II. APPARISCE PER LA PRIMA VOLTA GIUSEPPE ROULETABILLE

1931 Parole
II. APPARISCE PER LA PRIMA VOLTA GIUSEPPE ROULETABILLE Mi ricordo, come se la cosa fosse accaduta ieri, dell’entrata del giovane Rouletabille in camera mia, quella mattina. Erano circa le otto e me ne stavo ancora a letto leggendo l’articolo del Matin concernente il delitto del Glandier. Ma prima di tutto, ecco giunto il momento di presentarvi il mio amico. Ho conosciuto Giuseppe Rouletabille quando era ancora piccolo reporter. In quel tempo, esordivo in tribunale e avevo spesso occasione d’incontrarlo nei corridoi dei giudici istruttori, quando andavo a chiedere un permesso di comunicazione per Mazas o Saint-Lazare. Costui aveva, come suol dirsi, la parola pronta. La sua testa era tonda come una palla, ed è per questo, suppongo, che i suoi colleghi della stampa gli avevan messo quel soprannome che doveva rimanergli e che egli doveva illustrare. Rouletabille! [1] «Hai veduto Rouletabille? Guarda! Ecco questo benedetto Rouletabille!» Era, per lo più, rosso come un pomodoro; talvolta allegro come un fringuello, e talvolta serio come un papa. Come diamine, pur essendo così giovane (quando lo vidi per la prima volta aveva sedici anni e mezzo) si guadagnava già il pane col giornalismo? Ecco quel che avrebbero domandato tutti coloro che lo avvicinavano, se non fossero stati informati del suo esordio. Quando accadde il fatto della donna tagliata a pezzi in via Oberkampf (altro processo dimenticato) aveva portato al redattore capo dell’ Epoque, giornale che allora gareggiava di notizie col Matin, il piede sinistro che mancava nella cesta dove furono scoperte le lugubri spoglie. La polizia cercava invano da otto giorni quel piede sinistro, e il giovane Rouletabille lo aveva trovato in una fogna dove a nessuno era venuto in mente di cercarlo. Aveva dovuto per questo, arrolarsi in una squadra di caterattai avventizi che l’amministrazione della città di Parigi richiese in seguito ai guasti cagionati da una piena eccezionale della Senna. Quando il redattore capo fu in possesso del prezioso piede ed ebbe compreso per qual serie di intelligenti deduzioni un ragazzo lo aveva scoperto, si sentì pieno di ammirazione per tanta astuzia poliziesca in un cervello di sedici anni, e contento di esibire nella vetrina macabra del giornale il piede sinistro di via Oberkampf gridò: — Con questo piede farò un articolo dei più interessanti! — Poi, quando ebbe affidato il tetro involto al medico-legista addetto alla redazione dell’ Epoque, domandò al futuro Rouletabille quanto voleva per far parte, in qualità di piccolo reporter, del servizio dei Fatti diversi. — Duecento franchi al mese, – chiese modestamente il giovinotto, quasi soffocato dalla maraviglia che gli cagionava siffatta proposta. — Ne avrete duecentocinquanta, – soggiunse il redattore capo – ma dichiarerete a tutti che fate parte da un mese della redazione. Siamo intesi che non già voi avete scoperto il piede sinistro di via Oberkampf, ma il giornale l’ Epoque ha fatto ciò. Qui, amico mio, l’individuo è nulla: il giornale è tutto! — Ciò detto, pregò il nuovo redattore di ritirarsi. Tuttavia, quando fu sulla soglia della porta lo trattenne per chiedergli il suo nome. Il giovane rispose: — Giuseppe Giuseppini. — Questo non è un nome, – disse il redattore capo – ma dal momento che non firmate, a me poco importa.... — Il reporter imberbe si fece subito molti amici, poichè era servizievole e dotato di un buon umore che divertiva i più sornioni e disarmava i più gelosi. Al caffè del Foro, dove i reporters dei Fatti diversi si riunivano allora prima di salire in tribunale o alla prefettura a cercare il loro delitto quotidiano, cominciò ad acquistarsi una fama di uomo provetto nel trovare il bandolo delle matasse; fama che passò presto tutte le porte, anche quella del capo della pubblica sicurezza! Quando un affare lo meritava e Rouletabille (aveva già questo soprannome) era stato lanciato sulla pista di guerra dal suo redattore capo, gli accadeva spesso di farla in barba agli ispettori più rinomati. Al caffè del Foro, feci più ampia conoscenza con lui. Avvocati criminali e giornalisti non sono affatto nemici, perchè gli uni hanno bisogno di soffietti e gli altri d’informazioni. Conversammo, e provai subito una grande simpatia per quel bravo ragazzo. Era di un’intelligenza così sveglia e così originale! Ed aveva una originalità d’idee che non ho mai riscontrata in altri. Poco tempo dopo, mi venne affidata la cronaca giudiziaria del Cri du boulevard. Entrato nel giornalismo, il legame di amicizia stabilitosi fra Rouletabille e me, non poteva che stringersi viepiù. Infine, il mio nuovo amico ebbe l’idea di accettare una piccola corrispondenza giudiziaria che gli facevano firmare Business nel suo giornale l’ Epoque, e allora mi trovai in grado di dargli spesso quegli schiarimenti legali di cui bisognava. Così passarono quasi due anni, e più lo frequentavo, più gli volevo bene, poichè, sotto la sua apparenza di bonaria stravaganza, lo avevo intuito straordinariamente serio per la sua età. Assuefatto a vederlo allegrissimo, e talora anche troppo allegro, io lo trovai a momenti immerso in una profonda tristezza. Provai più volte a interrogarlo sulla causa di quel mutamento d’umore; ma subito egli tornava a ridere e non rispondeva. Un giorno, avendolo interrogato sui suoi genitori, de’ quali non parlava mai, mi lasciò facendo le viste di non avermi inteso. Frattanto, accadde il famoso fatto della Camera gialla, che doveva non solo rivelare il bravo reporter, ma fare di lui il primo poliziotto del mondo. Il doppio pregio, sebbene accolto in un solo individuo, non doveva stupire, dacchè la stampa quotidiana cominciava già a trasformarsi e a diventare quello che press’a poco è oggidì: la gazzetta del delitto. Qualche brontolone può deplorarlo; io ritengo che sia bene. Non avremo mai abbastanza armi, pubbliche o private, contro il delinquente. I brontoloni, invece, ribattono che a forza di parlare di delitti la stampa finisce con lo ispirarli. Ma vi sono delle persone con le quali non si ragiona.... Ecco dunque Rouletabille in camera mia, quella mattina, 26 ottobre 1892. Più rosso del solito, aveva gli occhi fuori dell’orbita, come si suol dire, e sembrava in preda ad un’intima commozione. Agitava il Matin con mano febbrile. — Ebbene, mio caro Sainclair, – gridò – avete letto?... — Il delitto del Glandier? — Sì; la Camera gialla! Che cosa ne pensate? — Diamine, penso che è stato il diavolo o il Babau che ha commesso il delitto. — Non scherzate. — Ebbene, io credo poco agli assassini che fuggono attraverso le pareti. Il sor Giacomo, per me, ha fatto male a lasciare dietro a sè l’arma del delitto e, siccome egli abita al di sopra della camera della signorina Stangerson, l’operazione architettonica di cui il giudice istruttore si occuperà quest’oggi, ci darà la chiave dell’enimma, e non tarderemo a sapere da quale bodola naturale o da quale porta segreta il dabben uomo ha potuto passare per tornare immediatamente nel laboratorio, presso il signor Stangerson che non si sarà accorto di nulla. Che dirvi? Questa è una ipotesi! — Rouletabille sedette sopra una poltrona, accese la pipa, che non posava mai, fumò alcuni istanti in silenzio, tanto per calmare, senza dubbio, quella febbre che, visibilmente, lo dominava, e poi mi disse, con un tono del quale non procurerò di rendere la incresciosa ironia: — Giovanotto!... Voi siete avvocato, ed io non dubito affatto del vostro talento per fare assolvere i colpevoli; ma se un giorno sarete magistrato istruttore, quanto vi sarà facile di far condannare gl’innocenti!... Siete nato apposta, giovanotto! — Ciò detto aspirò alcune boccate di fumo, poi soggiunse: — Non si troverà alcuna bodola, e il mistero della Camera gialla diventerà sempre più misterioso. Ecco perchè mi attrae. Il giudice istruttore ha ragione: non avremo mai veduto cosa più strana di questo delitto.... — Avete qualche idea della via che l’assassino ha potuto prendere per fuggire? – domandai. — Nessuna, – mi rispose Rouletabille – nessuna per il momento.... Ma ho già la mia idea circa la rivoltella, per esempio.... La rivoltella non ha servito all’assassino.... — A chi ha dunque servito, mio Dio?... — Ebbene, diamine.... alla signorina Stangerson! — Non ci capisco più nulla, – diss’io. – O per meglio dire non ci ho capito mai nulla.... — Rouletabille alzò le spalle: — Avete notato nulla nell’articolo del Matin? — No, affè mia.... tutto quello che racconta mi è sembrato egualmente bizzarro.... — Ma.... la porta chiusa a chiave? — Quella è la sola cosa naturale del racconto. — Davvero!... E il paletto?... — Il paletto? — Sì, il paletto messo all’interno?... La signorina Stangerson aveva preso molte precauzioni.... A parer mio, la signorina Stangerson sapeva di aver qualcuno da temere e si era premunita; aveva preso perfino la rivoltella del sor Giacomo, senza dirglielo. Certo, ella non voleva spaventare alcuno, e meno che altri, suo padre.... Quello che la signorina Stangerson temeva, è accaduto.... ella si è difesa, c’è stata lotta e si è servita abbastanza bene della rivoltella per ferire l’assassino alla mano (così si spiega la larga impronta sanguinosa di mano sulla parete e sulla porta: certo, l’uomo cercava quasi a tastoni un’uscita per fuggire) ma ella non ha tirato abbastanza presto per sottrarsi al colpo terribile che la percoteva alla tempia destra. — Dunque, la ferita alla tempia della signorina Stangerson non è prodotta dalla rivoltella? — Il giornale non lo dice, e per conto mio non lo credo, perchè mi sembra logico che la rivoltella abbia servito alla signorina Stangerson contro l’assassino. Ora, che arma aveva l’assassino? Quel colpo alla tempia sembrerebbe attestare che l’assassino volesse accoppare la signorina Stangerson.... dopo aver tentato invano di strangolarla.... L’assassino doveva sapere che la soffitta era abitata dal sor Giacomo, ed è una delle ragioni per le quali, suppongo, ha voluto agire con un’arma silenziosa, con un randello, forse, o con un martello.... — Tutto questo non ci spiega – osservai – come l’assassino è uscito dalla Camera gialla! — Siccome bisogna spiegarlo, – rispose Rouletabille alzandosi – andremo al castello del Glandier: son venuto a prendervi perchè veniate con me.... — Io! — Sì, mio caro, ho bisogno di voi. L’ Epoque mi ha affidato quest’affare ed io voglio metterlo presto in chiaro. — Ma in che cosa posso esservi utile? — Il signor Roberto Darzac è al castello del Glandier. — Sì, è vero.... e dev’essere disperato! — Bisogna ch’io gli parli.... — Rouletabille disse questa frase con un tono che mi maravigliò. — Forse che.... credete ch’io possa giovarvi da quel lato?... – domandai. — Sì. — Non volle dire altro. Passò nel mio salotto pregandomi di far presto a vestirmi. Conoscevo il signor Roberto Darzac per avergli reso un immenso servigio giudiziario in un processo civile, quand’ero segretario del notaro Barbet-Delatour. Il signor Roberto Darzac che aveva allora una quarantina d’anni, insegnava fisica alla Sorbona. Era molto intimo con gli Stangerson, perchè, dopo sette anni di una corte assidua, si trovava finalmente in procinto di sposare la signorina Stangerson, persona di una certa età (doveva avere circa trentacinque anni), ma ancora molto bella. Mentre mi vestivo, gridai a Rouletabille che aspettava impaziente nel salotto: — Avete un’idea sullo stato dell’assassino? — Sì, – rispose – credo che sia, se non dell’alto ceto, almeno di una classe elevata.... Ma è soltanto un’impressione.... — Da che cosa vi viene quest’impressione? — Diamine! – replicò il giovanotto – il berretto unto, il fazzoletto volgare, e le orme di rozze scarpe sul pavimento.... — Capisco, – diss’io – non si lasciano tante tracce dietro a sè quando sono l’espressione della verità! — Farete strada, caro Sainclair! – concluse Rouletabille. 1Frulla la tua palla; e sottintendi: aguzza il tuo ingegno; ingegnati, datti da fare.
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