CAPITOLO IV-2

2016 Parole
«Chi può volermi?», mi chiedevo mentre con tutte e due le mani giravo la maniglia che, per qualche istante, resistette ai miei sforzi. «Chi vedrò in questa stanza oltre alla zia Reed? Un uomo o una donna?». La maniglia girò, la porta si aprì, e, nell'oltrepassare la soglia facendo una gran riverenza, vidi... una colonna nera; almeno tale mi parve a prima vista la figura dritta, allampanata, vestita di nero, che si innalzava dal tappeto: la torva faccia sembrava una maschera intagliata messa in cima al fusto a mo' di capitello. La signora Reed era al suo solito posto accanto al caminetto; mi fece segno di avvicinarmi; obbedii ed ella mi presentò a quello sconosciuto dalla faccia di pietra dicendo: “Questa è la bambina per la quale mi sono rivolta a voi”. Costui, difatti si trattava di un uomo, girò lentamente la testa verso di me e, dopo avermi scrutato con due occhi grigi indagatori che scintillavano sotto le folte sopracciglia, disse solennemente a voce bassa: “È piccola; quanti anni ha?”. “Dieci anni”. “Così tanti?”, rispose con aria dubbiosa; e continuò a osservarmi per qualche minuto. Bruscamente si rivolse a me: “Il vostro nome, ragazzina?”. “Jane Eyre, signore”. Nel pronunciare queste parole guardai in su: mi sembrava un uomo alto: ma allora ero molto piccola; aveva lineamenti pesanti, duri e secchi come tutta la sua persona. “Bene, Jane Eyre, e siete una buona bambina?”. Impossibile rispondere di sì: tutto il piccolo mondo che mi circondava era di opinione contraria: rimasi in silenzio. La signora Reed rispose per me scuotendo la testa in modo significativo e aggiungendo subito: “Forse, signor Brocklehurst, meno parliamo di questo e meglio è”. “Mi dispiace proprio di sentirlo. Bisognerà che lei ed io parliamo un po' insieme”; e, abbandonando la posizione verticale, si accomodò nella poltrona di fronte alla signora Reed. “Venite qui”, disse. Feci qualche passo sul tappeto; egli mi mise dritta davanti a lui. Che faccia era la sua, ora che si trovava quasi a livello della mia! Che naso enorme! Che bocca! Che denti grossi e sporgenti! “Nessuno spettacolo è così triste come quello di un bambino cattivo”, cominciò, “e, in particolare, di una bambina cattiva. Sapete dove vanno i cattivi dopo la morte?”. “Vanno all'inferno”, fu la mia pronta e ortodossa risposta. “E cosa è l'inferno? Sapete dirmelo?”. “Un pozzo di fuoco”. “E vi piacerebbe cadere in quel pozzo ed esservi bruciata in eterno?”. “No, signore”. “Che cosa dovete fare, per evitarlo?”. Meditai un momento; quando risposi la mia risposta sembrò piuttosto discutibile: “Devo stare bene di salute e non morire”. “Come potrete stare bene di salute? Ogni giorno muoiono bambini più piccoli di voi. Solo un paio di giorni fa ho seppellito un bambino di cinque anni: un bambino bravissimo la cui anima adesso è in cielo. Temo che non si potrebbe dire lo stesso di voi, se foste richiamata da questo mondo”. Non essendo in grado di fugare i suoi dubbi, mi limitai ad abbassare lo sguardo su due enormi piedi piantati sul tappeto e sospirai, augurandomi di essere molto lontana da quel momento. “Spero che questo sospiro venga dal cuore e che vi pentiate di essere stata sempre motivo di preoccupazione per la vostra eccellente benefattrice”. «Benefattrice! benefattrice!», pensai. «Tutti chiamano la signora Reed la mia benefattrice; se è così, una benefattrice è una cosa molto sgradevole». “Dite le vostre preghiere mattina e sera?”, proseguì il mio inquisitore. “Sì, signore”. “Leggete la Bibbia?”. “Qualche volta”. “Con diletto? Vi piace molto?”. “Mi piace l'Apocalisse, e il libro di Daniele, e la Genesi, e Samuele, e un pezzetto dell'Esodo, e qualche parte dei Re e delle Cronache, e Giobbe e Gionata”. “E i Salmi? Spero che vi piaceranno”. “No, signore”. “No? Oh, proprio spiacevole! Ho un bambinetto, più piccolo di voi, che conosce sei Salmi a memoria: e se gli domandate cosa preferisce, se mangiare un panino allo zenzero o imparare i versi di un Salmo, dice: «Oh! I versi di un Salmo! Gli angeli cantano i Salmi». Dice: «Io voglio essere un angelo qui in terra». E così riceve due panini in ricompensa della sua pietà infantile. “I Salmi non sono interessanti”, notai. “Questo prova che non avete buon cuore; dovete pregare Dio che ve lo cambi e ve ne dia uno nuovo e migliore: vi tolga il vostro cuore di pietra e ve ne dia uno vero”. Stavo per