il capo. – La chiamavo io ogni tanto al telefono del bar giù in paese. Però ci scrivevamo. Lei lo faceva due volte al mese, l’ultima lettera l’ho ricevuta quindici giorni fa. – Cosa le raccontava? – Sempre le stesse cose. Non faceva che magnificarmi la casa e la vista del mare, la sua camera e i fiori del giardino che curava lei stessa. Come se nei nostri prati non ce ne fossero abbastanza, di fiori! Mi metteva perfino rabbia con tutto il suo entusiasmo. – Dei padroni cosa diceva? – Che erano gentili, ma non parlava mai di nessuno in particolare. Ah, sì: una volta mi ha scritto che l’unica persona che non le piaceva era la signorina Lidia, la figlia della signora Vera. Diceva che beveva troppo e quando si ubriacava diventava cattiva. Tutto qui. – E delle sue amicizie, delle persone conosciute ad Alassio, chi frequentava? – Non lo so, non credo avesse amicizie; almeno a me non ne ha mai scritto niente. In casa si era affezionata alla signora Ersilia, la governante. Da quello che ho capito, lei la proteggeva, le faceva un po’ da mamma. Per il resto diceva che andava in giro poco, perché non ne aveva il tempo e neppure tanta voglia. – E lei le credeva? – Sì. Nonostante le insinuazioni della polizia, sono sicura che fosse sincera; e poi l’autopsia ha dimostrato quello che ha dimostrato. – Le sue lettere non dicevano altro? – No. Le ho lette e rilette quando ho avuto la notizia, ho parlato anche con Carla. A lei mia sorella aveva scritto due volte. La ringraziava e le diceva che era contenta. Non so altro. – Ha una fotografia di sua sorella? – Questa. Silvana me l’ha mandata tre mesi fa. Le è stata scattata qui ad Alassio, nella villa dei Banti. È stato il marito della signora Ersilia a fotografarla, ma è stata la signora Ersilia a chiederglielo. L’istantanea ritraeva la ragazza per intero. Una figura esile, di statura media, il viso tondo e gli occhi grandi un po’ sognanti. Silvana si era appoggiata ad un muretto fiorito, un albero di mimosa ed il mare azzurro facevano da sfondo. Pace aveva voltato la fotografia. Dietro c’era scritto: vedi come sono fortunata?
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI