Tijah riuscì a non accigliarsi e tenne a freno la lingua. Riusciva a capire il buonsenso nel separare Anu e Parvane, per il momento, ma non apprezzava la compagnia della strana ragazzina daeva. Non apprezzava la compagnia di nessuno.
Quando furono sole, guardò Anu dall’alto in basso. La ragazza stava ancora fissandosi i piedi come se contenessero il segreto della vita. «Non vuoi parlare, eh? Be’, sei fortunata: neanch’io.» Tijah le diede le spalle e cominciò a incamminarsi verso la casa sbilenca in fondo alla piazza. Un momento dopo, sentì il fruscio di piedi nudi dietro di sé.
Quell’abitazione era poco più di una capanna di mattoni di fango, con soglie strette che conducevano in tre camere al piano terra. I proprietari avevano raccolto tutto di corsa, lasciandosi ben poco alle spalle. Una rozza bambola di legno senza braccia. Una spazzola a cui mancavano metà dei denti.
«La vuoi?» Tijah la tenne in alto. «I tuoi capelli sembrano messi abbastanza male. Potresti volerli pettinare, qualche volta. No?» Gettò la spazzola da un lato, sbirciando Anu con la coda dell’occhio. «Potrei insegnarti qualche segno. Così potremmo comunicare senza dover parlare.» Tijah agganciò medio e anulare insieme, con i palmi rivolti verso l’alto. «Questo significa va’ a fotterti un gregge di cammelli. Puoi usarlo con Parvane ogni volta che vuoi. Non mi importa.»
Anu serrò le labbra nel tentativo di non sorridere. Quel gesto la fece sembrare più una persona vera.
«Non so te», annunciò Tijah, «ma è strano e abbastanza triste invadere la casa delle persone a questo modo, anche se non torneranno, perciò facciamo in fretta, va bene?»
Anu non rispose, ma sembrò uscire dalla sua trance, aiutando Tijah a esplorare l’abitazione, impilando ogni cosa che le sembrasse utile sul tappeto della sala. Nel frattempo, Tijah le insegnò qualche altro gesto che lei e Myrri avevano elaborato quando erano bambine.
«Questo significa smettila di parlare così forte, sono solo muta, non sorda», disse Tijah, toccandosi rapidamente la bocca e l’orecchio con un gioioso gesto plateale. «Questo è un sì» – un pugno chiuso – «e questo un no» – le prime due dita della mano destra a sbattere contro il palmo sinistro.
Anu provò gli ultimi due, il viso estremamente concentrato.
«Molto bene.» Tijah sogghignò. «E questo significa stai diventando calvo per via della tigna, brutto figlio di un pappone.»
Circa un’ora dopo, si riunirono tutti nella piazza e fecero un cumulo con le cose che avevano trovato. Alcune erano estremamente necessarie – giacche di lana, qualche paio di solidi stivali di cuoio, verdure marinate in giare di terracotta e carne di montone sotto sale – mentre altre erano oggetti che avevano semplicemente attirato l’attenzione dei bambini più piccoli. Una carrozza giocattolo completa di cavalli che si poteva tirare dietro di sé con una corda. Un gatto intagliato nel legno.
Pegah si incaricò di guardare tutto, ordinando ai più piccoli di mettere gli oggetti più utili in un piccolo carretto che avrebbero potuto agganciare alla cavalla. Lei e Parvane continuarono a chiacchierare, ammirando questo o quel tesoro, mentre Bijan e Abid seguivano diligentemente le istruzioni. L’unica a non fare nulla era Anu. Si era chiusa di nuovo nel suo mondo, seduta a terra vicino al pozzo a stuzzicarsi i piedi nudi.
Tijah prese da parte Achaemenes, abbassando la voce così tanto da farle dubitare che persino un daeva potesse sentirla.
«Qual è la sua storia?» sussurrò, portando gli occhi su Anu. «La sua amah era un mostro?»
Achaemenes si strinse nelle spalle. «Non un mostro peggiore delle altre. È sempre stata così. Diversa. A disagio sia con i bambini che con gli adulti.»
«È lenta?» domandò Tijah, dubitandone subito. La ragazzina aveva occhi svegli quando si prendeva la briga di guardarti, e aveva imparato i segni delle mani abbastanza in fretta.
«L’opposto. Anu ha una mente brillante, quando decide di utilizzarla. Era la prima della classe.»
«Gli altri ragazzini la odiavano per questo?»
Achaemenes si strinse nelle spalle di nuovo. «Alcuni sì.»
