CAPITOLO TRE
Tijah era contenta di aver perso qualche istante extra per prendere giacche e scarpe dal carro perché, mentre si avvicinavano alle cime appuntite della catena del Khusk, i giorni si erano fatti più freschi e le notti erano diventate proprio gelide. Dormivano accucciati insieme sotto una coperta sottile, con un milione di stelle a brillare sopra di loro come ghiaccioli.
Sentiva la pancia vuota. Le loro scarse provviste si erano ridotte quasi a niente. Tijah non aveva osato avvicinarsi a nessuno dei villaggi lontani che avevano individuato dall’altra parte della pianura, neanche quelli che avevano tracce di fumo sopra i tetti. Ma almeno Anu aveva trovato dell’acqua, una piccola sorgente tra le rocce.
Il rivolo era stato sufficiente a riempire gli otri, ma niente di più. Da una settimana nessuno di loro aveva avuto l’opportunità di farsi un bagno. I capelli di Anu avevano l’aspetto di un pagliaio infestato da insetti. Avevano freddo e fame, e puzzavano. L’unico lato positivo, pensò Tijah, era che non riusciva più a far caso all’odore.
«Sarete abbastanza al sicuro a Tel Khalujah», disse ad Anu e ad Abid mentre dividevano con cura la manciata di noci in tre misere pile.
Il gattino emise un debole miagolio e Abid gli offrì un pezzetto di formaggio dalla tasca.
«Hanno i Water Dog. Li conosco molto bene.» Tijah si strofinò le mani. Erano screpolate per via del sole e del vento, la pelle lungo le nocche dolorosamente spaccata. Scelse le parole successive con molta cura. Lasciò che fossero i suoi fantasmi a mentire. «Vivevo lì, un sacco di tempo fa. In ogni caso, i Water Dog sono bravi a uccidere i Druj. Sono i migliori. È ciò per cui vengono addestrati. E il satrapo Jaagos ha anche dei soldati, a centinaia. La città reggerà. A Tel Khalujah sarete al sicuro.»
Abid annuì, felice di crederle, ma Tijah notò un lampo di scetticismo negli occhi verdi di Anu. C’era un mondo di differenza tra i sei e i nove anni.
«Magari Achaemenes ci troverà», disse Abid, speranzoso.
Le labbra di Anu tremarono. «È morto», sbottò. «Sono tutti morti. Perciò smettiamo di far finta che non sia così.»
Il viso di Abid si fece rosso di rabbia. «Non dirlo!»
«Anu…» cominciò Tijah.
«È soltanto la verità», borbottò la ragazzina. Balzò in piedi e si incamminò a grandi passi verso le tenebre, ma non prima che Tijah vedesse le lacrime bagnarle le guance.
«Non voleva dirlo», mentì Tijah, tirando Abid a sé. «Ha solo paura.»
Lascia che questo povero bambino si aggrappi alla speranza. È tutto ciò che ha.
Il cibo terminò e loro andarono avanti. A volte il vento creava diavoli con la sabbia che vorticavano e danzavano lungo la landa desolata. Ogniqualvolta che Tijah ne vedeva uno, pensava fossero i Druj. Che li avessero scovati. Ma la mera immensità della Great Salt Plain li aiutava a nascondersi. Erano come pulci che strisciavano sulla faccia della luna.
Quando non osservava le nubi di polvere o non si accigliava nel vedere i fuochi lontani che lambivano l’orizzonte, Tijah teneva gli occhi sulle montagne grigio-azzurre ricoperte di neve. Le distanze erano ingannevoli. I monti Khusk incombevano su di loro da giorni e non importava quanto camminassero, sembrava che non si avvicinassero mai. Ecco quanto erano alte quelle cime.
Sentiva la testa leggera a causa della fame quando le arrivò il familiare fetore della morte. Avevano finalmente raggiunto le colline, e Tijah conosceva l’area dai tempi in cui la pattugliava con Myrri e gli altri Water Dog. Non c’erano villaggi nelle vicinanze. Tel Khalujah era almeno a un giorno di viaggio di distanza.
«Restate qui», disse ai bambini. Si erano fermati all’ombra delle montagne, su una salita leggermente alberata, nel punto in cui terminava la linea della vegetazione. Qualunque cosa ci fosse in attesa, era al di là del crinale.
«No», rispose Anu, alzando il mento. «Non ci lascerai indietro.»
«Non so cosa ci sia dall’altra parte», insistette Tijah. «Ma non sarà niente di buono. Vuoi davvero vedere?»
Anu sostenne il suo sguardo, mentre Abid faceva passare ansiosamente gli occhi tra loro.
«Va bene.» Tijah sollevò la sacca quasi vuota. «Andiamo. Ma non userete il potere a meno che non sia io a dirvelo, ci siamo capiti?»
Si inerpicò lungo la ripida salita rocciosa, facendo cadere la ghiaia a ogni passo. A metà del percorso, dovette proseguire carponi per evitare di scivolare di nuovo giù. L’unico suono era il vento onnipresente, ma Tijah rallentò quando raggiunse la cima, strisciando per qualche altro passo e facendo cenno ai ragazzini di restare indietro.
La scena nella stretta gola sottostante le fece stringere le viscere. Erano incappati nei resti di una battaglia, ed era chiaro quale fazione avesse perso. Ovunque giacevano soldati nella livrea dell’ex sovrano, letteralmente fatti a pezzi. Accesi punti di azzurro e rosso nelle pile di corpi significavano che c’erano degli Immortali, o ciò che restava di loro. Tijah credeva che i villaggi l’avessero preparata a tutto. Ma anche se quegli uomini non erano suoi alleati, si sentiva nauseata, specialmente per i daeva, a cui non era stata data scelta.
«Chiudi gli occhi, Abid», disse.
Naturalmente i ragazzini ignorarono i suoi ordini e si inerpicarono fino a lei per sbirciare oltre il bordo.
«È troppo tardi», disse Anu. Non c’era alcuna emozione sul suo volto mentre osservava la carneficina. «Ha già guardato.»
«State zitti», mormorò Tijah con voce assente. «Ho bisogno di pensare.»
«Sono stati i Druj», disse Abid. Strinse il gattino più forte e l’animale emise un debole lamento. «Hanno ucciso tutti. Uccideranno anche noi?»
«Ho detto di stare zitti!» sbottò Tijah.
Abid assunse un’espressione addolorata.
«Tu dovresti ascoltare», disse Anu. «Non è colpa sua.»
«Zitti, tutti e due.» Tijah si morse il labbro. Un fiume poco profondo si snodava attraverso il centro del canyon, così pieno di cadaveri da aver straripato. Quelli grottescamente più grandi dovevano essere revenant. Sembravano essere stati tutti decapitati. «Andrò lì sotto.»
«Perché?» La voce di Abid aveva un tono lamentoso.
«Perché devo sapere cosa è successo. Perché c’è dell’acqua. Se risaliamo abbastanza, dovrebbe essere potabile. E perché potrebbero avere del cibo.» Si voltò verso i bambini, troppo stanca per discutere o convincerli o per fare qualunque altra cosa che non fosse domandare: «Restate qui o venite?»
«Veniamo», rispose subito Anu.
«Statemi vicini, allora.»
La discesa sembrava persino più ripida della salita che avevano appena percorso, e scivolarono per la maggior parte del tempo. In basso non si muoveva niente, neanche gli avvoltoi o gli altri spazzini, cosa che Tijah trovava estremamente inquietante. Immaginava che la battaglia fosse avvenuta un giorno prima o due, anche se era soltanto un’ipotesi. Il sangue sulle rocce – e ce n’era parecchio – si era seccato fino a diventare marrone scuro.