fargli una domanda circa il modo in cui sarebbe avvenuto questo cambiamento di cuore, quando la signora Reed intervenne ingiungendomi di sedermi; dopo di che prese a guidare lei stessa la conversazione. “Signor Brocklehurst, credo di avere spiegato, nella lettera che vi scrissi tre settimane fa, che questa ragazzina non ha affatto il carattere e le inclinazioni che desidererei. Se la accogliete nel collegio di Lowood, vorrei che si chiedesse alla direttrice e alle insegnanti di sorvegliarla molto da vicino e, soprattutto, di stare attente al suo peggior difetto: la falsità. Dico questo in vostra presenza, Jane, perché non tentiate di ingannare il signor Brocklehurst”. Avevo ben ragione di temere la signora Reed e di diffidarne; perché cercare di colpirmi a fondo era nella sua natura; con lei non potevo mai essere tranquilla; per quanto cercassi di obbedirle, per quanto tentassi con ogni mio potere di esserle gradita, i miei sforzi venivano sempre respinti e ripiegati con giudizi di questo genere. Adesso questa accusa, fatta davanti a un estraneo, mi ferì nell'intimo; mi resi oscuramente conto che lei aveva già cancellato in me ogni speranza per la nuova esistenza a cui mi destinava; sentii, anche se non potevo esprimerlo, che stava seminando avversione e antipatia sul mio futuro cammino; mi vidi con gli occhi del signor Brocklehurst: una bambina falsa e cattiva: e che cosa avrei potuto fare per rimediarvi? «Proprio niente», pensai cercando di soffocare un singhiozzo e asciugandomi in fretta qualche lacrima, prova della mia angoscia impotente. “La falsità è davvero un brutto difetto in un bambino”, disse il signor Brocklehurst; “è parente della menzogna, e tutti i bugiardi avranno il loro posto nell'abisso di fiamme e di zolfo; comunque sarà tenuta d'occhio, signora Reed. Parlerò con la signorina Temple e con le insegnanti”. “Vorrei che fosse educata in modo conforme a quello che potrà avere”, continuò la mia benefattrice; “che diventi umile e sia modesta; quanto alle vacanze, col vostro permesso, le passerà sempre a Lowood”. “Le vostre decisioni sono molto sensate, signora”, rispose il signor Brocklehurst. “L'umiltà è una grazia cristiana e una caratteristica tipica delle nostre allieve di Lowood; io ho infatti dato direttive perché sia coltivata in modo particolare fra le ragazze. Ho studiato il miglior modo per reprimere in loro ogni orgoglio mondano; e, non più tardi dell'altro giorno, ho avuto una soddisfacente prova del mio successo. La mia secondogenita, Augusta, è venuta con sua madre a visitare la scuola e, al ritorno, ha detto: «Oh, caro papà, che aria tranquilla e semplice hanno le ragazze di Lowood, coi capelli tirati dietro le orecchie, il grembiule lungo e le taschine di tela sopra il vestito: sembravano quasi figlie di povera gente! EC, ha aggiunto, «guardavano la mia veste e quella della mamma come se non avessero mai visto un abito di seta»”. “Sono cose che approvo pienamente”, rispose la signora Reed. “Se avessi cercato per tutta l'Inghilterra non avrei potuto trovare un sistema più adatto per una bambina come Jane Eyre. Ci vuol fermezza, caro signor Brocklehurst; io cerco la fermezza in tutto”. “La fermezza, signora, è il primo dei doveri cristiani; e viene osservata in ogni provvedimento relativo all'istituzione di Lowood: alimentazione semplice, abiti modesti, ambienti senza lusso, abitudini severe e attività; questo è l'ordine del giorno per la casa e per i suoi ospiti”. “Perfetto, signore. Posso dunque contare che questa bambina sarà accolta come allieva a Lowood e vi sarà educata in conformità della sua condizione e del suo futuro?”. “Lo potete, signora: sarà messa in quel vivaio di piante scelte, e confido che si mostrerà grata per l'inestimabile privilegio di essere stata scelta”. “Ve la manderò dunque il più presto possibile, signor Brocklehurst; perché vi assicuro che sono impaziente di essere sollevata da una responsabilità che sta diventando intollerabile”. “Certo, certo, signora; ed ora vi lascio. Tornerò a Brocklehurst Hall fra una settimana o due: il mio buon amico, l'arcidiacono, non mi permetterà di lasciarlo prima. Avvertirò la signorina Temple che sta per arrivare una nuova ragazza, così che non vi siano difficoltà per la sua ammissione. Arrivederci, signora”. “Arrivederci, signor Brocklehurst; ricordatemi alla signora e alla signorina Brocklehurst, ad Augusta, a