«Perciò aveva nemici da tutte e due le parti. Non deve essere stato facile.»
Achaemenes le scoccò un’occhiata indagatrice. «Potrebbe farle comodo un’amica. Non so se ne abbia mai avuta una.»
A Tijah non piaceva il modo in cui lui la guardava, con pietà negli occhi. Come se potesse vederle dentro. Come se magari pensasse che fosse Tijah quella che aveva bisogno di un’amica. La cosa la rendeva furiosa. Non era possibile che capisse come si sentiva.
«Be’, può cercare altrove», rispose Tijah, e la sua voce aveva un tono più acido di quanto avrebbe voluto. «Non sono qui per questo.»
Achaemenes serrò la bocca. Tijah avvertì un’ondata di meschino trionfo per essere riuscita ad arrivare a lui, quando un formicolio la costrinse a guardare dall’altra parte della piazza, attraverso le ombre che si andavano addensando, dove Anu era accucciata presso il pozzo. La ragazza li stava osservando. Probabilmente aveva ascoltato l’ultima parte visto che, nella sua irritazione, Tijah aveva dimenticato di abbassare la voce. Maledetti daeva.
«Merda», borbottò Tijah.
«Rimaniamo qui per la notte?» domandò Achaemenes. Era deluso da lei.
«Direi di sì. Ci muoveremo alle prime luci.»
Lui ghignò. «Vuoi dire che potrò davvero dormire in un letto?»
«Non ho detto questo.» Indicò un punto lungo la strada. «C’è un edificio laggiù che sarà perfetto.»
Era quello più alto del villaggio, quattro piani di solida pietra rinforzata dalla malta. Tijah lo aveva notato mentre stava esplorando un gruppo di case nelle vicinanze e lo aveva immediatamente segnato come eccellente punto d’osservazione.
Lo stile circolare lo rendeva diverso dagli altri edifici, e le pietre erano più consumate dalle intemperie, come se la struttura fosse risalente a prima del villaggio. Chi lo avesse costruito era un mistero, ma Tijah immaginò che l’insediamento fosse cresciuto intorno a esso. Pensò che magari la torre fosse un luogo di osservazione, ai tempi in cui i predoni delle tribù collinari di Bactria si abbattevano sui pastori della Great Salt Plain.
Qualunque cosa fosse stata prima, gli abitanti del villaggio adesso utilizzavano la torre per stipare il grano. Una scala conduceva a un attico senza finestre e con balle di fieno, e poi a un tetto di legno da cui si godeva di una chiara visuale in tutte le direzioni. Tijah legò la cavalla a un palo e le diede una manciata di fieno. L’ultimo tenue chiarore di luce stava sbiadendo oltre il bordo dell’orizzonte occidentale quando Tijah e Achaemenes raggiunsero la cima della scala traballante. Tijah si sedette sul margine del tetto, facendo dondolare i piedi in basso. Non aveva mai avuto paura delle altezze, anche se Myrri le detestava.
Si tirò su la manica e toccò il bracciale d’oro che le cingeva ancora il polso destro. Se solo Myrri avesse avuto paura anche degli spazi chiusi. Allora sarebbe potuta rimanere vicino al ponte con Tijah e i cavalli. I mercenari non l’avrebbero colta di sorpresa e Myrri non si sarebbe trasformata in un segno di bruciatura nei tunnel sotto Karnopolis.
Le basse voci dei bambini arrivavano dall’attico sottostante. Per gli occhi di Tijah lì dentro era buio pesto, ma i daeva potevano vedere nell’oscurità come gatti e i ragazzini non ebbero problemi a salire la scala e ad appollaiarsi sulla paglia.
«Quanto manca a Gorgon-e Gaz?» domandò Achaemenes, sistemandosi al suo fianco.
Tijah lasciò ricadere la manica, nascondendo il bracciale. «Due giorni per arrivare alle montagne, altri due per attraversarle.»
«Pensi che ce la faremo?»
Tijah si voltò a guardarlo. «Ce la faremo.»
Lui annuì, ma non come se le credesse. Solo perché era la cosa educata da fare. «Perché non riposi un po’? Ti sveglio io tra qualche ora.»
Tijah scivolò lungo la scala e si accucciò nel fieno. I ragazzini già dormivano. Ascoltò il loro lento respiro per qualche minuto. Aveva perso tutte le sue icone – Mami Natu, la dea della fertilità con le mammelle pendule; Innunu, la feroce patrona di Tijah, mezza donna, mezza falco; e Kavi, la dispensatrice di giustizia a nove teste e nove braccia – a Karnopolis. Ma vivevano nel suo cuore.