Tijah cominciò a seguire il corso d’acqua, facendo il giro dei mucchi di sangue e ossa che una volta erano esseri umani. Cercò di non guardare troppo attentamente, di concentrarsi sulle sacche e sulle bisacce che avrebbero potuto contenere cibo, ma ogni cosa era così impregnata di sangue e viscere che iniziò a darsi per vinta. I bambini proseguivano dietro di lei, pallidi e silenziosi. Per la dea, si stavano indurendo. Abid, che aveva vomitato la colazione vedendo le pecore morte una settimana prima, per sbaglio calpestò un torso smembrato senza dire niente. Si strinse ancora di più alla mano di Anu, però, e questa volta lei lo lasciò fare.
Scendere lì era stato un errore. Avrebbero semplicemente dovuto proseguire. Mancava soltanto un giorno ai cancelli di Tel Khalujah. Tijah sapeva che non si sarebbe mai tolta quelle terribili immagini – un braccio reciso che ancora reggeva una spada, un unico occhio azzurro che galleggiava trasportato dalla corrente – dalla mente. E se anche ci fosse riuscita, quei bambini sarebbero stati segnati per la vita.
Ora questo è interessante.
Tijah rallentò quando raggiunse un uomo accucciato da un lato. Aveva le vesti orlate di rosso dei Numeratori, una gamba piegata a un’angolazione strana. Aveva i capelli mossi e argentei e un volto gentile, distinto. Il tipo di viso che ci si sarebbe aspettati da un vecchio re benevolo. E non era soltanto un Numeratore qualsiasi, notò lei. La tunica portava il sigillo dell’occhio con una fiamma al posto della pupilla. Una Mano del Padre. Gli assassini del Re.
Cosa stanno facendo qui?
Tijah sputò ai piedi dell’uomo mentre i suoi occhi si aprivano e si fissavano su di lei.
«Merda!» Balzò all’indietro, mentre le vene le vibravano per la scarica di adrenalina.
Abid emise uno squittio mentre Anu lo tirava via. «Spettro!» gridò. «Spettro!»
«Non è un maledetto spettro», rispose Tijah, riprendendo il controllo. Osservò attentamente il Numeratore. «Guardategli gli occhi.»
L’anziano fece un verso gracchiante mentre Tijah si avvicinava. Il sangue gli inzuppava il davanti della tunica bianca, dando al sigillo un aspetto persino più sinistro. Deve essere una ferita all’addome. Se fosse stata al petto, l’uomo sarebbe stato già morto. Ma si poteva vivere per parecchio tempo con una ferita al ventre. Tijah aveva sentito dire che era un’agonia.
«Aiutami, bambina», gemette.
Tijah si abbassò, rimanendo lontana dalla sua portata. «Cosa è successo qui?» domandò, cercando di mascherare il disgusto che provava per quell’uomo. Scopri ciò che sa.
«Il Sacro Padre ci ha voltato le spalle», disse attraverso le labbra spaccate. «Erano così tanti…»
«Ma perché eravate qui, tanto per cominciare? Avevano bisogno di voi sulla pianura, non tra le montagne!»
Il Numeratore rivolse gli occhi verso il ruscello a pochi passi di distanza. Ora Tijah riusciva a vedere la gamba rotta, i frammenti d’osso che sbucavano in diversi punti. Puzzava di infezione. Che tortura doveva essere, giacere lì, così vicino ma così lontano.
«Acqua, per favore. Avete dell’acqua?»
Tijah si inclinò in avanti, mentre l’ultimo barlume di pazienza si spegneva. «Dopo che mi avrai detto cosa diavolo stavate facendo qui. Se ci sono Immortali vuol dire che venite da Persepolae. Perché stavate andando a Tel Khalujah?»
L’uomo si tirò indietro. Una lingua simile a una lumaca strisciò fuori e inumidì le labbra. «Non a Tel Khalujah. Per ordine di Patar Araxa e Re Artaxeros II, che il Padre benedica il suo nome, questi uomini coraggiosi avevano il compito di arrestare la famiglia della traditrice Nazafareen, del clan Four-Legs.»
Tijah gli scoccò un’occhiataccia. «Sono tutti imparentati, pezzo di merda. Stai parlando di centinaia di persone.»
La Mano non rispose. Chiaramente per lui non era una novità.
«Eri tu nella sua cella, non è vero? Lei mi ha parlato di te.»
«Ti prego. Acqua.»
«Volevi che torturasse Darius. Con il bracciale.»
Occhi di un azzurro pallido lampeggiarono e Tijah ebbe uno scorcio dell’uomo dietro quella maschera gentile. Uno zelota rabbioso. «Ho offerto a quel demone l’opportunità di confessare i suoi peccati. Di salvare la sua miserabile vita.»
Tijah osservò il Numeratore, mentre il volto le diventava più freddo a ogni secondo. «Hai detto che siete venuti ad arrestare la sua gente. Ma non c’era verso di portare tutte quelle persone a Persepolae. Perciò eravate qui soltanto per giustiziarli, non è vero? Anche le donne e i bambini.» Tijah scosse la testa per il disgusto. «La vostra capitale d’estate è stata saccheggiata da Alexander, a proposito. Il Re è morto. Pugnalato dalla sua stessa daeva.» Scoppiò a ridere, un raglio fragoroso, e fu una sensazione così bella che Tijah si domandò se sarebbe stata capace di fermarsi, ma poi ricordò il clan Four-Legs. Il padre e la madre di Nazafareen. Suo fratello maggiore. Come si chiamava? Kian. «Dimmi un’altra cosa e ti darò dell’acqua.» Tirò fuori l’otre quasi vuoto e lo scosse in modo che l’uomo potesse sentirne lo sciabordio. «Il vostro esercito è stato massacrato prima o dopo aver completato la missione?»
Il Numeratore sembrò perdersi per un momento. Ebbe un sussulto e si chiuse sempre di più in se stesso, come se qualcosa dentro di lui si stesse tirando indietro. Una chiocciola che si rifugiava nel suo guscio.
«Prima», ripeté Tijah, enfatizzando ogni sillaba. «O dopo.»
«Dopo», sussurrò lui.
I suoi occhi erano velati dalle lacrime mentre si tirava in piedi. «Andiamo», disse ai bambini, che avevano seguito lo scambio in silenzio.
«Aspetta! Mi avevi promesso dell’acqua!»
«Ho mentito, cazzomerda», rispose lei senza voltarsi, versando il contenuto dell’otre a terra, a pochi centimetri dalle dita contorte dell’uomo. «Proprio come te.»
«Non ho mentito!» Ringhiava come un cane. «Li abbiamo trovati e li abbiamo scuoiati, proprio come il Sacro Padre scuoierà te e questa progenie del demonio! Riconosco le creature che camminano al tuo fianco e che indossano l’azzurro. Daeva!» La voce si infranse, sospesa sull’orlo della follia. «Ti prego. Se non vuoi darmi dell’acqua, allora… uccidimi. Poni fine alle mie sofferenze. Sono passati tre giorni.» Singhiozzò. «Tre giorni. Ho fatto finta di essere morto in modo che i Druj mi risparmiassero, ma non posso neanche strisciare. Vedo che porti una spada sulla schiena. Abbi pietà!»
Abid sgranò gli occhi. «Forse…»
«No», disse Tijah con voce piatta. Il suo sguardo discese su un giovane, con il volto immerso nella corrente a dieci passi di distanza. Non era un soldato. Indossava pantaloni che gli andavano larghi su un paio di stivali di cuoio. Uno lo aveva perso, e Tijah non riusciva a smettere di fissare il piede bianco ricoperto dalla fanghiglia del torrente. Era solo un ragazzo. «Da parte nostra non ci sarà alcuna pietà.»