Teodoro e al signorino Broughton Brocklehurst”. “Sarà fatto, signora. Bambina, ecco qui un libro intitolato La guida del fanciullo; leggetelo con attenzione, specialmente il capitolo che contiene il Racconto della terribile e improvvisa morte di Martha G., una bambina cattiva, falsa e bugiarda”. Nel dir così il signor Brocklehurst mi mise in mano un fascicoletto con una copertina, poi fece suonare il campanello per chiamare la carrozza e se ne andò. La signora Reed ed io restammo sole; passammo qualche minuto in silenzio; lei cuciva ed io la guardavo. La signora Reed doveva avere, a quell'epoca, trentacinque o trentasei anni; era una donna robusta, con le spalle quadrate e ben piantata, non molto alta e, sebbene pesante, non obesa: aveva la faccia piuttosto larga, con la mascella inferiore volitiva e molto sviluppata; la fronte bassa, il mento grande e sporgente, la bocca e il naso abbastanza regolari; sotto due sopracciglia sottili brillava uno sguardo impietoso. La pelle era scura e opaca, i capelli avevano il color del lino; sana come un pesce, non era mai ammalata; era una padrona di casa meticolosa e accorta; domestici e fittavoli erano sotto il suo assoluto controllo; solo i suoi figli, a volte, sfidavano e si facevano beffe della sua autorità. Vestiva bene e ostentava un portamento calcolato per mettere in evidenza i begli abiti. Seduta su di un basso sgabello a pochi passi dalla sua poltrona, osservavo la sua figura e scrutavo i suoi lineamenti. Tenevo in mano l'opuscolo riguardante l'improvvisa morte della Bugiarda, sulle cui vicende era stata richiamata la mia attenzione come su di un ammonimento molto appropriato. Tutto ciò che era avvenuto, tutto ciò che la signora Reed aveva detto al signor Brocklehurst nei miei riguardi, il tono di tutta la loro conversazione crudele e offensiva era ancor vivo nel mio animo; avevo sentito ogni parola ferirmi netta e distinta e un impeto di risentimento ribolliva dentro di me. La signora Reed alzò lo sguardo dal lavoro; i suoi occhi si fissarono nei miei e nello stesso tempo le sue dita interruppero il loro agile movimento. “Esci dalla stanza e torna nella camera dei bambini”, fu il suo ordine. Il mio sguardo o qualche altra cosa in me dovevano averla colpita come un insulto perché parlava con estrema irritazione, anche se controllata. Mi alzai e mi avvicinai alla porta; poi tornai indietro, mi avvicinai alla finestra, attraversai la sala e mi accostai a lei. Dovevo parlare: ero stata ferita senza pietà e dovevo rifarmi: ma come? Che mezzi avevo a disposizione per rendere la pariglia alla mia antagonista? Raccolsi tutte le mie energie e pronunciai un'unica frase: “Io non sono falsa: se lo fossi direi di volervi bene, invece dichiaro che non ve ne voglio affatto: vi detesto più di ogni altro al mondo eccetto John Reed; questo libro sulla bugiarda potete darlo a vostra figlia Georgiana, perché è lei che dice le bugie, non io”. Le mani della signora Reed rimasero inerti sul lavoro, il suo occhio di ghiaccio continuava a fissare, vitreo, il mio. “Hai altro da dire?”, chiese con un tono con cui ci si rivolge piuttosto a un avversario adulto che non a un bambino. Quegli occhi e quella voce fecero divampare tutta la mia collera. Tremando da capo a piedi, scossa da un fremito incontrollabile continuai: “Sono felice che non siate mia parente: non vi chiamerò più zia finché vivrò. Non verrò mai a trovarvi quando sarò grande; e se qualcuno mi domanderà se vi volevo bene e come mi trattavate, dirò che il solo pensiero di voi mi fa star male e che mi avete trattato con una crudeltà infame”. “Come osi dire questo, Jane Eyre?”. “Come oso, signora Reed? Come oso? È la verità. Credete che non abbia sentimenti e che possa fare a meno di un briciolo di amore e di tenerezza; ma io non posso vivere così e voi non avete pietà. Ricorderò fino alla morte come mi avete respinto, respinto con durezza e violenza, nella stanza rossa e mi avete chiuso a chiave là dentro, sebbene io stessi per impazzire, sebbene gridassi, senza più fiato per l'angoscia: «Abbiate pietà! Abbiate pietà, zia Reed!». E mi avete punito così solo perché quel vostro maledetto figlio mi aveva picchiato e buttato a terra per niente. Racconterò tutto questo a chiunque me lo chiederà. La gente vi crede buona, ma voi siete malvagia e senza cuore. Voi siete falsa!”.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI