Affamata e indebolita, divorai qualche cucchiaio della mia razione senza badare al gusto, ma, calmati i primi stimoli della fame, mi accorsi di avere davanti un piatto nauseante; il porridge bruciato è cattivo quasi come le patate marce e, dinanzi ad esso, perfino la fame vien meno. I cucchiai si muovevano lentamente: vedevo che qualche ragazza assaggiava il cibo e tentava di inghiottirlo, ma nella maggioranza dei casi rinunciavano subito allo sforzo. La colazione era finita e nessuna aveva mangiato. Rinnovato il ringraziamento per ciò che non avevamo avuto, e cantato un secondo inno, lasciammo il refettorio per l'aula di studio. Io fui una delle ultime a uscire e, passando accanto alle tavole, vidi una delle insegnanti prendere una pentola di porridge e assaggiarlo; guardò le altre; tutte avevano un'aria scontenta e una di loro, quella grassoccia, mormorò:
“Roba abominevole! Che vergogna!”.
Trascorse un quarto d'ora prima che le lezioni riprendessero durante il quale nell'aula ci fu una gran baraonda; in questo intervallo infatti si poteva parlare a voce alta e liberamente, e le ragazze si valevano di tale privilegio. Si parlò esclusivamente della colazione, che aveva suscitato un generale sdegno. Poverette! Era l'unica consolazione che avessero. Adesso la signorina Miller era la sola insegnante rimasta nell'aula: alcune ragazze grandi, intorno a lei, parlavano gesticolando con aria risentita. Udii pronunciare da alcune il nome del signor Brocklehurst: la signorina Miller scosse la testa disapprovando, ma non faceva grandi sforzi per reprimere la collera generale: certo la condivideva.
Una pendola nell'aula batté le nove; la signorina lasciò il gruppo e, dritta in mezzo all'aula, gridò:
“Silenzio! Ai vostri posti!”.
La disciplina fu ristabilita: in cinque minuti ritornarono l'ordine e un relativo silenzio in quella torre di Babele. Le insegnanti superiori ripresero puntualmente i loro posti: ma sembrava tuttavia che tutte fossero in attesa. Allineate sulle panche lungo i lati dell'aula, le ottanta ragazze sedevano immobili ed impettite; una bizzarra assemblea: tutte con i capelli lisci e tirati all'indietro, senza un ricciolo in vista; i vestiti marroni, accollati, un misero fisciù attorno alla gola e piccole tasche in tela d'Olanda (un po' simili alla borsa dei montanari scozzesi) sul davanti dell'abito che servivano da borsa di lavoro. Tutte avevano pesanti calze di lana e scarpe grosse chiuse da fibbie di ottone. Più di una ventina di esse, così infagottate, erano ragazze grandi, ormai giovani donne; e la divisa le imbruttiva dando un'aria goffa anche alle più graziose.
Guardavo loro e le insegnanti - nessuna delle quali mi piaceva particolarmente perché la grassoccia era piuttosto volgare, la brunetta aveva un'aria terribile, la straniera era rozza e ridicola, e la signorina Miller, poveretta, era lì paonazza, male in arnese e oppressa dal lavoro - e ad un tratto, mentre il mio sguardo esaminava a uno a uno i volti, l'intera scolaresca balzò in piedi, come spinta da un istinto comune.
Che succedeva? Non avevo udito dare alcun ordine e non capivo. Prima che mi fossi riavuta, le classi erano di nuovo sedute: ma, poiché tutti gli occhi erano rivolti verso uno stesso punto, anche i miei seguirono la direzione generale e incontrarono la stessa persona che mi aveva ricevuto la sera prima. Era ferma al fondo della lunga sala, presso il caminetto - infatti ai due lati opposti c'era un caminetto - ed esaminava, silenziosa e grave, le due file di ragazze. La signorina Miller le si avvicinò, come per chiederle qualche cosa e, ricevuta la risposta, tornò al suo posto e disse forte:
“Prefetti della prima classe, andate a prendere i mappamondi”.
Mentre quell'ordine veniva eseguito, la signora avanzò lentamente nell'aula. Credo di essere portata naturalmente al rispetto perché ricordo ancora l'ammirato e reverenziale timore con cui i miei occhi seguivano i suoi passi. Vista così, in piena luce, appariva alta, bella e ben proporzionata, con gli occhi scuri luminosi e dolci e lunghe ciglia finemente disegnate che davan rilievo alla bianchezza della spaziosa fronte; i capelli, di un bruno molto intenso, erano raccolti sulle tempie in grossi riccioli, secondo la moda di quel tempo, quando non usavano né le bande lisce né i ricci lunghi; il suo abito, pure alla moda di allora, era di panno porporino con guarnizioni di velluto nero un po' alla spagnola; un orologio d'oro (allora gli orologi non erano diffusi come adesso) le brillava alla cintura.
Il lettore aggiunga, per completare il quadro, lineamenti molto fini, una carnagione chiara, anche se pallida; un'aria e un portamento nobili: e avrà, almeno per quanto le parole possono suggerirla, un'idea esatta dell'aspetto esteriore della signorina Temple: Maria Temple, come vidi scritto più tardi il suo nome su di un libro di preghiere che lei mi aveva incaricato di portare in chiesa.
La direttrice di Lowood (era lei, infatti), dopo essersi seduta davanti a due mappamondi posti su uno dei tavoli, chiamò intorno a sé la prima classe e cominciò una lezione di geografia; le insegnanti chiamarono le prime classi e, per un'ora, si svolsero interrogazioni di storia, grammatica ecc.; seguirono la calligrafia e l'aritmetica, e la signorina Temple diede lezione di musica ad alcune ragazze più grandi. La durata di ogni lezione era regolata dal pendolo, che infine batté le dodici. La direttrice si alzò:
“Devo comunicare qualche cosa alle allieve”, disse.
Il rumore delle voci già esploso alla fine delle lezioni si smorzò a quelle parole. Lei proseguì:
“Stamattina non avete potuto mangiare le vostre colazioni; avrete fame. Ho dato ordine che sia servita a tutte voi una merenda di pane e formaggio”.
Le insegnanti la guardarono con una certa meraviglia.
“Mi prendo io la responsabilità”, aggiunse nel tono di dar loro una spiegazione, e subito dopo lasciò la stanza.
Il pane e formaggio furono immediatamente portati e distribuiti con gran gioia e sollievo di tutta la scolaresca. Poi fu dato l'ordine: «In giardino!». Le ragazze infilarono un rozzo cappello di paglia con lacci di calicò colorato e un mantello di rascia grigia; anch'io fui equipaggiata allo stesso modo e, seguendo la corrente, uscii all'aria aperta.
Il giardino era un ampio recinto, circondato da mura così alte da impedire ogni vista al di fuori; lungo un lato si stendeva una veranda coperta, e larghi viali inquadravano uno spazio centrale diviso in una quantità di piccole aiuole: queste aiuole erano assegnate alle allieve perché le coltivassero e ognuna aveva la sua proprietà. In piena fioritura dovevano essere certo graziose, ma adesso, alla fine di gennaio, avevano il brullo e tetro aspetto invernale. Me ne stavo lì rabbrividendo e guardandomi attorno: era una brutta giornata per uscire all'aperto; non proprio piovosa, ma buia per una nebbia umida e gialla; tutto il terreno era bagnato dalla pioggia del giorno prima. Le ragazze più forti correvano, si impegnavano in giuochi movimentati, ma parecchie, pallide e gracili, si erano riunite, per trovare riparo e calore, nella veranda; e tra queste, che rabbrividivano per la nebbia che penetrava nelle ossa, molte tossivano.
Finora non avevo parlato con nessuna, e nessuna era sembrata accorgersi di me; me ne stavo dunque sola: ma ero ormai abituata a questo senso di isolamento e non mi pesava particolarmente. Mi appoggiai a una colonna della veranda, mi strinsi attorno il mantello grigio e, cercando di dimenticare il freddo pungente e la fame insoddisfatta, mi lasciai andare ad osservare e pensare. Le mie riflessioni erano troppo vaghe e frammentarie per meritare di essere ricordate: sapevo appena dove fossi; Gateshead e la mia vita passata sembravano fluttuare lontano a distanze impensabili; il presente era nebuloso e strano, e sul futuro non potevo fare congetture. Guardavo quel giardino conventuale e poi l'edificio, un vasto fabbricato per metà vecchio e tetro e per metà recentissimo. La parte nuova, dove c'erano l'aula scolastica e il dormitorio, prendeva luce da finestre a più aperture, con delle grate, che le davano un aspetto di chiesa; una lapide sopra la porta recava questa iscrizione:
Istituzione di Lowood. - Quest'ala è stata ricostruita, A. D..., da Naomi Brocklehurst, di Brocklehurst Hall, in questa contea. «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini affinché essi vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli». San Matteo v. 16.
Lessi e rilessi queste parole: sentivo che in esse vi era una spiegazione e non riuscivo a comprendere del tutto il significato. Stavo meditando sulla parola «Istituzione» e sforzandomi di stabilire una relazione fra la prima frase e il versetto della scrittura, quando un colpo di tosse subito dietro di me mi fece voltare. Vidi una ragazza seduta su una panchina di pietra: teneva fra le mani un libro che sembrava leggere con grande interesse; da dove ero potei vedere il titolo: era Rasselas¹, un nome che mi colpì per la sua stranezza e, quindi, per il suo fascino. Nel voltare una pagina le capitò di alzare gli occhi, ed io le dissi senz'altro:
“È interessante il tuo libro?”. Avevo già pensato di chiederglielo in prestito un giorno o l'altro.
“A me piace”, rispose dopo avermi osservata qualche secondo.
“Di che tratta?”, continuai. Non so proprio dove avessi trovato il coraggio per iniziare così una conversazione con una sconosciuta; era contrario alla mia natura e alle mie abitudini: ma penso che il vederla leggere avesse toccato in me, in qualche modo, una corda di simpatia; perché anche a me piaceva la lettura, sebbene leggessi senza impegno e ingenuamente: non potevo ancora assimilare e capire ciò che era serio e importante.
“Puoi vedere da te”, rispose la ragazza porgendomi il libro.
Guardai; una rapida occhiata mi convinse che il contenuto era meno avvincente del titolo: Rasselas parve noioso al mio gusto infantile; non parlava di fate, né di folletti; niente che eccitasse la fantasia appariva in quelle pagine fittamente stampate. Glielo restituii: lo riprese tranquilla e stava per immergersi ancora, senza dir parola, nella sua attenta lettura; quando io arrischiai di nuovo a disturbarla.
“Puoi dirmi che cosa significa quell'incisione, sopra la porta? Che cosa è l'Istituzione di Lowood?”.
“Questa casa dove sei venuta a stare”.
“E perché la chiamano Istituzione? È forse diversa dagli altri collegi?”.
“È in parte un istituto di beneficenza: tu, io e tutte le altre siamo qui per beneficenza. Immagino che tu sia orfana: tuo padre o tua madre non sono morti?”.
“Sono morti prima ancora che possa ricordarmene”.
“Ebbene, tutte le ragazze di qui hanno perduto uno dei genitori o tutti e due, e questa è chiamata appunto un'Istituzione per l'educazione degli orfani”.
“Non paghiamo? Ci tengono gratis?”.
“Paghiamo, o pagano i nostri parenti, quindici sterline all'anno per ognuna di noi”.
“Allora perché dicono che siamo qui per beneficenza?”.
“Perché quindici sterline all'anno non bastano per vitto e istruzione, e la differenza è colmata da sottoscrizioni”.
“Chi sottoscrive?”.
“Signori e signore caritatevoli di questi dintorni o di Londra”.
“Chi era Naomi Brocklehurst?”.
“La signora che ha fatto costruire la nuova ala di questa casa come è scritto sulla lapide; suo figlio sorveglia e dirige tutto qui”.
“Perché?”.
“Perché è tesoriere e amministratore dell'Istituzione”.
“Allora questa casa non appartiene a quella signora alta che porta un orologio e che ci ha detto che avremmo avuto il pane e formaggio?”.
“La signorina Temple? Oh, no! Sarei contenta se fosse così: lei deve rispondere al signor Brocklehurst di tutto quello che fa. Il signor Brocklehurst acquista tutto il nostro vitto e il nostro vestiario”.
“Abita qui?”.
“No... a due miglia di qui, in un grande palazzo”.
“È buono?”.
“È un pastore di chiesa, e dicono faccia del gran bene”.
“Hai detto che la signora alta si chiama signorina Temple?”.
“Sì”.
“E come si chiamano le altre insegnanti?”.
“Quella con le guance rosse è la signorina Smith; sorveglia il lavoro ed è maestra di taglio, perché ci facciamo da noi la biancheria, gli abiti, le pellicce e ogni cosa; quella piccola coi capelli neri è la signorina Scatcherd: insegna storia e grammatica e fa le ripetizioni alla seconda classe; e quella che porta lo scialle e tiene il fazzoletto in un sacchetto legato alla vita con un nastro giallo, è Madame Pierrot: viene da Lisle, in Francia, e insegna il francese”.
“Ti piacciono le insegnanti?”.
“Abbastanza”.
“Ti piacciono la piccola bruna e Madame...? Non so pronunciare il suo nome come fai tu”.
“La signorina Scatcherd è dura... devi stare attenta a non farla arrabbiare; Madame Pierrot non è cattiva”.
“Ma la signorina Temple è la migliore, non è vero?”.
“La signorina Temple è molto buona e molto intelligente; è superiore a tutte le altre perché sa molte più cose di loro”.
“Sei qui da molto tempo?”.
“Due anni”.
“Sei orfana anche tu?”.
“Ho perso mia madre”.
“Ti trovi bene, qui?”.
“Mi fai un po' troppe domande. Per ora ti ho risposto abbastanza: adesso voglio leggere”.
Ma in quel momento suonò la campana della colazione; tutte rientrammo. L'odore che riempiva adesso il refettorio era appena più appetitoso di quello che aveva solleticato le nostre narici a colazione: il cibo fu servito in due enormi vassoi di lamiera stagnata dai quali si levavano densi vapori che mandavano odore di grasso rancido. La pietanza consisteva in patate scotte e indefinibili brandelli di carne durissima, mescolati e cotti insieme. Ogni allieva ebbe una porzione piuttosto abbondante di questo preparato. Ne mangiai quel che potei domandandomi se il vitto di ogni giorno sarebbe stato sempre così.
Dopo il pasto ci trasferimmo immediatamente nell'aula: le lezioni ripresero e continuarono fino alle cinque.
L'unico avvenimento notevole del pomeriggio fu che vidi la signorina Scatcherd scacciare vergognosamente dalla classe di storia la ragazza con cui avevo parlato nella veranda e imporle di stare in piedi nel mezzo dell'aula. Quella punizione mi parve quanto mai crudele, specialmente per una ragazza così grande: dimostrava tredici anni e anche più. Mi aspettavo che desse segni di grande angoscia o vergogna; ma, con mia sorpresa, non pianse né arrossì: rimase lì, composta e seria: sotto gli sguardi di tutte. «Come può sopportarlo così tranquillamente... con tanta fermezza?», mi domandavo. «Se fossi al suo posto, vorrei che la terra mi si aprisse sotto i piedi per inghiottirmi. Sembra che pensi a qualche cosa al di là del suo castigo... Al di là della sua situazione: a qualche cosa che non è intorno a lei né davanti a lei. Ho sentito parlare di sogni a occhi aperti... sta forse sognando così? Ha gli occhi fissi sul pavimento, ma sono sicura che non lo vede... È come se scrutasse dentro di sé, fino all'intimo del suo cuore; credo che stia rivangando qualche suo ricordo, non ciò che è reale e presente. Mi domando che tipo di ragazza è... buona o cattiva?».
Subito dopo le cinque ci fu un altro pasto consistente in una tazza di caffè e mezza fetta di pane scuro; mangiai il pane e bevvi il caffè con grande appetito, ma sarei stata felice di averne ancora: la fame non mi aveva abbandonato. Seguì mezz'ora di ricreazione e poi lo studio; infine il bicchier d'acqua e il pezzo di focaccia di avena, le preghiere e a letto. Questo fu il mio primo giorno a Lowood.
[1] Storia di Rasselas, principe di Abissinia , spesso abbreviato in Rasselas , è un romanzo breve sul tema della felicità scritto da Samuel Johnson. Per approfondire - Link Wikipedia