Fateci attraversare la pianura, pregò. È tutto ciò che chiedo. Qualunque cosa accada dall’altra parte, sta a voi.
Le sembrava di aver appena chiuso gli occhi quando Achaemenes la chiamò nell’oscurità, a voce bassa, in modo da non destare gli altri. Non la toccò, cosa che lei apprezzò.
«Sicura di farcela?» le domandò, mentre lei sbatteva le palpebre come un gufo e sbadigliava fino a spaccarsi la mascella. Un pallido rigagnolo di luce lunare dall’alto le permetteva di distinguere le sagome dormienti dei bambini. «Posso fare anche il prossimo turno di guardia. Non sono stanco.»
«È il mio turno», replicò Tijah, barcollando verso la scala.
Si sedette con il mento appoggiato alle ginocchia, gli occhi ostinatamente fissi sull’orizzonte orientale. Non c’era nessuna traccia dell’alba. Probabilmente mancavano ancora un paio d’ore. Andava bene. Poteva farcela. Era andata avanti senza dormire moltissime volte.
La pianura si estendeva davanti a lei come un oceano nero.
Ce la faremo. Achaemenes non ci crede, ma ce la faremo.
Rimase seduta per un po’, poi percorse il perimetro della torre. Sedici passi. Cominciò a sentire freddo e si sedette per trattenere un po’ di calore. Ogni volta che il mento si inclinava verso il petto, si dava un pizzicotto e si alzava. Camminò ancora. Un’ora prima dell’alba, una visione si abbatté su di lei, chiara come se fosse reale.
Myrri. Sulla poppa di una piccola barca in quell’oceano nero. In attesa. È troppo lontana perché possa vederla in faccia, ma Tijah è pronta a scommettere che ha quel sorriso ironico, quello che veniva fuori soltanto quando erano da sole. Tijah è in piedi sulla riva e capisce, anche senza bisogno di segni, ciò che vuole Myrri.
Sto arrivando, sorella. In un modo o nell’altro, sto arrivando…
* * *
Tijah si svegliò quando i primi caldi raggi del sole le colpirono il viso. Si stiracchiò, realizzò cosa fosse successo, e imprecò a lungo. Era la prima volta che si addormentava durante il turno di guardia.
Balzò in piedi, schermandosi con la mano contro la bassa angolazione del sole. Un momento di cecità mentre strizzava gli occhi per vedere oltre il villaggio, verso la piana al di là di quello, e di colpo fu sveglia del tutto, il cuore a battere come se avesse attraversato di corsa il Sayhad a mezzogiorno.
«Achaemenes!» gridò, cercando di non lasciar trapelare il panico. «Vieni qui. Adesso!»
Alcuni istanti dopo, una chioma di arruffati capelli castani fece capolino dalla botola. Achaemenes si tirò su e quindi fu al suo fianco.
«Sacro Padre», mormorò.
Un’enorme nube di polvere oscurava la pianura a non più di una lega dal villaggio, e si stava muovendo velocemente, da ovest a est. Nella stessa direzione in cui stavano andando loro.
Lungo la strada che passava proprio attraverso il villaggio.
«Quella non è una tempesta di sabbia», disse Tijah, sentendo allo stesso tempo la nausea e la paura e il senso di colpa. «Non c’è vento.»
«È un esercito», finì Achaemenes per lei.
Si guardarono l’un l’altra. Poi scattarono verso la scala. Lui non disse niente del fatto che Tijah si fosse addormentata, trascurando i propri doveri, e lei neanche.
Tijah saltò a terra dalla scala fino al piano soppalcato, Achaemenes dietro di lei.
«Svegliatevi», abbaiò.
Volti sonnacchiosi, palpebre che sbattevano. Pegah le lanciò un’occhiata accusatoria, come se li stesse disturbando per divertimento.
«I Druj stanno arrivando», sbottò Tijah. «E sono in tanti.»
Questo mise tutti in movimento. Bijan emise un gemito, aggrappandosi alla gamba di Pegah.
Achaemenes afferrò le coperte e le raccolse in una palla che scagliò attraverso il foro nel pavimento. «Vado ad agganciare il carro.»
«Abbiamo ancora tempo per andarcene, anche se poco», disse Tijah, raccogliendoli verso la scala mentre faceva un rapido censimento: Anu, Parvan, Bijan, Pegah…
«Dov’è Abid?» domandò. «Dove diavolo è Abid?»