Si incamminò e, dopo un paio di secondi, Abid la seguì, anche se continuava a guardarsi alle spalle.
«Meretrice pagana!» gridò il Numeratore.
«Spero che gli ci voglia tanto a morire», dichiarò Anu in tono pratico.
Tijah scosse il capo. Quella ragazza aveva una vena spietata grande quanto la sua.
Sono scappata per tutti questi anni ma, alla fine, sono una vera figlia di Al Miraj. Conosco il codice degli dei senza occhi. E non c’è spazio per la pietà nella fornace ardente del Sayhad. Un sorriso perverso le guizzò sulle labbra. Mio padre ne sarebbe orgoglioso.
* * *
Le sue peggiori paure furono confermate il giorno successivo, quando raggiunsero Tel Khalujah. I cancelli della città erano stati scardinati e la cenere ancora aleggiava nell’aria come neve, anche se i fuochi si erano ormai spenti.
«Non entreremo, vero?» Non era stato Abid a chiederlo questa volta, ma Anu, che non aveva mai mostrato paura di fronte a niente. A quanto pareva, persino lei aveva paura di entrare in una grossa città che era stata invasa dai Druj.
«No, non entreremo», rispose Tijah dolcemente.
Rimase lì in piedi, fissando i cancelli contorti, i piedi bloccati al suolo. Non aveva pianto per il clan Four-Legs né per Achaemenes e gli altri bambini che di sicuro dovevano essere morti anche loro. Pensava di aver perso la capacità di provare alcunché. Ma vedere Tel Khalujah, con le sue spire meravigliose e i mercati frenetici, ridotta a una gigantesca tomba, un mucchio di detriti di pietra annerita e legno in frantumi, le fece quasi perdere la volontà di andare avanti.
Ecco quale sarà l’aspetto che avrà il mondo, un giorno. Tutto quanto.
«Vieni.» Abid le prese la mano e la tirò via. «Andiamo. Questo posto non mi piace.»
Tijah non si mosse. Ricordava i giardini rigogliosi, il ronzio delle api in estate. Le due caserme, una per gli umani, una per i daeva. Ricordava di come fosse solita sgattaiolare via di notte per andare a trovare Myrri e di come si sedessero sul suo duro letto comunicando a gesti, Myrri che rideva silenziosamente mentre Darius e Tommas facevano la guardia a turno, nel caso in cui fosse arrivato Ilyas…
Il peso dei ricordi la schiacciò come un migliaio di tonnellate di detriti.
Vieni, sorella! Andiamo alle stalle e chiediamo a Tommas se può darci un cavallo. Scenderemo al fiume e faremo il solletico sulla pancia ai pesci come mi ha insegnato Rasam. Le mani di Myrri avevano mimato il solletico.
Ma sono viscidi, aveva obiettato Tijah. Non le erano mai piaciuti i pesci. Erano delle creature bizzarre. Non ne aveva mai visto uno prima di arrivare a Tel Khalujah.
Non fare la stronzetta! Myrri aveva contratto le labbra e aveva alzato il naso in aria. Tutte e due erano cadute a terra dalle risate.
Tijah fissava ciecamente i cancelli infranti, mentre Abid la tirava di nuovo per la mano. Il bambino lanciò un’occhiata preoccupata ad Anu.
«Ti aiuterò a uccidere i Druj che hanno fatto questo», disse Anu, facendo un passo in avanti. La punta della testa raggiungeva appena il gomito di Tijah, ma la sua voce portava un grado di determinazione sorprendente. «Gliela faremo pagare. Dopo che avremo liberato i daeva di Gorgon-e Gaz.»
Non perdere tempo qui, sorella, le disse a gesti Myrri, e questa volta non fu un ricordo, ma una voce silenziosa nella testa di Tijah. I morti sono andati e i vivi hanno bisogno di te.
Tijah rimase zitta per un momento. Poi sbatté le palpebre come una donna che si fosse appena svegliata da un sogno.
«Giocavo a chaugan laggiù», disse, indicando un campo ricoperto d’erba a mezza lega di distanza. «Sapete cos’è?»
Non lo sapevano, perciò spiegò loro le regole mentre si lasciavano la città morta alle spalle, di come si giocasse sui cavalli e di come si dovesse colpire una palla di legno con un mazzuolo, cosa che era più difficile di quanto sembrasse. Seguirono la strada, allontanandosi da Tel Khalujah e dai suoi fantasmi, oltre il fiume fino ai boschi al di là di quello.
«C’è qualcuno dietro di noi», disse Anu dopo un po’.
Tijah si voltò verso di lei. «Umano o Druj?»
«Non lo so. Ma continuo a sentire ramoscelli che si spezzano.»
Tijah naturalmente non aveva udito niente, ma non dubitava neanche un po’ dei sensi acuti della daeva. «Faremo il giro. Li batteremo al loro stesso gioco. Pensi che sia più di uno?»
«Potrebbero essere in due. Ma non è un esercito, se è quello che mi stai chiedendo.»
«Bene. Uno o due li possiamo gestire.» La speranza sbocciò per un breve istante. «Potrebbe essere Achaemenes?»
Anu scosse il capo. «Non farebbe mai così tanto rumore.»
«Okay. Bene, vi voglio tutti e due silenziosi come Achaemenes. Taglieremo attraverso gli alberi. Magari sono sopravvissuti. Potrebbero averci visto.» Tijah non credeva fosse così – chi sarebbe rimasto in quelle rovine se fosse stato in grado di camminare? – ma non riusciva a capire chi altri potesse trovarsi lì fuori. I Druj erano stati inviati a setacciare la terra ed era precisamente ciò che avevano fatto.
Tijah ripercorse i loro passi attraverso una foresta ben curata di betulle e pioppi. Era stata il parco privato del satrapo Jaagos, dove lui cacciava orsi e cinghiali. Misero paura a una gazzella intenta a bere al fiume e Tijah desiderò di avere arco e frecce, ma poi l’animale balzò via con una tale grazia che fu contenta che vivesse, anche se lei aveva lo stomaco vuoto.
Anu le toccò il braccio e qualche istante dopo apparve un uomo. All’inizio Tijah pensò che fosse la Mano del Padre, che dava loro la caccia, nonostante avesse visto la gamba rotta con i suoi stessi occhi. O magari il suo fantasma, alla ricerca di vendetta. Mentre si avvicinava, però, Tijah notò che, pur avendo anche lui i capelli argentei, lo sconosciuto aveva il viso molto più segnato. Sofferente.
Strizzò gli occhi attraverso la luce maculata della foresta. Aveva un aspetto quasi familiare…
«Per la dea», mormorò. «È il magus.»
«Quale magus?»
«Zitto, Abid», sibilò Anu, afferrandolo. Abid si divincolò.
Tijah ricordava di essere seduta nello studio del magus mentre quello continuava a blaterare del Sacro Padre e della Via della Fiamma. Sapeva che lei aveva i suoi dei, ma seguitava a provare a convertirla. C’era sempre stato qualcosa di strano in quell’uomo. Come se custodisse un orribile segreto.
Si portò un dito alla bocca, continuando a osservarlo mentre procedeva attraverso gli alberi. Era invecchiato, dall’ultima volta in cui lo aveva visto, e non bene. Gli angoli della bocca erano inclinati verso il basso, dandogli un’espressione perennemente imbronciata. Le spalle erano curve. Aveva un’aria furtiva, gli occhi che saettavano da una parte all’altra, come se si aspettasse un’imboscata in qualunque momento.
Tijah estrasse lentamente la scimitarra e strisciò dietro di lui sulle punte dei piedi. Il magus si voltò proprio mentre lei tirava l’elsa all’indietro, ma ormai era troppo tardi.